Non chiamatela ONG, l’ombra politica dietro la gestione degli aiuti a Gaza
In qualche articolo dei media internazionali è stata già denominata come NGO ma si tratta in realtà di una fondazione opaca e politicizzata quella che gestirà gli aiuti a Gaza secondo il piano concordato tra Israele e USA. Nel pieno di una delle peggiori crisi umanitarie del nostro tempo, una nuova e misteriosa entità si prepara a prendere il controllo della distribuzione degli aiuti nella Striscia di Gaza. Si chiama Gaza Humanitarian Foundation (GHF), è stata formalmente registrata in Svizzera a febbraio 2025, ma non ha alcun passato nel mondo della cooperazione internazionale e dell'aiuto umanitario. Nonostante ciò, è stata designata da Stati Uniti e Israele come futura struttura incaricata di distribuire cibo, medicine e beni essenziali ai 2,2 milioni di palestinesi intrappolati in un’area devastata da mesi di guerra.
Non chiamatela ONG, quindi, nonostante si sia recentemente registrata come organizzazione non governativa a Ginevra secondo la legislazione Svizzera. Perché la GHF, più che un’organizzazione indipendente e umanitaria, appare come uno strumento politico e logistico al servizio di interessi strategici, più attenta alla sicurezza e al controllo che ai principi di neutralità e imparzialità che dovrebbero guidare ogni intervento umanitario.
Una “fondazione” senza volto né fondi
Secondo documenti interni visionati dal Financial Times, la GHF prevede di distribuire 300 milioni di pasti in 90 giorni. Ogni pasto dovrebbe costare 1,30 dollari — una cifra che comprende anche la protezione armata dei convogli da parte di contractor militari privati. E qui si apre una prima falla nel sistema: non è chiaro da dove provengano i fondi. Tre fonti diverse confermano che, fino alla scorsa settimana, nessun donatore straniero aveva ancora versato un centesimo. Si parla di un impegno “riservato” da parte di un singolo Stato per 100 milioni di dollari, ma non è stato rivelato quale.
La governance della fondazione è altrettanto opaca. Due figure di spicco citate come membri del consiglio — David Beasley, ex direttore del Programma Alimentare Mondiale, e Nate Mook, ex direttore di World Central Kitchen — hanno smentito qualsiasi coinvolgimento, dichiarando di non far parte della GHF. Il loro nome sarebbe apparso in un “documento interno provvisorio”, trapelato alla stampa. La fondazione è guidata da Jake Wood, ex marine e fondatore di Team Rubicon, un’organizzazione nota per le sue risposte a disastri naturali ma con scarsa esperienza in contesti di guerra e occupazione militare.
Milizie private, zone “sterili” e una logica di controllo
L’aspetto forse più inquietante della GHF è il ruolo affidato a contractor militari privati americani, come Safe Reach Solutions e UG Solutions, già attivi durante una breve tregua a Gaza. Queste compagnie saranno incaricate di “proteggere” i punti di distribuzione, collocati in aree designate dall’esercito israeliano. I centri di distribuzione, almeno nella prima fase, saranno concentrati nel sud della Striscia — una scelta che l’ONU ha definito “una foglia di fico per lo spostamento forzato della popolazione”.
L’idea di fondo, secondo diversi osservatori, non è nuova: creare zone sicure “sterilizzate” da Hamas, controllate dall’esterno, dove la popolazione palestinese potrà recarsi per ricevere razioni preconfezionate. Il piano ricorda proposte già scartate dallo stesso esercito israeliano, in quanto difficilmente praticabili e ad alto rischio di caos. Ogni centro dovrebbe servire circa 300.000 persone, che dovranno percorrere a piedi chilometri per ricevere un pacco alimentare.
Il rifiuto dell’ONU: “Una messinscena cinica”
La reazione delle Nazioni Unite è stata durissima. Il responsabile degli affari umanitari, Tom Fletcher, ha definito il piano “una messinscena cinica, un diversivo deliberato, una foglia di fico per ulteriore violenza e spostamenti forzati”. Secondo Fletcher, il progetto GHF rende l’aiuto condizionato a obiettivi politici e militari: “trasforma la fame in una moneta di scambio”. L’ONU ha rifiutato ogni coinvolgimento e ha condannato l’uso di contractor armati e il rischio di incidenti nella gestione delle folle affamate.
Anche il modello logistico è stato criticato: mentre l’ONU lavora attraverso centinaia di piccoli punti di distribuzione, la GHF punta su pochi hub centralizzati, con conseguente sovraffollamento e pericoli enormi per la sicurezza dei civili. La presenza dell’esercito israeliano, sebbene “perimetrale”, secondo l’ambasciatore americano Mike Huckabee, è comunque un deterrente per molti palestinesi, che temono ritorsioni.
Un’operazione politica, non umanitaria
Per Israele e Stati Uniti, la priorità è evitare che gli aiuti finiscano nelle mani di Hamas. Ma come ha ribadito Philippe Lazzarini, capo dell’UNRWA, non esistono prove significative di un sistematico dirottamento degli aiuti da parte del gruppo. Gli episodi di saccheggio sarebbero legati alla disperazione e alla mancanza cronica di cibo, causata dal blocco prolungato.
L’esclusione dell’UNRWA — l’agenzia che da decenni gestisce scuole, ospedali e distribuzione di beni di prima necessità per milioni di palestinesi — è frutto di accuse israeliane mai dimostrate, secondo cui alcuni dipendenti avrebbero partecipato agli attacchi del 7 ottobre. Un pretesto, secondo molti analisti, per smantellare l’ultimo argine istituzionale presente a Gaza e sostituirlo con un’entità “alternativa”, priva però di legittimità, trasparenza e capacità operativa.
La Gaza Humanitarian Foundation si presenta come un attore “neutrale”, ma di neutrale ha ben poco. Dietro la sua retorica di efficienza e sicurezza, si cela un modello di intervento calato dall’alto, strumentale e militarizzato, che ignora i principi basilari dell’azione umanitaria. Mentre milioni di civili palestinesi lottano per sopravvivere, la gestione dell’aiuto si trasforma in una partita geopolitica in cui la trasparenza, la responsabilità e la dignità umana sono messe da parte.