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Joint Programming: Che cos’è? A che punto siamo?

Quando i diversi attori della cooperazione allo sviluppo si sono incontrati a Busan nel 2011, la questione più scottante al tavolo dei negoziati era quella dell’efficacia degli aiuti. Quell’evento lanciò la Global Partnership for Effective Development and Cooperation, un partenariato globale per lo sviluppo sostenuto dai principi di responsabilità nazionale, partnership inclusive, trasparenza e responsabilità. L’UE in particolare si era impegnata a promuovere il Joint Programming, uno sforzo di programmazione congiunta tra donatori per assicurare la complementarietà dell’azione nei diversi paesi e settori di intervento. Dopo più di tre anni vediamo cosa è stato fatto e cosa resta da attuare.

 

Joint Programming significa una “risposta comune” (da parte dell’UE e dei suoi Stati membri) per la strategia di sviluppo dei paesi partner, costruita su una divisione efficace del lavoro (quale donatore si attiva e in quale settore) e su stanziamenti finanziari pluriennali certi.
La strategia comune dovrebbe essere sviluppata a livello di ogni paese partner dalla delegazione UE e dal personale degli Stati membri dell’UE (per l’Italia dalle UTL) per permettere una stretta collaborazione con il governo locale, la società civile, il settore privato e le altre parti interessate. Finora da Devco annunciano che questo processo è cominciato in diverse fasi, in più di 40 paesi, tra cui Bolivia, Ghana, Etiopia, Mali, Senegal, Myanmar e Laos. Effettivamente a leggere i documenti prodotti in questi anni si tratta nella maggior parte dei casi di mappature o prime bozze di Strategy paper verso una futura possibile programmazione congiunta. Secondo il calendario d’implementazione la maggior parte dei documenti strategici paese dovrebbero essere finalizzati proprio nel 2015.

 

Il Joint Programming mira a “riempire tutti i vuoti ed evitare le sovrapposizioni delle azioni degli Stati membri permettendo a ciascuno di concentrarsi sui settori in cui possono dare più valore aggiunto”, così lo ha descritto Lino Molteni, responsabile delle politiche per l’efficacia degli aiuti presso DEVCO. “Il vantaggio della programmazione congiunta è quello di rendere gli aiuti più trasparenti e prevedibili sia nei confronti dei governi locali che dell’opinione pubblica nei paesi partner e in Europa”

 

Il processo però non è facile, allo stesso tavolo in ogni paese si trovano donatori e istituzioni con governance completamente diverse. Pensate per esempio alle rappresentanze italiane all’estero, le ambasciate, gli uffici della Cooperazione Italiana e le Unità Tecniche Locali. Attualmente il loro ruolo nell’elaborazione delle politiche italiane di cooperazione non è sicuramente determinante. Fino ad oggi sono state viste più come antenne che recepiscono i segnali inviati da Roma piuttosto che il contrario.
La UE sta invece investendo da diversi anni in un processo di decentralizzazione verso le delegazioni locali aumentando il loro livello di autonomia e la loro capacità di personalizzare le politiche comunitarie nei diversi paesi. In questo senso un ulteriore e definitiva accelerazione è prevista nella programmazione europea 2014-2020.

 

L’Italia risulta coinvolta in 31 percorsi paese verso il Joint Programming attraverso la partecipazione di personale delle ambasciate o delle UTL. Per rendere efficace questa partecipazione servirà un ripensamento importante del ruolo delle nostre rappresentanze all’estero che potrebbe arrivare con la svolta dell’Agenzia della Cooperazione e la riorganizzazione delle risorse umane presenti nei paesi partner, risorse che oggi sono numericamente scarse e spesso poco preparate a processi di policy making.

 

Per saperne di più sul Joint Programming

 


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