Ma siamo sicuri che questa è la cooperazione che vogliamo?
L’Associazione delle ONG italiane, Cini e Link 2007 hanno presentato oggi a Roma un documento di posizionamento unitario sul futuro della cooperazione dal titolo “La cooperazione internazionale allo sviluppo che vogliamo” davanti a una folta platea di addetti ai lavori e politici in vista dell’atteso Forum di ottobre. L’aspettativa era quella di leggere la visione della cooperazione internazionale in chiave non governativa, di trovare nel documento il contributo del settore non governativo alla nuova politica nazionale di cooperazione.
Invece si tratta di un documento, seppur interessante, politicamente molto neutro per essere un prodotto di organizzazioni non governative.
Sembra infatti che la prima preoccupazione delle ONG sia quella di rilanciare, attraverso la cooperazione, il sistema Italia, un’Italia moderna, il futuro dell’Italia nel nuovo contesto internazionale, l’immagine logorata dell’Italia all’estero, il ruolo dell’Italia in Europa, l’Italia inaffidabile (vedi il documento). Insomma una grande preoccupazione per l’Italia.
Domanda: ma la mission delle ONG ha qualcosa a che fare con il posizionamento dell’Italia nel mondo? Viene da pensare che le assidue frequentazioni ministeriali e governative abbiano fatto scappare la mano alle ONG, sembra vogliano suggerire al governo come rilanciare il nostro paese nel mondo. Sarà per questo che c’è gran voglia di una Agenzia Italiana per la cooperazione?
Ma le ONG non dovrebbero battersi senza bandiere per la giustizia sociale e contro la fame e la povertà? E la loro azione nella cooperazione non dovrebbe servire a questo?
Anziché prendere semplicemente atto della globalizzazione e preoccuparsi di disegnare un’Italia moderna e capace di creare relazioni non dovremmo dire che le regole dell’economia globalizzata non sono sostenibili perché concentrano sviluppo e ricchezze e sfruttano le risorse a basso costo distruggendo l’ambiente e azzerando i diritti dei più deboli? Non dovremmo dire che per combattere la fame bisogna cambiare le regole, bloccare le speculazioni finanziarie e cambiare modelli produttivi? E non abbiamo niente da dire sugli interventi militari e le spese in armamenti e F35?
Non sarebbe meglio lasciare ai ministri i discorsi governativi e tricolore? Che siano loro a preoccuparsi della promozione del sistema Italia. Le battaglie delle ONG sono globali e non governative e hanno bisogno di alleanze internazionali della società civile come quelle che oggi stanno facendo la differenza, i movimenti contadini, i difensori dei diritti umani, che chiedono giustizia sociale, economica e ambientale per tutti.
Forse hanno davvero ragione Nicola Banks e David Hulme, due professori dell’Università di Manchester, che ultimamente hanno pubblicato un interessante studio che accusa le ONG di aver perso il loro “eroico spirito iniziale” in favore di un approccio iper-professionalizzato e apolitico che non ha impatto nel cambiamento e nelle battaglie sociali dei più poveri. Hanno ragione a dire che le ONG stanno diventando strutture burocratiche asservite a donatori e governi e integrate in un sistema di aiuti che non incide sulle cause della povertà?
O forse la percezione che le ONG hanno di se sta cambiando di decennio in decennio, di progetto in progetto e sta cambiando anche la loro legittimazione. Oggi sembrano essere i numeri del bilancio annuale e del fundraising a legittimare le ONG, non più il loro radicamento sociale, l’attivismo e il volontariato.
Probabilmente dietro queste tre lettere O.N.G ci sono realtà troppo diverse nella visione e nella mission per poter arrivare a un documento unitario condiviso e soddisfacente per tutte.
Cosa ne pensate?
