Fusioni, alleanze e acquisizioni. Parole prese in prestito dal settore privato, di cui negli ultimi anni si sente molto parlare anche in ambito non-profit. Ma
come inquadrare questa possibile nuova tendenza nel terzo settore? Nel mondo profit lo scenario di un’azienda più grande, che vuole espandersi e decide di fondersi o di acquisire un’azienda più piccola e in rapida crescita, è ricorrente. Se l’esperimento riesce entrambe le società ne usciranno più strutturate e ne ricaveranno benefici economici, soprattutto quella più grande che ha a sua disposizioni le leve economiche per poter governare il processo di integrazione. Tuttavia le ONG non sono imprese e
il mondo della cooperazione ha delle caratteristiche diverse dal settore privato, senza dimenticare che il panorama è molto cambiato negli ultimi anni. Il moltiplicarsi degli attori ha reso il terzo settore frammentato ed eterogeneo: diversi gli obiettivi e i campi d’intervento delle varie Organizzazioni e diverse le loro dimensioni, le loro capacità economiche e i loro progetti.
Se da un lato questa caratteristica in Italia è stata spesso valorizzata come una ricchezza, dall’altro lato si porta dietro una serie di criticità evidenti a tutti gli operatori del settore. Questo sfondo composto da tante forze in campo infatti tende ad
inasprire la competitività per i finanziamenti pubblici e privati e in molti casi a ridurre non solo la stabilità economica delle ONG – in particolare delle più piccole - ma anche la loro capacità di impattare sul territorio, secondo l’ambito d’intervento.
Di fronte a questa frammentazione del mondo della cooperazione allo sviluppo, fra le ONG è nata la necessità di consolidarsi attraverso
alleanze più strette o costituzione di
federazioni, a fare rete attraverso
piattaforme o a
fondersi fra loro. La tendenza alle fusioni per le Organizzazioni no-profit quindi è emersa principalmente come tentativo di
migliorare la sostenibilità e far fronte a delle debolezze strutturali – a differenza del settore privato dove spesso è conseguenza di una posizione di forza. Gli stessi
finanziatori istituzionali internazionali sembrano preferire finanziare un numero minore di Organizzazioni – ma più grandi e solide – piuttosto che tante realtà più piccole e vulnerabili. Anche in Italia è in corso un dibattito simile a seguito della legge 125/2014 all’interno della quale l’Agenzia per la cooperazione è intenzionata a rivedere i criteri di eleggibilità delle OSC ai finanziamenti pubblici.
Negli ultimi anni non mancano
esempi di fusioni e acquisizioni – più o meno riuscite - fra
ONG nel panorama internazionale: dalla fusione di
NetAid con Mercy Corps nel 2007 a quella di
ActionAid con Mellemfolkeligt Samvirke (oggi ActionAid Danimarca) del 2010, fino alla fusione di
Save the Children con Merlin del 2013. L’Italia, anche se con qualche maggior lentezza annovera dei tentativi importanti, alcuni riusciti altri invece naufragati per le più disparate ragioni: Le
ONG ACRA e CCS hanno tentato un processo di fusione ma dopo aver fondato la Fondazione ACRA-CCS, sono tornate indietro sui loro passi. La ONG
UCODEP, diventata nel 2010 il
ramo italiano della ONG internazionale OXFAM, dopo aver collaborato per anni attraverso un comune ufficio campagne. Andando ancora più a ritroso nel tempo si trova l’esperienza di
Alisei, ONG nata dalla fusione delle ONG Centro di Iniziativa Documentazione e Informazione sullo Sviluppo-CIDIS (Perugia) e Nuova Friontiera e quella del
Consorzio UNA che avrebbe dovuto riunire importanti ONG italiane.
Infine si registrano alcuni tentativi di creazione di piattaforme comuni, nuovi soggetti creati da più organizzazioni che potrebbero dar luogo o meno a future fusioni. E’ il caso delle ONG Cisv e Mlal che nel 2014 avevano avviato il percorso di creazione della
Fondazione Progetto Mondo insieme a Amici dei Popoli e Cvcs (processo poi interrotto) e più recentemente quello di quattro organizzazioni lombarde (MLFM, MMI, SCAIP e SVI) che hanno costituito un soggetto comune denominato
NoOneOut Onlus.
Una fusione riuscita fra ONG, senza dover essere necessariamente conseguenza di una
debolezza di qualche natura, può essere un’
opportunità di rinnovamento tanto per la più grande (che fondendosi con un’associazione minore può radicarsi in modo più capillare sul territorio), quanto per la più piccola (che può aver voce e operare in un contesto più strutturato e stabile o ad esempio entrare a far parte di realtà internazionali così da poter arrivare in consessi e piattaforme alle quali non avrebbe altrimenti accesso).
In questo modo, una fusione, realizzata nel rispetto della vision e la mission di due entità non-profit che agiscono su livelli diversi e nel rispetto dei diritti di entrambe, lontano dal costituire una semplice addizione di due realtà o un modo per oscurare le ONG più deboli, può costituire un valore aggiunto reale, canalizzare nel giusto verso le forze in campo nel terzo settore ed essere una valida risposta alle sue sfide. Le organizzazioni coinvolte quindi non intraprendono un semplice percorso di unione o fusione, ma trovano una nuova forma nella
reciproca complementarietà, per dar vita a una realtà nuova e comune, in grado di avere più impatto.
Ma in Italia, Paese che più di altri soffre di una atavica difficoltà nel mettersi insieme,
ci sono ONG pronte a rinunciare ad un pezzo di sé, per intraprendere un percorso di trasformazione e di unione, per raggiungere in maniera più efficiente ed efficace la propria missione?
COSA NE PENSI?
Abbiamo pensato anche su questo tema di sentire cosa ne pensano gli operatori del settore, in particolare quelli che operano nelle ONG. Vi proponiamo un
breve questionario online con l’obiettivo di raccogliere i diversi punti di vista e poter visualizzare statisticamente le opinioni a riguardo.
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