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Il dilemma dei donatori, dalla carità alla giustizia sociale

Non si può negare che gli aiuti allo sviluppo siano stati e continueranno per qualche tempo a essere una fonte importante di finanziamento per porre fine alla povertà e per promuovere lo sviluppo economico. Ma il paradigma dell’aiuto pubblico allo sviluppo (APS) così come lo conosciamo ha i giorni contati. Gli aiuti sono stati la manifestazione di un particolare contesto storico. Abbiamo costruito un ordine mondiale in cui ci sono livelli di disuguaglianza socio- economica inaccettabili e senza precedenti. Queste disparità estreme hanno portato alla creazione del nostro attuale sistema di aiuti pubblici allo sviluppo, in cui i paesi ricchi destinano una quantità relativamente piccola di risorse per alleviare le manifestazioni estreme della povertà in tutto il mondo. Abbiamo sviluppato linee guida, regole, norme e sistemi per regolamentare ciò che può essere considerato aiuto, il tutto per ragioni molto sensate.

 

Le ragioni per cui è improbabile che l’aiuto possa sopravvivere molto a lungo nella sua forma attuale sono ben chiare, le principali sono cinque:

In primo luogo, le misure “input –based” hanno un valore limitato. Quando David Cameron ha promesso di affrontare i problemi causati dalle inondazioni nel Regno Unito nel febbraio 2013, ha detto “non è una questione di soldi” aiutare le persone colpite da eventi meteorologici estremi; non ha detto “ci proponiamo di mettere da parte 0,x % del PIL per attività che speriamo possano aiutare gli alluvionati”. In quasi tutti gli altri settori della politica pubblica, stiamo assistendo all’emergere di metodi di valutazione basati sui risultati e non c’è ragione di pensare che non sia così anche per la valutazione dell’aiuto.

In secondo luogo, il “noi e loro” tipico dell’APS continuerà a essere sotto attacco da parte dell’opinione pubblica nel “mondo ricco”, soprattutto perché ci saranno nuove pressioni per ridurre la spesa diretta dei governi negli aiuti. Accetto che l’aiuto sia una piccola frazione della spesa pubblica, ma il quadro attuale è quasi a somma zero. L’emergere di nuovi schemi di match-funding può essere un’innovazione benvenuta, ma è anche il segnale di un cambiamento nell’idea che ci sia un impegno pubblico collettivo nell’APS.

In terzo luogo, vi è il declino ampiamente registrato dell’importanza degli aiuti a scapito di altri flussi che impattano sullo sviluppo, e (quarto) il fatto che ci sono paesi a medio reddito che sembrano sempre più riluttanti a partecipare al sistema dell’APS. La situazione attuale in cui la “lotta contro la povertà” si basa sull’APS e su una squadra specializzata di cooperanti sembra antiquato, se non addirittura neo -coloniale. Infine, anche tra i donatori consolidati, sembrano essere in crescita le frustrazioni per un sistema di APS eccessivamente restrittivo che li lega mani e piedi (forse giustamente) nella ripartizione delle spese. Ad esempio, lo sviluppo nel Corno d’Africa potrebbe essere meglio sostenuto attraverso investimenti in infrastrutture di sicurezza che però non sono finanziabili con l’APS, in più il nesso clima/sviluppo crea tutta una serie di nuove sfide su quello che dovrebbe essere contato o meno come aiuto.

 

Naturalmente, ci sono alcune domande a breve termine che dovranno essere affrontate nell’immediato futuro. C’è l’impellente necessità che gli aiuti diventino più trasparenti, adattabili e intelligenti. L’APS deve essere in grado di raggiungere i cittadini in stato di bisogno e rispondere alle loro esigenze, e non rispondere prima alle priorità dei donatori. Gli attori della società civile devono essere coinvolti in modo più significativo in tutto il ciclo di vita dell’aiuto, dalla progettazione al delivery fino al monitoraggio.

 

Guardando nel lungo periodo sono convinto che l’impegno da parte di alcuni paesi ricchi di destinare lo 0,7% del PIL per alleviare la povertà nelle zone più povere del mondo non sarà visto come il punto più alto di un impegno globale per la parità, ma come il punto più basso di un sistema disperato che cerca di mettere cerotti politici per sanare ferite strutturali.
Tuttavia, questa mia tesi non è una protesta reazionaria contro la necessità di un serio investimento pubblico per promuovere lo sviluppo sostenibile, ma piuttosto vuole sottolineare che abbiamo bisogno di una trasformazione radicale della natura degli aiuti e della cooperazione allo sviluppo per riflettere le realtà emergenti del XXI secolo. Il mio è un appello per dire che abbiamo assoluto bisogno di un nuovo sistema, con risorse aggiuntive, per combattere la povertà e la disuguaglianza. Entro il 2030, abbiamo bisogno di alcuni cambiamenti fondamentali nel modo in cui il settore dello sviluppo funziona se vogliamo avere un impatto significativo sulla povertà, la disuguaglianza e la sostenibilità.
Per cominciare, spero che avremo visto il passaggio a misure di output (basate sui risultati), come quelle che possono essere incorporate già oggi negli obiettivi di sviluppo sostenibile post-2015. Nel bene o nel male, gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio hanno inaugurato un nuovo modo di approcciare il finanziamento dello sviluppo. Ora abbiamo bisogno degli MGD’s 2.0 che dicano “non è una questione di soldi”, una sorta di impegno per affrontare le principali sfide dello sviluppo sostenibile, che comporti impegni reali dei donatori e coinvolga ovviamente una serie di altri attori, le organizzazioni della società civile, le aziende e i governi dei paesi in via di sviluppo. Nonostante i limiti di un approccio basato sugli obiettivi, potrebbe tuttavia contribuire a spostare l’attenzione della cooperazione dagli aiuti ai risultati, e ampliare il coinvolgimento al di là dei soliti governi donatori consolidati.

 

Mi auguro che nel 2030 l’obiettivo prioritario della comunità della cooperazione sia combattere le disuguaglianze così come fino a oggi è stato quello di porre fine alla povertà estrema. Purtroppo è probabile che anche nello scenario più ottimistico, ci sarà ancora un gran numero di persone che vivranno in estrema povertà, quindi anche il focus sul miglioramento della vita di queste persone dovrà essere mantenuto. Tuttavia, poiché la disuguaglianza economica rischia di diventare una spirale fuori controllo, un obiettivo altrettanto importante della cooperazione dovrebbe essere la promozione della parità. Con un mondo in cui le 85 persone più ricche detengono più ricchezza della metà più povera della popolazione mondiale, potemmo anche vincere la lotta contro la povertà, ma stiamo perdendo la guerra contro la disuguaglianza.
Ciò richiederà un cambiamento fondamentale dal paradigma degli aiuti, dovremmo guardare ai problemi attraverso la lente della giustizia sociale, a partire dal cambiamento climatico. Proteggere i poveri del mondo dagli effetti disastrosi dei cambiamenti climatici non può essere una questione di ripartizione dei finanziamenti pubblici. Se David Cameron pensa che “non è una questione di soldi” quando si tratta delle vittime delle inondazioni nel Regno Unito, lui e i suoi colleghi leader mondiali (compresi i dirigenti d’azienda) devono pensare nella stessa maniera per tutte le persone colpite nel mondo da condizioni climatiche estreme.

 

Infine, spero che entro il 2030, non si parlerà più di ‘”donatori”. Ora è già possibile vedere i limiti di questa categoria che con l’avvento dei nuovi attori dello sviluppo diventerà ancora più obsoleto. Forse il migliore indicatore di una trasformazione di successo nel settore della cooperazione sarà se il termine “donatore” diventasse privo di significato come succede oggi se si parla di “blocco comunista” o “Impero Britannico”.
Per arrivare a qualcosa di simile allo scenario qui descritto, avremo bisogno di una trasformazione altrettanto radicale delle istituzioni e dei processi che abbiamo a nostra disposizione. Oggi, abbiamo una serie di istituzioni economiche internazionali che sono state pensate nel 1930, che difficilmente riflettono la geopolitica contemporanea e che sono eccessivamente statalisti nel loro approccio. Queste istituzioni arcaiche sono state create su un presupposto di superiorità dei paesi ricchi e oggi hanno bisogno di una riforma urgente. Allo stesso modo, le norme che disciplinano l’APS devono essere revisionate o abbandonate del tutto (anche se vedo rischi in quest’ultima soluzione). Abbiamo bisogno di un più radicale cambiamento, più rapidamente.

 

Articolo di Dhananjayan Sriskandarajah, Segretario Generale di CIVICUS, pubblicato da Global Policy e parte della pubblicazione ‘The Donors’ Dilemma: Emergence, Convergence and the Future of Aid’.


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