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Non solo espatriati, ecco i profili più ricercati dalle ONG italiane

Con la riapertura post Covid le organizzazioni della società civile escono gradualmente da due anni del tutto straordinari che hanno cambiato lo scenario nel quale operano all’estero e aperto fronti di lavoro sempre più rilevanti in Italia. Un settore che nell’ultimo triennio era cresciuto in termini di risorse finanziarie di circa il 20% e che ora rischia di registrare un rallentamento, più della metà delle ONG infatti prevede un bilancio in perdita a partire dal 2020. Nonostante questo i segnali della ripresa sono evidenti, le organizzazioni riaprono gli uffici pur mantenendo una quota importante di lavoro a distanza, riprende gradualmente la mobilità internazionale e la possibilità di effettuare missioni di breve termine. Buoni segnali anche sul fronte risorse umane, ambito che ha risentito fortemente dei confinamenti e del blocco della mobilità e che funge da cartina di tornasole dello stato di salute dell’intero settore.

È proprio da qui che abbiamo voluto effettuare un nuovo rilevamento di dati e vi proponiamo una analisi delle ricerche di personale effettuate dalle ONG italiane nel 2020 e 2021 nella sezione “Lavoro” di Info Cooperazione che si conferma sempre più il punto di riferimento di chi offre e cerca lavoro nella cooperazione internazionale. Negli ultimi 18 mesi infatti abbiamo pubblicato oltre 2000 annunci di vacancy inserite attraverso il nostro modulo online da 158 organizzazioni per la ricerca di personale da inviare in 70 paesi diversi.

Ne abbiamo analizzato 1500 e siamo arrivati a mettere insieme un quadro aggiornato delle tendenze del cosiddetto recruiting che siamo in grado di mettere a confronto con un’analisi simile già realizzata nel 2018.

Innanzitutto chi cerca e dove. Quattro organizzazioni movimentano più della metà delle vacancy, si tratta di Intersos (19,94%), Coopi (17,62%), WeWorld (7,02%) e Cesvi (6,06%). L’Italia resta in vetta alla classifica delle destinazioni con un incremento rilevante che potrebbe essere il risultato dell’effetto Covid-19, si passa dal 16% del 2018 all’attuale 24,3%.

Molto diversa da tre anni fa anche la lista degli altri paesi che compongono la top 10. In evidente aumento le ricerche di profili per i contesti di emergenza, nel 2018 solo 4 dei primi 10 paesi erano paesi target dell’aiuto umanitario.

Ma a cambiare non è soltanto la geografia. La pandemia è stata sicuramente un fattore di accelerazione di una serie di cambiamenti che il settore della cooperazione dell’aiuto umanitario già stavano sperimentando da alcuni anni. Orizzonti di cambiamento che influiscono progressivamente sui profili professionali di cui il settore avrà bisogno, su competenze specifiche per le quali si dovrà essere in grado di mettere in campo adeguate offerte formative. Dal nostro osservatorio ci sembra di intravvedere almeno quattro orizzonti di cambiamento che richiederanno profili e competenze specifiche:

  1. Coordinamento/Partenariato
    Organizzazioni sempre più grandi, aumento esponenziale del lavoro in consorzi, gestione di situazioni multi attore. Gli operatori (in particolare quelli espatriati) dovranno sempre più avere doti di pubbliche relazioni e competenze in gestione di risorse economiche e umane.
  2. Trasformazione Digitale
    Il livello utente base non basterà più per nessuna figura professionale del settore. Inoltre serviranno sempre più figure competenti in coding, mapping, data management, data analytics, GIS, blockchain, mobile technology, ecc.
  3. Localizzazione
    Cresce il focus sul ruolo delle OSC/ONG locali e nazionali e aumenta il livello di decentramento di ONG internazionali e donatori. Gli operatori espatriati dovranno sempre più avere doti di capacity building, accompagnamento e consulenza.
  4. Gestione dell’impatto
    Tutte le fasi della gestione dell’impatto stanno acquisendo repentinamente centralità: Monitoraggio, Valutazione, Accountability & Learning, sono alcuni degli aspetti chiave che richiederanno competenze ad hoc.

Orizzonti che non sono ancora fortemente visibili nei dati aggregati relativi ai profili più ricercati dalle organizzazioni negli ultimi 18 mesi. Nella classifica restano in testa ovviamente i profili tradizionalmente più rilevanti del settore con qualche variazione nei valori percentuali. In testa si riconferma il profilo di Project Manager (con le sue variazioni Programme Manager, Project Coordinator, Capo progetto, ecc) con il 31,5%. Quasi 7 punti in meno del 2018 che potrebbero spiegarsi anche in questo caso con la situazione straordinaria della pandemia. Nel 2020 infatti per circa 4 mesi il recruitment si è praticamente fermato causa Covid e questo ha riguardato soprattutto i profili espatriati che non potevano raggiungere i paesi di destinazione.

A seguire i profili amministrativi sempre molto ricercati soprattutto per l’espatrio. Amministratori paese, Contabili di progetto, Responsabili amministrativi, profili che spesso mettono in crisi le organizzazioni a causa del basso numero di candidati disponibili, su queste figure si registra un sensibile aumento dal 14 al 15,8%.

In terza posizione un altro profilo caposaldo delle ONG, quello di Rappresentante Paese, Capo Missione. Una mansione quasi sempre ricoperta da personale espatriato che fa storcere sempre più il naso a chi critica le organizzazioni per la loro scarsa capacità di assegnare ruoli cruciali e di potere al personale locale.

Per il resto da segnalare nella classifica la crescita dei profili medici che non erano stati censiti nel 2018 (i numeri erano bassissimi) e che ora sono in crescita causa Covid-19. In aumento significativo anche i profili legati alla logistica, alla progettazione e alla gestione dei dati.

 


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