L’annuncio degli Stati Uniti di un nuovo impegno finanziario a favore delle Nazioni Unite, pari a 2 miliardi di dollari, pur mantenendo formalmente Washington nel ruolo di primo donatore globale, segna un cambiamento profondo nel rapporto tra gli Stati Uniti e il sistema ONU. Secondo quanto riportato nel documento, l’amministrazione Trump ha chiarito che il nuovo contributo rappresenta solo una frazione dei finanziamenti garantiti in passato. Negli ultimi anni, infatti, il sostegno umanitario statunitense ai programmi coordinati dalle Nazioni Unite ha raggiunto anche i 17 miliardi di dollari annui, di cui tra gli 8 e i 10 miliardi sotto forma di contributi volontari. Il nuovo impegno economico si colloca quindi su un livello nettamente inferiore, pur venendo presentato come “generoso” e coerente con una nuova visione della cooperazione internazionale.
“Adattarsi, ridimensionarsi o morire”
Il cuore della svolta statunitense è racchiuso in una formula brutale, rilanciata pubblicamente da funzionari dell’amministrazione: le agenzie delle Nazioni Unite devono “adattarsi, ridimensionarsi o morire”. Un messaggio che riflette l’idea, espressa dal Segretario di Stato Marco Rubio, di un sistema umanitario considerato troppo costoso, frammentato e poco efficace. Secondo questa impostazione, il nuovo modello di finanziamento dovrebbe spingere l’ONU a ridurre le sovrapposizioni tra agenzie, tagliare le strutture considerate inefficienti e rafforzare i meccanismi di controllo, accountability e misurazione dell’impatto. Il fondo da 2 miliardi di dollari annunciato dagli Stati Uniti fungerà da “fondo ombrello”, gestito attraverso l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), da cui le risorse verranno poi redistribuite alle diverse agenzie e priorità.
Un anno di crisi per il sistema umanitario
Il documento evidenzia come questa decisione arrivi al termine di un anno già segnato da una crisi profonda per molte organizzazioni delle Nazioni Unite. Agenzie chiave come il Programma Alimentare Mondiale (WFP), l’UNHCR e l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) hanno già dovuto affrontare tagli miliardari ai bilanci, con conseguenze dirette su programmi, servizi e occupazione. Migliaia di posti di lavoro sono stati eliminati e numerosi interventi sono stati sospesi o ridimensionati. Il tutto avviene mentre i bisogni umanitari globali continuano a crescere. Nel corso dell’ultimo anno sono state dichiarate situazioni di carestia in aree colpite da conflitti come il Sudan e Gaza, mentre eventi climatici estremi – alluvioni, siccità e disastri naturali – hanno aggravato ulteriormente l’insicurezza alimentare e costretto milioni di persone allo sfollamento.
Centralizzazione dei fondi e nuove priorità geopolitiche
Uno degli elementi centrali della nuova strategia statunitense è la volontà di concentrare i finanziamenti in un numero limitato di contesti considerati prioritari. Il fondo gestito da OCHA dovrebbe indirizzare le risorse verso 17 Paesi, tra cui Bangladesh, Repubblica Democratica del Congo, Haiti, Siria, Ucraina e altri contesti di crisi rilevanti dal punto di vista geopolitico.
Al tempo stesso, alcune delle situazioni umanitarie più gravi al mondo restano escluse. Afghanistan e Yemen, ad esempio, non rientrano tra i Paesi inizialmente destinatari dei fondi, a causa – secondo le autorità statunitensi – del rischio di deviazione degli aiuti verso i Talebani o i ribelli Houthi. Anche i Territori Palestinesi non vengono citati esplicitamente, con l’indicazione che eventuali interventi saranno collegati a un futuro piano di pace per Gaza ancora in fase di definizione.
Un cambiamento strutturale con effetti di lungo periodo
Il documento sottolinea come la posizione degli Stati Uniti rifletta una visione di lungo periodo già espressa in passato dall’amministrazione Trump: l’idea che le Nazioni Unite abbiano un potenziale enorme, ma che si siano allontanate dal loro mandato originario, promuovendo – secondo Washington – sprechi, inefficienze e agende ideologiche distanti dagli interessi statunitensi. La riduzione degli aiuti e la richiesta di una profonda riforma del sistema ONU rischiano però di avere conseguenze sistemiche. In un contesto in cui anche altri grandi donatori occidentali – come Regno Unito, Francia, Germania e Giappone – stanno riducendo i propri contributi, il futuro dell’azione umanitaria multilaterale appare sempre più incerto.
