È uno dei temi più delicati e urgenti della diplomazia internazionale di questi mesi: il futuro di Gaza e quello delle Nazioni Unite sembrano oggi intrecciati come non mai, in un momento storico in cui il multilateralismo è sotto pressione e l’ONU vive una fase di delegittimazione.
Quale ruolo potrà realisticamente assumere l’Organizzazione nella gestione del “giorno dopo” a Gaza? E, soprattutto, questa crisi rappresenterà un’ulteriore battuta d’arresto o l’occasione per rilanciare la centralità dell’ONU come garante di pace, sicurezza e governance internazionale?
Le proposte discusse nelle ultime settimane — dall’invio di una forza internazionale alla possibilità di un’amministrazione provvisoria — mostrano potenzialità e limiti. Il dibattito si è intensificato la settimana scorsa, quando gli Stati Uniti hanno presentato al Consiglio di Sicurezza una bozza di risoluzione che delineerebbe una vera e propria forza internazionale temporanea incaricata di operare nella Striscia per almeno due anni, con un mandato di smilitarizzazione, addestramento delle forze di sicurezza palestinesi e supporto alla creazione di un comitato tecnocratico apolitico per la gestione dei servizi pubblici.
Le proposte sul tavolo
Il progetto avanzato dagli Stati Uniti prevede una forza internazionale sotto comando unificato e coordinamento con Israele ed Egitto con un mandato di due anni, rinnovabile. Verrebbe creata una nuova polizia palestinese addestrata da contingenti esterni e un organo di governance locale apolitico in grado di sostituire Hamas nella gestione quotidiana della Striscia. Secondo fonti giornalistiche, la proposta sarebbe stata presentata senza un preventivo coinvolgimento formale di Israele, segnalando la complessità diplomatica del dossier.
Parallelamente, altri Stati e organizzazioni regionali hanno suggerito:
- una missione di peacekeeping ONU sul modello delle operazioni tradizionali;
- un’estensione del mandato dell’UNTSO (la missione più antica dell’ONU);
- una amministrazione fiduciaria ai sensi del Capitolo XII della Carta;
- una missione ONU di amministrazione provvisoria, come avvenuto in Kosovo e Timor Est.
Sono tutte soluzioni note e sperimentate in altri contesti. Tuttavia, quando applicate a Gaza e Cisgiordania, presentano punti critici difficili da superare.
Perché la via del peacekeeping è difficilmente praticabile oggi
La prima opzione che molti evocano istintivamente — l’invio dei caschi blu — appare, al momento, poco realistica. Anche il governo italiano si è espresso a favore dell’invio di una missione di pace delle Nazioni Unite. Il Ministro degli Esteri Tajani, che ha partecipato giovedì alla conferenza internazionale su Gaza a Parigi, ha spinto per questa soluzione durante l’incontro con i suoi omologhi del G7.
Ma il peacekeeping ONU richiede infatti il consenso delle parti: un prerequisito oggi assente. Il governo israeliano nutre una sfiducia senza precedenti verso l’ONU e Hamas ha dichiarato pubblicamente di respinge ogni presenza militare straniera nei territori palestinesi. Senza consenso, una missione ONU rischierebbe di operare senza imparzialità riconosciuta diventando un facile bersaglio militare e finirebbe per ripetere fallimenti come quello della MINUSMA in Mali. Anche un semplice ampliamento del mandato UNTSO incontrerebbe le stesse resistenze politiche. Inoltre, quando i livelli di violenza sono elevati, le missioni ONU non riescono nemmeno a operare: nel 2012 la missione UNSMIS in Siria si ritirò dopo pochi mesi perché il conflitto restava troppo instabile.
Il peacekeeping potrebbe avere senso solo in presenza di un cessate il fuoco stabile, come strumento di monitoraggio e verifica. Ma anche in quel caso rischierebbe di congelare il conflitto, se non accompagnato da un processo politico credibile.
L’ipotesi dell’amministrazione fiduciaria: un’idea impraticabile sul piano politico e storico
Tra le proposte discusse, una delle più controverse è quella di porre Gaza sotto una amministrazione fiduciaria ONU. Tecnicamente possibile, ma politicamente quasi irrealizzabile.
Un’amministrazione fiduciaria richiede che i suoi termini siano “coerenti con i desideri liberamente espressi dalle popolazioni interessate”. Difficile immaginare che l’opinione pubblica palestinese possa accettare una soluzione percepita come neocoloniale, soprattutto dopo il riconoscimento del loro status di osservatore rafforzato all’Assemblea Generale.
Inoltre un territorio può essere posto sotto amministrazione fiduciaria solo se lo Stato che lo controlla accetta volontariamente di farlo. L’attuale governo israeliano ha espresso posizioni molto dure contro l’ONU, in particolare contro l’UNRWA. È improbabile che accetti una supervisione delle Nazioni Unite su Gaza.
Infine bisogna considerare che le amministrazioni fiduciarie sono state storicamente gestite e finanziate da Stati membri. Secondo stime UNDP, ricostruire Gaza richiederà almeno oltre 50 miliardi di dollari, pochi Stati sarebbero disposti ad assumersi una responsabilità così onerosa.
Più verosimile una missione di amministrazione ad interim
Una terza opzione, più realistica, è quella di una missione di amministrazione provvisoria, come l’UNMIK in Kosovo o l’UNTAET a Timor Est. Queste missioni vengono istituite con mandato del Consiglio di Sicurezza, esercitano funzioni legislative, esecutive e giudiziarie e includono forze di polizia e contingenti militari.
Mentre l’UNMIK è stata dispiegata parallelamente a una Forza per il Kosovo guidata dalla NATO, l’UNTAET includeva una componente militare con una forza massima autorizzata di 9.150 uomini e l’autorizzazione ad adottare tutte le misure necessarie per adempiere al suo mandato. Entrambe queste missioni sono state finanziate attraverso contributi valutati dalle Nazioni Unite, sebbene l’UNTAET abbia fatto affidamento anche su contributi volontari. L’UNTAET chiuse i battenti quando Timor Est ottenne l’indipendenza nel 2002, dopodiché le sue componenti militari e di polizia furono trasferite a una missione successiva, la Missione delle Nazioni Unite di Supporto a Timor Est (UNMISET), incaricata di supportare le strutture amministrative fondamentali. Analogamente, l’UNMIK concluse le sue funzioni di amministrazione ad interim e trasferì gran parte dei suoi poteri al governo del Kosovo e alla Missione dell’Unione Europea per lo Stato di Diritto in Kosovo (EULEX) dopo l’entrata in vigore della Costituzione del Kosovo nel 2008.
Nessuna soluzione tecnica funziona senza volontà politica
L’analisi di tutte le opzioni converge su un punto: non esiste soluzione tecnica che possa sostituire un accordo politico, ogni meccanismo ONU funziona solo se inserito in un quadro politico credibile e condiviso. Ed è proprio questo quadro che oggi si fa fatica a disegnare anche a seguito di un accordo di pace che fino ad oggi non ha visto il coinvolgimento diretto delle popolazioni interessate.
Il dibattito sul ruolo dell’ONU nel “giorno dopo” di Gaza è un segnale positivo ma anche un banco di prova per restituire alla diplomazia multilaterale uno spazio credibile in un contesto segnato da fratture politiche, ostacoli operativi e un’eredità storica che pesa su ogni decisione.
