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Donne ai vertici delle ONG, il terzo settore fa tre volte meglio delle imprese e del pubblico

Supera largamente il 30% la percentuale di donne che ricoprono incarichi di dirigenza e presidenza nelle ONG italiane. E’ questo il dato più significativo riguardante la parità di genere che emerge dagli opendata inseriti dalle organizzazioni non governative italiane nel portale Open Cooperazione. 
Al vertice delle ONG italiane a ricoprire la carica di presidente c’è una donna nel 30,9% dei casi contro il 69,1% degli uomini. Un dato simile riguarda i top manager e/o segretari generali: la percentuale di cariche ricoperte da donne si attesta al 33,7% mentre quella degli uomini è del 66,3%.   

Più in generale, delle 20.127 risorse umane impiegate dalle ONG nella cooperazione internazionale, il 46% sono donne il 54% uomini. Un sostanziale pareggio che si squilibra leggermente quando si considerano solo le risorse umane operanti all’estero, dove il numero degli uomini aumenta sensibilmente. Nove operatori uomini su dieci lavorano all’estero mentre sono otto su dieci le operatrici donne.   

Un dato che mostra ancora l’esistenza del cosiddetto Gender Gap in ambito lavorativo ma che si distingue in modo molto positivo rispetto ad altri settori lavorativi del nostro paese. I dati nazionali indicano infatti una lenta crescita del numero di donne che occupano il ruolo di Amministratore Delegato nel mondo dell’impresa: a fine 2017 risultano a capo di un’impresa solo il 10% del totale. Come nel caso dei componenti dei Board, la presenza di donne a capo dell’azienda risulta più frequente nelle imprese di piccole dimensioni, ma la tendenza alla crescita è più pronunciata nelle grandi imprese: sono donne l’11,5% degli AD delle società con ricavi compresi tra 10 e 50 milioni (10,4% nel 2012), l’8,1% di quelle tra 50 e 200 milioni (7,6%) e il 6,3% delle più grandi (3,8%). La situazione migliora solo nei CDA delle società quotate in borsa dove è presente una donna ogni due uomini per effetto di una precisa legge al riguardo.    

Un po’ migliore è la situazione delle donne che lavorano per lo Stato, un mondo dove le donne sono una maggioranza, il 56,2% di chi lavora per lo Stato infatti è donna, ma la maggioranza è ribaltata se si considerano le posizioni apicali. La scuola è l’unico terreno dove le donne esercitano un inequivocabile dominio: il 66% dei top dirigenti della scuola è donna. In tutti gli altri campi fanno fatica. Appena il 13,2%, il 20% all’università, il 22% nella sanità e il 34,3% nei ministeri.   

Diverso, invece, l’andamento della percentuale di donne in alcuni organi decisionali, come Autorità della privacy, Agcom, Autorità della concorrenza e del mercato, Corte Costituzionale, Consiglio Superiore Magistratura, Ambasciatori, Consob. Nel 2017 tale quota raggiunge soltanto il 16,4% con valori altalenanti nel corso degli anni.   

Infine la politica. Nel governo Conte il 27% dei ministri sono donne. In media dal 1976 le donne ministro in Italia sono state il 10% delle diverse squadre, e solo con il governo Renzi si è ottenuta una piena parità (50 e 50), anche se temporanea. I governi successivi hanno fatto segnare un arretramento nella rappresentanza femminile, considerando anche sottosegretari e viceministri: nell’esecutivo Gentiloni la quota era del 28,33%, e in quello Conte scende al 17,19%, la più bassa dal governo Letta in poi.

La parità arretra anche nelle Regioni, dove si contano oggi solo due donne governatore su 20, mentre tra il 2003 e il 2015 sono state cinque. Anche nei Comuni la presenza femminile si mantiene bassa, con soli 9 capoluoghi guidati da un sindaco donna. Qui però il nostro Paese è nella media europea, con il 14% complessivo di amministrazioni locali ‘rosa’.


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