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La sicurezza degli operatori all’estero: sfide e professionalità necessarie

Ogni anno registriamo un aumento, in numero e gravità, degli incidenti di sicurezza di cui sono vittime operatori umanitari, cooperanti e giornalisti in missione all’estero. Se da una parte questo aumento si spiega con l’incremento del numero di operatori umanitari e cooperanti impiegati in aree ad alto rischio, dall’altra si rileva un’oggettiva estensione di violenza e insicurezza in aree sempre più vaste che, fino a poco tempo fa, venivano considerate stabili e sicure. Si pensi per esempio agli effetti della Primavera Araba sull’intero Medio Oriente. Per questo, la pianificazione e la gestione della sicurezza devono diventare sempre più parte integrante del processo di preparazione di un progetto per lo sviluppo o di assistenza umanitaria.

 

A questo proposito, vi sottoponiamo alcune considerazioni che possono essere punto di partenza di un approfondimento sull’argomento.

  • Indipendentemente dal ruolo che possono svolgere l’ambasciata italiana, il governo del paese in cui si svolge il progetto, l’ONU, l’Unione Europea o i paesi che finanziano il progetto, la responsabilità per la sicurezza dei propri operatori spetta comunque al datore di lavoro italiano, anche quando l’attività si svolge all’estero.
  • La sicurezza nelle aree a rischio o geograficamente isolate richiede una vasta diversità di competenze, quali per esempio la gestione della protezione fisica degli impianti, la prevenzione degli incendi o la capacità di pronto intervento medico (solo per citarne alcune) che non sono necessariamente riconducibili ad una sola figura professionale. Per questo motivo, la gestione della sicurezza delle organizzazioni umanitarie si è progressivamente professionalizzata diventando una area manageriale autonoma.
  • Al fine di determinare le risorse necessarie per la realizzazione di un piano per la sicurezza (e includerle nella richiesta di finanziamento) occorre sapere con esattezza quali misure sono necessarie. Un’ analisi del rischio specifica sul progetto permette di programmare le risorse in maniera più accurata, fornendo anche un strumento di previsione sul medio termine.

 

Queste premesse fanno emergere la necessità di riconoscere il manager della sicurezza come una figura professionale a pieno titolo. distinta da figure contigue di management come il responsabile della logistica o delle operazioni.

 

Venti anni addietro, quando l’ONU, l’OSCE e alcune ONG internazionali cominciarono ad assumere i “consiglieri” o “coordinatori” per la sicurezza, il profilo professionale ricercato era l’ex-militare o poliziotto con esperienza internazionale e conoscenza delle lingue. Col tempo, il “consigliere” si è trasformato in manager della sicurezza, a cui si chiedevano oltre ai dimostrare alle competenze “techniche”, anche delle competenze relazionali e di gestione (soft skills). E’stato probabilmente l’attacco agli uffici dell’ONU a Baghdad nell’agosto 2003, a completare questa trasformazione. Questo grave incidente ha dimostrato che la sicurezza ha bisogno di una gestione integrata, che vada dal reperirmento e la gestire delle risorse, alle politiche interne di sicurezza. alle relazioni esterne con i vari soggetti attivi nel campo della scireuzza, alla gestione delle crisi.

 

Come si diventa manager della sicurezza? Molti managers, come si è detto, sono degli ex-consgiliere per la sicurezza cresciuti all’interno delle organizzazioni umanitarie o di sviluppo. Altri sono dei managers “generalisti” che hanno acquisito l’esperienza direttamente sul campo. Si tratta comunque di un processo di selezione spontanea che non segue alcun percorso prestabilito. Per cercare si organizzare in qualche modo questa selezione, alcune fondazioni o associazioni hanno previsto dei percorsi formativi interni sulla sicurezza per i propri dipendenti. Tra le formazioni proposte, citiamo quelle del Center for Safety and Development, Red-R, l’European Inter-Agency Security Forum e l’Institut Bioforce. Purtroppo si tratta di formazioni brevi e giocoforza teoriche, che durano al massimo una settimana, e che mirano a fornire ai partecipanti informazioni utili ma non certo una preparazione approfondita che ricopra tutti gli aspetti della sicurezza.

 

Sarebbe auspicabile che, in stretto collegamento con il mondo associativo e delle realtà che operano nelle aree ad alto rischio, un istituto universitario si appropri della questione e colmi il vuoto attuale, proponendo delle formazioni specifiche nell’area del security management. Le materia d’insegnamento non sono nuove, e si ritrovano sotto varie forme in molte formazioni già esistenti e si comincia a disporre di un pò di letterqatura specializzata (sorprattutto all’estero, a dire il vero). Una formazione di questo tipo andrebbe completata da un periodo di tirocinio in cui lo studente, debitamente inquadrato, possa misurarsi con una situazione reale di terreno.

 

Per un approfondimento su queste tematiche è disponibile una pubblicazione specifica “Linee Guida per la Sicurezza degli Operatori Umanitari e dei Viaggiatori nelle Aree a Rischio” (L’Harmattan Italia, collana “Logiche Sociali”, 2011 a cura di Antonio Kamil Mikhail e Marco Ramazzotti). Il testo, destinato a coordinatori o responsabili di progetti di cooperazione o umanitari, offre spunti per la definizione di un piano per la sicurezza per la propria organizzazione o del proprio progetto sulla base delle buone pratiche esistenti in ambito internazionale.

 

di Antonio Kamil Mikhail

 


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