“Tutta colpa delle ONG”: come e perché sono diventate il nemico pubblico numero uno

Dal codice di autoregolamentazione di Marco Minniti al bando dai porti italiani, la campagna di criminalizzazione nei confronti delle ONG che operano nel Mediterraneo è una delle cose che accomuna i governi Gentiloni e Conte. Dal ruolo di comparse a quello di attori protagonisti il passo è stato breve: in pochi mesi gli operatori delle ONG sono diventati la ragione di tutti i problemi nella gestione dei flussi migratori o, a seconda, gli unici eroi cui stia a cuore la vita delle persone che tentano di attraversare il Mediterraneo in cerca di una vita migliore in Europa. Una centralità invisa agli stessi operatori umanitari, che peraltro non costituiscono un unico “blocco”, ma rispondono a organizzazioni diverse e talvolta distanti per orientamento, costituzione, riferimenti politici o culturali. Quello che è accaduto in queste settimane, infatti, è solo la naturale prosecuzione di una campagna cominciata tempo addietro, che ha portato, nei fatti, all’estromissione delle ONG dall’attività di pattugliamento del mare, con poche ostinate eccezioni.

 

Come trionfalmente annunciato da Salvini, per una serie di ragioni di cui parleremo più avanti, al momento ci sono pochissime navi delle organizzazioni non governative impegnate nella search and rescue dei migranti nel Mediterraneo (la Open Arms e la Astral della ONG spagnola Proactiva,  l’Aquarius di SOS Mediterranée e MSF). Si tratta di uno dei punti della strategia del nuovo governo, che lavora per un maggior coinvolgimento dei libici nel pattugliamento delle coste, e intende limitare (almeno ci sta provando, tra contraddizioni, errori e slogan a raffica) anche lo sbarco dei migranti soccorsi da navi commerciali e finanche militari. Il punto è che, mentre diminuisce il numero di partenze dalla Libia, aumenta esponenzialmente il numero di morti in mare, sintomatico della difficoltà con cui la Guardia Costiera libica svolge la sua attività di search and rescue. La crociata contro le ONG e in generale contro chi opera soccorsi nel Mediterraneo, insomma, non è priva di conseguenze.

 

Come tutto è cominciato

La presenza delle ONG nel Mediterraneo non è una novità di questi ultimi mesi. Prima del dicembre del 2016, però, il ruolo delle ONG era considerato di rilevanza minore e ci si limitava a registrare qualche perplessità espressa dagli operatori di Marina e Guardia Costiera, relativamente alla scarsa preparazione di alcuni volontari, che rendeva complicate alcune operazioni in condizioni di difficoltà. Tutto cambia con la pubblicazione di un articolo del Financial Times, che contiene uno stralcio di un rapporto riservato di Frontex risalente al novembre del 2016, in cui si parla di “gruppi di migranti che prima della partenza dal territorio libico venivano istruiti in modo da essere recuperati dalle ONG operanti oltre le 12 miglia dalle coste. La ricostruzione del FT è parziale e omette il quadro complessivo (come riconosceranno loro stessi), ma basta a dare il via alle polemiche relativamente al ruolo delle ONG.

Nel febbraio del 2017 viene pubblicato da Frontex il documento Annual Risk Analysis 2017, che sarà utilizzato in maniera strumentale per avviare la campagna vera e propria contro le ONG. In realtà, come vi abbiamo spiegato nel dettaglio qui, le valutazioni dell’agenzia europea sono un po’ più complesse e non sempre condivise da altri soggetti, per esempio dalla Marina militare e dalla Guardia Costiera italiane. Frontex parte da una considerazione: nel 2015 e nei primi 6 mesi del 2016, le ONG erano presenti circa nel 5% dei casi di soccorso totali, quota lievitata fino al 40% tra ottobre e novembre dello stesso anno; parallelamente, si è intensificata l’attività dei trafficanti, con un aumento consequenziale del numero di morti in mare. Il concetto intorno al quale si sviluppano le considerazioni di Frontex è quello di “pull factor”, ovvero la possibilità che le partenze siano in qualche modo incentivate dalla presenza di navi a poche miglia dalle coste libiche. È importante sottolineare, però, che non si tratta di un’accusa, ma di una constatazione e che, soprattutto, Frontex non si riferisce affatto solo alle ONG, ma a tutte le imbarcazioni operanti, per motivi diversi, in prossimità delle coste libiche. Basta leggere il documento:

In this context, it transpired that both border surveillance and SAR missions close to, or within, the 12­mile territo­rial waters of Libya have unintended consequences. Namely, they influence smugglers’ planning and act as a pull factor that compounds the difficulties inherent in border control and saving lives at sea. Dangerous crossings on un­ seaworthy and overloaded vessels were organised with the main purpose of be­ing detected by EUNAVFOR Med/Frontex and NGO vessels. Apparently, all parties involved in SAR operations in the Central Mediter­ranean unintentionally help criminals achieve their objectives at minimum cost, strengthen their business model by increasing the chances of success.

 

Dunque, non solo il “pull factor” non è rappresentato esclusivamente dalle ONG, ma è proprio Frontex a dire che non c’è alcuna intenzionalità in questa forma indiretta di aiuto ai trafficanti da parte delle ONG. Del resto, sarebbe come dire che la Marina Militare italiana fosse in combutta coi trafficanti, all’epoca di Mare Nostrum. E dunque, se non lo ha detto Frontex, come si è giunti al punto di consolidare come “verità acclarata” i rapporti fra i trafficanti di uomini e le organizzazioni non governative?

 

È difficile da spiegare, senza tirare in ballo un meccanismo perverso fatto di strumentalizzazioni, distorsioni cognitive, mancato approfondimento e superficialità da parte di media e politica. Un esempio può aiutare. Nel marzo del 2017 spopola un video, “La verità sui migranti”, realizzato da Luca Donadel, un blogger che in pochi minuti riesce a collezionare una incredibile sequela di errori, approssimazioni e semplificazioni. Il video, che ha un successo clamoroso, pretende di “dimostrare” uno stretto rapporto fra ONG e trafficanti, a partire dall’analisi delle rotte delle navi su MarineTraffic. Indignazione un tanto al chilo, complottismo e approssimazione: non è strano che una trasmissione come Striscia la Notizia vi si tuffi a capofitto, coniando anche l’espressione “profughi take-away”.

 

Poco dopo, entra in scena Carmelo Zuccaro, il procuratore di Catania, che si rende protagonista di una serie di audizioni, esternazioni varie e interviste in cui raccoglie tutti i sospetti, il complottismo e le semplificazioni che circolano e le riassume in un “teorema”, che proverà poi senza successo a portare nelle Aule di Tribunale. Forse le cose non solo collegate (o almeno si spera che un procuratore della Repubblica non si informi solo su Striscia o su link della galassia sovranista – complottista), ma è evidente come la tesi di Zuccaro trovi terreno fertile grazie al contesto di cui abbiamo parlato, fino a diventare un simbolo della destra populista e la prova provata del lavoro occulto delle ONG. Zuccaro darà la colpa del fallimento della sua linea alla mancanza di strumenti adeguati, che gli avrebbero impedito di scoprire le prove della collusione fra ONG e trafficanti. Nel frattempo però esternerà a raffica. Il 22 marzo audito dal Comitato Schengen afferma di non avere “elementi per aprire un fascicolo”, ma di essere sicuro che le ONG rappresentino “uno scacco all’attività di contrasto degli organizzatori del traffico di migranti”, anche perché alcuni attivisti procedono a istruire i migranti circa le procedure di identificazione / richiesta di protezione internazionale e dirigono sempre e comunque verso l’Italia le persone tratte in salvo. Il 27 aprile, ospite dalla trasmissione Agorà, rincara la dose: “A mio avviso alcune Ong potrebbero essere finanziate dai trafficanti e so di contatti; è un traffico che oggi sta fruttando quanto quello della droga […] Forse la cosa potrebbe essere ancora più inquietante, poiché si perseguono da parte di alcune ONG finalità diverse: destabilizzare l’economia italiana per trarne dei vantaggi”. Anche stavolta, nessuna prova a sostegno. Ma conta poco.

 

Nei mesi successivi il lavoro di alcune procure porterà ad alcune indagini, a fermi e sequestri. Al momento, però, anche l’inchiesta più “promettente”, quella che investe la Juventa della ONG Jugend Rettet, è in un vicolo cieco, con molti punti oscuri (qui l’ottimo recap di Andrea Palladino). Del resto, il procedimento “principe della crociata contro le ONG”, che coinvolgeva Proactiva Open Arms e Sea Watch, è stato archiviato, essenzialmente perché, come scrive il Post, l’indagine non ha trovato niente di niente.

 

La politica contro le ONG

Il battage mediatico cresce inevitabilmente col passare dei giorni e la politica decide di intervenire in maniera organica. Nasce la 4a Commissione permanente del Senato avvia infatti una “indagine conoscitiva sul contributo dei militari italiani al controllo dei flussi migratori nel mediterraneo e l’impatto delle attività delle organizzazioni non governative”, nel corso della quale vengono auditi i rappresentanti di alcune ONG, ma anche i dirigenti di Guardia di Finanza, Capitanerie di Porto, Marina militare e delle agenzie intergovernative.

La stragrande maggioranza dei funzionari auditi (qui, qui, qui qualche esempio) spiega di non aver mai avuto riscontri circa legami fra le ONG e i trafficanti, conferma di ritenere utile (o addirittura fondamentale) il loro ruolo, assicura che ogni operazione è coordinata dal MRCC di Roma e che non ci sono mai stati casi di insubordinazione del personale delle ONG, e ribadisce come il diritto del mare, i trattati e le Convenzioni internazionali siano limiti invalicabili, qualunque sia il colore politico del governo o della maggioranza parlamentare. C’è chi, come l’allora comandante della Capitanerie di Porto Vincenzo Melone parla di “crisi epocale” da superare con l’aiuto di tutti, anche con le ONG, che “operano secondo le Convenzioni”, confermando che “non decide la politica e non si può chiedere di salvare o non salvare” perché di fronte a una situazione di difficoltà, né la GC né le ONG né navi mercantili “possono voltarsi dall’altra parte”. C’è l’ammiraglio Credendino, che smonta la questione del pull factor, asserendo che “i migranti non partono perché ci sono le navi, ma perché ci sono i push factor, guerre, carestie, crisi politiche” e portando a sostegno della sua tesi dati e fatti. Poi ci sono le audizioni dei rappresentanti delle ONG, di quelle che accettano l’invito della Commissione almeno. Tutti sostanzialmente ribadiscono la stessa cosa: le operazioni delle ONG sono coordinate dalla GC italiana, la cooperazione con GC e Marina Militare, ma anche con le navi di Frontex è massima, ma nel Mediterraneo ci sono condizioni di crisi tali da rendere necessario il supporto nelle attività di SAR. Malgrado l’approccio palesemente “colpevolista” dei membri della Commissione, il teorema che vuole le ONG come un ostacolo ai soccorsi o addirittura come il braccio armato dei trafficanti di uomini resta privo dei benché minimi riscontri. E addirittura alcuni dei “punti controversi” (spegnimento trasponder, navigazione in acque libiche, richiesta di polizia giudiziaria a bordo delle ONG) vengono ridicolizzati o sminuiti dagli addetti ai lavori.

 

Eppure, la relazione conclusiva della Commissione va in tutt’altra direzione. Infatti, il documento finale recepisce in larga parte l’impianto del teorema Zuccaro e produce proposte la cui applicabilità è stata sostanzialmente già messa in discussione dalle stesse autorità audite. Per i parlamentari la presenza delle ONG nelle acque comprese fra Malta, Libia e Italia va regolamentata con urgenza, anche se (sono loro stessi ad ammetterlo) nei fatti è già così, perché agiscono sempre in coordinamento col MRCC di Roma. Alcuni passaggi della relazione sono però esplicativi del clima di sospetto intorno alle ONG:

Sarebbe opportuno poiché si tratta di natanti presenti esclusivamente a fini di attività SAR e non di mercantili investiti di volta in volta sulla base del diritto internazionale, [che le ONG] rientrassero a pieno titolo in un coordinamento permanente curato dalla Guardia costiera, ricevendo istruzioni anche su tempi e modalità di svolgimento del servizio, oltre che sull’area nella quale posizionarsi

[…] Al fine di non disperdere preziosi dati ed elementi di prova utili per perseguire i trafficanti di esseri umani, sarebbe opportuno adeguare l’ordinamento italiano o comunque prevedere modalità operative tali da consentire l’intervento tempestivo della polizia giudiziaria contestualmente al salvataggio da parte delle organizzazioni non governative. Parallelamente, occorrerebbe potenziare la forza e gli strumenti investigativi, favorendo ad esempio l’intercettazione dei telefoni satellitari

 

Il codice Minniti e la messa al bando delle ONG

La discussione sulle ONG ha una svolta importante alla fine di luglio 2017, quando il ministro dell’Interno Marco Minniti propone un “Codice di condotta per le ONG” impegnate attività di search and rescue nel Mediterraneo. Qualche settimana prima, il governo Gentiloni aveva ricevuto il via libera dalla Ue a procedere in tal senso, grazie a uno dei punti dell’Action plan on “Measures to Support Italy, reduce pressure along the Central Mediterranean route and increase solidarity”, il piano del Consiglio Europeo rimasto poi sostanzialmente lettera morta. Il codice è una sorta di autoregolamentazione senza nessun valore legale (qui ne avevamo analizzato il contenuto, riportando le tante analisi critiche sotto il profilo legale), che le ONG sono chiamate a sottoscrivere d’intesa con il ministero dell’Interno. Il Viminale parlerà più volte di “conseguenze per le ONG” che si rifiutassero di firmare il codice, ma senza mai specificare quali fossero gli appigli legale per impedire, ad esempio, l’ingresso nei porti italiani di una nave in condizioni di distress. Tanto è vero che il codice si chiude con una formulazione ambigua, suscettibile di interpretazioni di diverso tipo:

La mancata sottoscrizione del presente codice di condotta (o il mancato rispetto degli obblighi in esso previsti), potrà comportare il diniego da parte dello Stato italiano dell’autorizzazione all’ingresso nei porti nazionali, fermo restando il rispetto delle convenzioni internazionali vigenti

Perché dunque è importante il codice Minniti? Ecco, gli effetti del codice sono di doppia natura: da un lato finiranno per dissuadere alcune organizzazioni non governative dall’operare in mare aperto, dall’altro garantiranno un “appiglio procedurale” al governo Lega – M55 nella sua lotta senza quartiere alle ONG.

 

Il codice prevede ad esempio “l’impegno a non entrare nelle acque territoriali libiche, salvo in situazioni di grave e imminente pericolo che richiedano assistenza immediata, e di non ostacolare l’attività di Search and Rescue (SAR) da parte della Guardia costiera libica”. Si tratta di due punti dirimenti, soprattutto in queste ultime settimane, nonché centrali nelle argomentazioni del suo Salvini – Toninelli. La presenza delle ONG in acque territoriali libiche (benché siano pochi i casi accertati di un loro “sconfinamento”) è uno dei punti di forza della tesi del governo e si lega alle ipotesi sul peso del “pull factor” o, peggio, sul preteso legame coi trafficanti di uomini (che un giornalista come Travaglio definisce “un fatto acclarato”, malgrado non vi sia alcun riscontro). Una simile impostazione, in definitiva, ha prodotto un effetto distorsivo sull’intera discussione sul ruolo delle ONG. L’Italia, infatti, non ha e non ha mai avuto giurisdizione sulle acque territoriali libiche e non ha dunque alcun titolo per “disciplinare la navigazione di imbarcazioni in questa porzione di mare”; inoltre, come spiegato da ASGI, “né i trattati internazionali in materia né la prassi internazionale indicano in alcun modo l’esistenza di una competenza normativa dello Stato del porto relativamente alla navigazione di navi che abbiano svolto attività di ricerca e soccorso in alto mare e richiedano l’accesso al porto”. Insomma, non solo non avremmo potuto dire alle ONG di non intervenire in acque libiche, ma non avremmo mai potuto e non possiamo impedire a navi che trasportano profughi o naufraghi di attraccare nei nostri porti. È la questione dei “porti chiusi”, di cui vi abbiamo parlato a lungo, che rappresenta la linea di condotta di parte del governo italiano. Incluso la figuraccia finale dei porti chiusi solo sui social network.

 

Sempre nel codice Minniti trova fondamento un’altra delle questioni di cui tanto si dibatte in queste settimane: la mancata collaborazione tra le ONG e la Guardia Costiera libica. Ve ne abbiamo parlato qui:

Come quinto punto si aggiunge l’obbligo di “non ostacolare le operazioni di search & rescue della Guardia Costiera libica”. La linea del Governo italiano è quella di lasciare che siano le autorità libiche ad agire nel territorio di loro competenza, a soccorrere i migranti e, dunque, a riportarli sulla costa. È una richiesta piuttosto singolare, a dire il vero, perché presuppone che in passato alcune ONG abbiano ostacolato l’attività dei libici. Tesi mai provata e senza alcun riscontro ufficiale. Ma soprattutto perché pone le stesse ONG di fronte a una questione centrale: si può accettare che i migranti siano riportati in Libia, porto non sicuro e paese di cui è lecito dubitare l’operato in tema di rispetto dei diritti umani? Peraltro, negli statuti di alcune di esse, c’è il divieto di collaborare con le forze armate in qualsiasi parte del mondo.

È cambiato qualcosa negli ultimi mesi? Sì, perché la Libia si è vista riconoscere la propria dichiarazione di area SAR, si è dotata di un proprio centro di comando a Tripoli e sta ricevendo considerevoli aiuti dall’Italia per incrementare l’attività della propria Guardia Costiera. Il Governo italiano considera del tutto affidabili i libici e non si pone problemi rispetto ai loro metodi di intervento o al fatto che, sostanzialmente, riportando in Libia i migranti si stia contribuendo a respingimenti verso un Paese che non ha ratificato la Convenzione di Ginevra. Le ONG che ancora operano nel Mediterraneo, però, non la pensano allo stesso modo e rifiutano di rendersi complici di respingimenti. Del resto, se passasse questa ratio, le alternative per i migranti sarebbero essenzialmente due: morire in mare o essere riportati in Libia. Le cronache sono piene di racconti di migranti terrorizzati all’idea di ritornare in Libia, dai campi di prigionia arrivano immagini tremende e il modus operandi della Guardia Costiera libica è oggetto di feroci polemiche (e non solo).

 

Al momento, le uniche imbarcazioni che continuano a operare la Search and Rescue sono l’Aquarius di Sos Meditérranée (che si avvale di un presidio di MSF ed è ancora ferma dopo il caso di qualche settimana fa), l’olandese Sea Eye, la Lifeline di Mission Lifeline e le navi della ONG spagnola Proactiva, Open Arms e Astral.

 

Ma che cosa fanno le ONG, quindi?

Mentre scriviamo siamo certi che il ministro dell’Interno avrà fatto almeno un tweet o una intervista avente come argomento l’attività delle ONG nel tratto di mare tra Italia, Malta e Libia. Legare la presenza delle ONG al traffico di uomini e alla presenza di immigrati irregolari sul territorio italiano consente a Salvini di ridurre la complessità della questione immigrazione e di piegarla alla propria narrazione, sempre orientata all’accumulo di consenso tra i cittadini. La semplificazione investe anche la questione delle “morti in mare” che spesso vengono genericamente ricondotte all’incentivazione delle partenze su barconi malridotti o gommoni con poca autonomia, che si determinerebbe grazie alla presenza delle ONG a “poche miglia dalle coste libiche” (una versione casereccia del pull factor di cui vi abbiamo parlato prima, insomma); mentre da qualche settimana la maggioranza di governo rilancia la tesi delle difficoltà operative per la Guardia Costiera libica (e non solo) determinata dalla presenza delle imbarcazioni delle ONG. Infine, la banalizzazione del discorso sulle ONG investe anche la loro provenienza e le forme attraverso cui finanziano le loro attività, secondo tesi che svariano dal complotto mondialista al piano Kalergi, dalla “semplice” destabilizzazione dell’economia italiana alla pianificazione dell’invasione.

Tutto legittimo, non fosse completamente smentito dai fatti. Partiamo prima di tutto da una considerazione ovvia, ma che spesso viene artatamente messa in secondo piano: le ONG operano soltanto una parte dei salvataggi, una percentuale vicina al 40% negli ultimi anni, molto più bassa in precedenza. Lo dicono fonti ufficiali:

I numeri indicano chiaramente come il “peso” delle ONG dipenda dall’impegno di Italia e Ue nella search and rescue: con l’operazione Mare Nostrum a pieno regime, ad esempio, il grosso dei salvataggi veniva portato a termine da Marina Militare e Guardia Costiera italiana; il parziale ma costante disimpegno nell’attività di pattugliamento rende quasi necessario l’intervento delle ONG, con il picco raggiunto proprio nella seconda metà del 2016. In questo periodo, il dato risente anche di un altro aspetto, legato alle regole di ingaggio delle varie missioni. Quando nasce EunavForMed-Operazione Sophia, ad esempio, non è previsto che le navi della missione facciano SAR e addirittura il comandante Credendino si trova a doversi quasi “giustificare” sui numeri esigui dei salvataggi tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017: “Noi abbiamo fatto soltanto l’11,8 per cento del totale dei soccorsi, quindi un numero tutto sommato basso; 34.000 persone sono tante, sono un grande paese, ma è l’11 per cento del totale, perché il SAR (Search & Rescue) non è nel nostro mandato: le navi vengono impiegate per combattere gli scafisti, non per fare i soccorsi, anche se eventualmente non ci tiriamo indietro, ma altre organizzazioni soccorrono i migranti, quindi non siamo noi il pull factor”. È molto interessante notare come da questo periodo in poi le valutazioni fra responsabili delle ONG e soccorritori “ufficiali” da una parte, governo italiano e funzionari libici dall’altra, divergano in maniera sostanziale. Da una parte si sottolinea come quello delle ONG sia un aiuto essenziale alle attività di SAR, dall’altra si evoca il concetto di pull factor e, come abbiamo visto, si proverà in tutti i modi a ostacolare l’attività delle ONG (e l’apice sarà raggiunto dall’accoppiata Salvini – Toninelli).

 

Ancora una volta, però, per dirimere la questione è necessario considerare i fatti e i dati. Un elemento di analisi imprescindibile sulla questione “pull factor” (uno dei tanti, altre evidenze sono riscontrabili qui e qui), è quello prodotto da Matteo Villa, ricercatore ISPI, che mette a confronto l’attività delle ONG con il numero di partenze dalla Libia, in un intervallo di tempo che va dal gennaio 2016 all’aprile 2018:

Come si legge il grafico? In modo semplice: non c’è correlazione fra partenze e attività delle ONG, ergo, le ONG non hanno agito da “pull factor”, incentivando la partenza dei migranti dalla Libia. In questo thread, inoltre, il ricercatore aveva già diffuso evidenze circa l’inesistente correlazione fra ONG e sbarchi in Italia, smentendo la balla dei “taxi del mare” a disposizione dei trafficanti.

I numeri e i fatti, dunque, sconfessano le ricostruzioni minnitiane-toninelliane-salviniane, ma ciò non basta a fermare la macchina della propaganda. E non ci sono solo le bufale e le fake news, che pure abbondano e abbondano e abbondano. Ci sono anche le generalizzazioni e il cherry picking. In poche parole, si prende un caso limite e si utilizza come grimaldello per forzare la rappresentazione dei fatti. È quanto accade nel caso dei “salvataggi fatti a ridosso delle coste della Libia dalle ONG”, eventualità rarissima e sempre documentata. Qualche mese fa, Marco Bertotti di Msf , del resto, ci spiegava che “le operazioni le svolgiamo in acque internazionali, non andiamo a prendere i migranti in Libia. Ci posizioniamo nelle zone dove avvengono statisticamente i naufragi, e cioè a 15, 20, 25 miglia dalle coste libiche. Noi andiamo dove c’è bisogno”. L’equipaggio della Jugend Rettet aveva specificato meglio la questione a Valigia Blu: “Noi operiamo in zona SAR, a circa 20 miglia dalla costa libica. Solo se riceviamo una chiamata di casi particolari ci avviciniamo un po’ alle acque territoriali. Questo per una ragione molto semplice di sicurezza del nostro stesso equipaggio […] Siamo lì perché è la zona più mortifera del Mediterraneo. È il nostro lavoro salvare persone in difficoltà, il diritto del mare è molto chiaro rispetto a questo. Se ci sono persone in pericolo siamo obbligati a prestare aiuto, non ha importanza dove esse si trovino”.

 

Come detto, nelle ultime settimane qualcosa è cambiato. Ma le ONG c’entrano poco. L’IMO ha riconosciuto la dichiarazione di area SAR della Libia, passaggio cui aveva lavorato già il ministro Minniti, per un risultato che ora è stato raccolto da Toninelli e Salvini. È il passaggio ulteriore verso il riconoscimento della Libia come interlocutore e della sua Guardia Costiera come “strumento” cui delegare le attività di pattugliamento delle coste. L’Italia ha scelto di affidarsi ai libici e di collaborare attivamente con un paese che non rispetta la Convenzione di Ginevra, fornendo addestramento e mezzi, ma continua a non avere autorità per imporre alle ONG una simile scelta. “L’orientamento di alcune ONG di non collaborare con la GC libica è noto”, è il mantra che si ripete spesso a destra (e non solo), insinuando che tale atteggiamento possa mettere in pericolo i migranti e che, in ogni caso, sia finalizzato a “portare sempre e comunque le persone in Italia”. In realtà nei pochi casi documentati di co-salvataggio, è stato il comportamento della Guardia Costiera libica a mettere in pericolo l’incolumità di migranti e soccorritori. Addirittura ci sono prove di veri e propri “attacchi” dei libici alle ONG. Per quanto riguarda il “portarli sempre e solo in Italia”, la questione è ancora più semplice: le ONG rispettano le Convenzioni (quella di Amburgo, in particolare) e si coordinano sempre col MRCC di Roma; il nostro Paese è nella gran parte dei casi dei salvataggi il porto sicuro più vicino e ogni operazione viene svolta nel rispetto del diritto del mare e della legge internazionale. La Libia non è porto sicuro. Ed è evidente che non si può chiedere ai volontari di essere complici in quelli che a tutti gli effetti sono respingimenti in Libia, un paese che non tutela i basilari diritti umani.

 

Per sintetizzare: ai migranti stiamo lasciando essenzialmente due opzioni, morire in mare o essere riportati in Libia; le ONG danno fastidio perché ripudiano questo paradigma e fanno ciò che gli stati europei non vogliono più fare, ovvero mettere in cima alla scala delle priorità la tutela della vita e il rispetto dei diritti umani. (articolo tratto da fanpage.it)

 

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3 commenti su ““Tutta colpa delle ONG”: come e perché sono diventate il nemico pubblico numero uno
  1. Giorgio ha detto:

    Buongiorno chiedo negli anni di guerra in Liberia, Sierra Leone poi Ebola anche Guinea . Perché non scappava no da quei paesi ? Perché hanno iniziato da pochi anni? Forse i miliardi di aiuti mandati sono finiti in mani sbagliate ? O ultimamente in Africa diminuite le guerre qualcuno ha capito che diminuiscono gli aiuti e hanno cercato un’altra strada? Tutti i miliardi per progetti in Africa a cosa sono serviti se è peggiorata la loro situazione? QUALCUNO PUÒ DARMI UNA RISPOSTA? GRAZIE.

  2. Anna Rocchi ha detto:

    Sostengo i contenuti dell’articolo (in quanto mi trovo d’accordo anche sulla metodologia della ricostruzione dei fatti per l’analisi), tuttavia vorrei spingermi anche oltre. Ovvero, tutto cio’ è potuto accadere perchè e soprattutto perchè, in Italia le ONG sono dei soggetti “sconosciuti” alla maggioranza della popolazione. Da oltre 25 anni lavoro nel settore della cooperazione internazionale ed ogni volta che cerco di spiegare che lavoro faccio a delle persone che non siano del nostro settore sperimento estrema difficoltà a farmi capire (infatti, i piu’ introdotti all’argomento mi ricollegano alle UN o al massimo alla FAO; nella maggior parte dei casi mi guardano esclamando “…bello!”…). Quello che vorrei sottolineare è che, a parte qualche dibattito,perlopiu’ critico, ossia deletereo nei confronti delle ONG a seguito di reportages specifici, in Italia, nè le reti ONG, ne’ tanto meno i donatori istituzionali (nelle varie espressioni), hanno mai preso seriamente l’aspetto comunicazione. Di conseguenza, la gente (intesa come la popolazione italiana) non è messa nella posizione di poter elaborare una propria posizione a fronte di un bombardamento di frammenti di notizie quale quello attualmente in corso.Vogliamo cominciare a fare qualcosa in merito?

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