Il Fondo Italiano per il Clima sotto la lente della Corte dei Conti
C'è uno strumento finanziario al cuore della politica estera del governo Meloni che fino ad ora ha ricevuto sorprendentemente poca attenzione pubblica, nonostante le risorse che muove e le scelte che implica. Si chiama Fondo Italiano per il Clima, è dotato di 840 milioni di euro annui per il periodo 2022-2026 — con un'integrazione straordinaria di 200 milioni nel 2024 che porta la dotazione totale del triennio 2023-2025 a 2 miliardi e 720 milioni di euro — ed è diventato, per esplicita scelta del governo, il principale strumento finanziario del Piano Mattei per l'Africa, a cui è vincolato il 70% delle sue risorse.
Ora, a quattro anni dal suo avvio, una relazione di 118 pagine della Corte dei Conti — approvata con la delibera n. 45/2026/G della Sezione centrale di controllo sulla gestione delle amministrazioni dello Stato — prova a rispondere alle domande che il settore della cooperazione si pone da tempo: come sono stati usati questi soldi? Con quale efficacia? Con quale trasparenza? E con quale coerenza rispetto agli obiettivi di sviluppo sostenibile dichiarati?
Cos'è e come funziona il Fondo Italiano per il Clima
Istituito con la legge di bilancio 2022, il Fondo è un fondo rotativo — cioè le risorse restituite dai beneficiari rientrano nel fondo e vengono redistribuite — gestito da Cassa Depositi e Prestiti e operativo attraverso finanziamenti, partecipazioni al capitale e garanzie. Una piccola quota è destinata a fondo perduto. I settori d'intervento includono energie rinnovabili, efficienza energetica, infrastrutture sostenibili, agricoltura, risorse naturali e sviluppo istituzionale.
La governance è multilivello e articolata: un Comitato d'indirizzo definisce le priorità strategiche, un Comitato Direttivo delibera sui singoli interventi. Per la quota destinata al Piano Mattei — la più consistente, almeno il 70% — le funzioni sono invece svolte da un apposito Comitato Tecnico istituito presso la Presidenza del Consiglio, sottraendo di fatto quella parte di governance al circuito interministeriale ordinario e accentrandola a Palazzo Chigi.
Il nodo del Piano Mattei: non cooperazione, ma sicurezza energetica
La relazione della Corte dei Conti fa emergere con chiarezza la natura della connessione tra Fondo Clima e Piano Mattei — una connessione che non è semplicemente operativa, ma politica e strategica. Il decreto DPCM del 30 ottobre 2024 identifica i settori prioritari della quota Mattei del Fondo: energie rinnovabili, efficienza energetica, infrastrutture sostenibili, agricoltura — ma include anche una finalità che rivela la vera natura politica dello strumento: la prevenzione delle migrazioni irregolari come obiettivo indiretto degli interventi.
In sede di contraddittorio — la fase in cui le amministrazioni coinvolte rispondono alle osservazioni della magistratura contabile — la Struttura di Missione del Piano Mattei ha precisato che «la gestione dei flussi migratori non rientra tra gli obiettivi diretti del Piano», ma ha ammesso che gli interventi «possono contribuire indirettamente a contrastare le cause profonde della migrazione irregolare». Una distinzione sottile, che lascia aperta la domanda su quanto il Fondo Clima stia finanziando sviluppo genuino e quanto stia finanziando uno strumento di contenimento migratorio travestito da finanza climatica.
PROGETTI FINANZIATI NELLA QUOTA PIANO MATTEI
- Assunzione capitale di rischio mediante fondi di debito Africa Go Green - LHGP (Fondo di debito)
- Finanziamento subordinato in modalità indiretta mediante istituzione finanziaria - BOAD Ibrido (Banca di sviluppo)
- Finanziamento in modalità diretta RST Ruanda - IMF/AFD (Sovrano)
- Finanziamento in modalità diretta Eni Kenya (Impresa)
- Finanziamento in modalità diretta Kenya - policy based (Sovrano) 150 Data delibera: 23/04/2024 Data stipula: 14/10/2024
- Investimento in modalità indiretta mediante istituzione finanziaria Special Fund African Development Bank (Istituzione finanziaria)
- Finanziamento in modalità diretta Fotovoltaico Angola (Sovrano)
- Finanziamento in modalità indiretta mediante istituzione finanziaria Banque Rwandaise de Dèveloppement (Banca di sviluppo)
- Assistenza Tecnica - Fondo di equity AGIA PP
- Fondo di equity AGIA PD
- Finanziamento in modalità diretta Programma ASCENT – Mozambico (Sovrano)
- Assistenza Tecnica Kenya policy based (Sovrano)
- Fondo di equity - Infrastructure Climate Resilient Fund - ICRF
- Finanziamento in modalità diretta - Polo Agroindustriale 2PAI-NE - Costa d'Avorio (Sovrano)
- Finanziamento in modalità diretta - Programma di Supporto alla Strategia Nazionale sull'Acqua - Marocco PBL (Sovrano)
- Finanziamento in modalità indiretta mediante istituzione finanziaria -DBSA (Banca di sviluppo)
Il caso Eni: 75 milioni al primo beneficiario
Il primo finanziamento ufficiale del Fondo Italiano per il Clima, reso noto nel maggio 2024, è andato a finanziare la filiera di Eni sui biocarburanti in Africa per un importo di 75 milioni di euro. Una scelta che ha sollevato polemiche su due fronti.
Il primo riguarda il beneficiario: Eni tra il 2022 e il 2023 aveva registrato oltre 35 miliardi di euro di utile netto. Che lo Stato italiano scelga di destinare il primo contributo del proprio fondo climatico — risorse pubbliche destinate allo sviluppo dei Paesi africani — alla più grande azienda energetica italiana, già ampiamente profittevole, è una scelta politica che merita quanto meno una spiegazione pubblica. All'assemblea degli azionisti del 6 maggio scorso, Eni ha confermato di aver ricevuto le risorse «per le attività di produzione di agri-feedstock, nell'agosto del 2025».
Il secondo fronte critico riguarda il merito dell'investimento: i biocarburanti sono una delle tecnologie più controverse nel dibattito sulla decarbonizzazione. Il loro contributo effettivo alla riduzione delle emissioni rispetto ai combustibili fossili è fortemente discusso, e diversi studi mettono in dubbio la loro compatibilità con una strategia allineata agli obiettivi dell'Accordo di Parigi.

Le criticità rilevate dalla Corte: procedure lente, scarsa attrattività, opacità
La relazione non si occupa dei singoli progetti ma individua criticità strutturali nell'architettura e nel funzionamento del Fondo. La prima riguarda la scarsa attrattività dei progetti per i soggetti finanziatori privati, «anche a causa della limitata capacità tecnica locale e della complessità dei contesti operativi, soprattutto quelli africani». In altri termini: il Fondo fatica a mobilitare risorse private aggiuntive — la cosiddetta leva finanziaria — perché i progetti che riesce a sviluppare non sono abbastanza solidi da attirare investitori al di là dei contributi pubblici.
La seconda criticità riguarda i tempi di attuazione. L'iter medio di approvazione supera i 360 giorni — un anno — e tende ad allungarsi ulteriormente per i progetti più complessi. In un settore dove le finestre di opportunità cambiano rapidamente e la fiducia dei partner dipende dalla capacità di risposta, questa lentezza non è un problema amministrativo: è un problema strategico.
La terza criticità è la trasparenza. La Corte segnala la mancanza di pubblicazione periodica di dati sugli interventi finanziati, sui tempi di approvazione e sugli esiti dei progetti. Un fondo pubblico da quasi 3 miliardi di euro nel triennio, privo di un sistema di rendicontazione aperta verso i cittadini, è un problema di accountability democratica che va ben oltre la gestione tecnica.
Le raccomandazioni: più capacity building, meno burocrazia, più flessibilità
Le raccomandazioni della Corte dei Conti sono operative e concrete, e meritano attenzione da parte di chiunque lavori nel settore della cooperazione internazionale. Sul fronte del capacity building: la Corte chiede di destinare risorse maggiori rispetto all'attuale 5% a contributi a fondo perduto per assistenza tecnica e rafforzamento delle capacità locali nei Paesi beneficiari. Un cambiamento che, se attuato, renderebbe il Fondo molto più simile agli strumenti di cooperazione allo sviluppo tradizionali — e molto meno simile a un meccanismo di finanza climatica orientato ai ritorni.
Sul fronte della semplificazione procedurale: la Corte chiede tempistiche chiare e vincolanti per le varie fasi di valutazione, sistemi digitali di monitoraggio dei processi decisionali, e — passaggio delicato — un'eventuale revisione delle modalità di applicazione del Codice antimafia ai soggetti esteri beneficiari, che attualmente crea rallentamenti significativi senza proporzionali benefici in termini di trasparenza.
Sul fronte della flessibilità della quota Mattei: la Corte suggerisce di prevedere meccanismi che permettano di riorientare temporaneamente le risorse non utilizzate dalla quota africana verso altri contesti, evitando che i ritardi nell'implementazione dei progetti africani lascino risorse inutilizzate. Una raccomandazione che riconosce implicitamente la difficoltà strutturale di spendere bene in tempi rapidi in contesti complessi come l'Africa subsahariana.
Cosa manca nel quadro complessivo
Ciò che la relazione della Corte non può fare — per mandato e per metodologia — è valutare la coerenza politica delle scelte effettuate. Ma la lettura combinata dei dati che presenta solleva domande che il settore della cooperazione dovrebbe porre con più forza: un fondo climatico il cui 70% è vincolato a obiettivi geopolitici di un piano nazionale; il cui primo beneficiario è la più grande azienda energetica italiana; che non pubblica i propri dati in modo accessibile; e che impiega un anno in media per approvare un progetto — è davvero lo strumento più efficace per contribuire alla transizione climatica dei Paesi africani?