“Il pericolo più grande nei momenti di turbolenza non è la turbolenza stessa, ma agire con la conoscenza di ieri”: è questa la frase di Tom Fletcher, Emergency Relief Coordinator OCHA – scelta per aprire un recente incontro di esperti sul cosiddetto Humanitarian Reset che riassume perfettamente il momento storico che il settore umanitario sta vivendo. Una crisi profonda, non solo di risorse ma di modelli, di legittimità e di senso. Il sistema internazionale dell’aiuto è sotto pressione: i finanziamenti si riducono, i bisogni crescono, e la capacità di risposta sembra sempre più inadeguata. Da qui nasce la proposta di un vero e proprio “reset umanitario”, un processo che punta a trasformare radicalmente il modo in cui l’aiuto viene pensato, organizzato e gestito.
Un settore al limite
Negli ultimi mesi, tagli significativi al budget di USAID – uno dei principali donatori globali – hanno avuto un effetto a catena su tutto il sistema. Secondo alcune stime, le riduzioni potrebbero portare entro il 2030 fino a 14 milioni di morti evitabili, di cui 4,5 milioni di bambini sotto i cinque anni. Ma il caso americano è solo la punta dell’iceberg: in molti Paesi donatori, l’aiuto internazionale è ormai visto come una voce sacrificabile, mentre i governi spostano risorse verso priorità interne.
Il risultato è un paradosso: mentre le crisi umanitarie aumentano, le Nazioni Unite sono costrette a ridimensionare gli obiettivi. L’Inter-Agency Standing Committee ha abbassato il target 2025 da 119 a 114 milioni di beneficiari, a fronte di una domanda reale stimata in 300 milioni. Circa due terzi delle persone in stato di bisogno, dunque, rischiano di restare senza assistenza.
Dalle parole ai fatti: i quattro pilastri del Reset
Il Humanitarian Reset, lanciato da OCHA e ora nella sua seconda fase, vuole proporre una visione rinnovata e più sostenibile dell’aiuto internazionale. Il piano operativo ruota attorno a quattro direttrici strategiche, “le 4D”:
- Devolve: trasferire potere e risorse dagli attori internazionali a quelli locali, attraverso un nuovo comitato consultivo composto da organizzazioni umanitarie nazionali.
- Defend: proteggere i principi umanitari e il diritto internazionale in un contesto politico sempre più ostile.
- Deliver: migliorare l’efficienza e l’impatto dell’aiuto con risorse limitate, evitando duplicazioni e sprechi.
- Define: ridefinire la missione centrale del sistema umanitario, concentrando gli sforzi dove i bisogni sono più urgenti.
Questo quadro è stato accolto con un cauto ottimismo da ONG, governi e agenzie ONU. Per molti, rappresenta finalmente il riconoscimento di anni di advocacy per la localizzazione dell’aiuto e per una maggiore centralità delle organizzazioni radicate nei territori. Casi come il Sudan, dove la risposta alla carestia è stata possibile solo grazie agli attori locali, o l’esplosione del porto di Beirut, gestita con fondi raccolti direttamente dalla società civile, dimostrano che il futuro dell’aiuto passa dai protagonisti locali.
Il dilemma dei donatori
Il nodo centrale resta quello dei finanziamenti. I donatori istituzionali sono sempre più avversi al rischio: preferiscono canali consolidati e controllabili, piuttosto che finanziare direttamente le organizzazioni locali, considerate meno affidabili. Tuttavia, una vera localizzazione richiede proprio l’opposto: fiducia, flessibilità e condivisione del rischio. Strumenti come i fondi comuni nazionali (country-based pooled funds) offrono un compromesso praticabile: responsabilità condivisa e maggiore prossimità alle comunità, senza rinunciare alla trasparenza.
Nel dibattito è emersa anche la necessità di diversificare le fonti di finanziamento. Il sistema non può più contare solo sui tradizionali donatori pubblici: servono nuove partnership con il settore privato, con i Paesi emergenti e con gli attori dello sviluppo e della pace.
Ripensare il rapporto con l’opinione pubblica
Un aspetto spesso sottovalutato è la perdita di consenso pubblico verso l’aiuto umanitario. Il ritorno di narrazioni nazionaliste e la crescente sfiducia verso le istituzioni multilaterali hanno eroso il sostegno politico e sociale. Gli esperti riuniti alla conferenza di Tallin hanno sottolineato che ricostruire la legittimità dell’aiuto passa anche dal recupero della sua dimensione etica e solidale. L’aiuto non può essere percepito come un favore o un esercizio di potere, ma come un valore condiviso e universale.
