Da Baghdad a Ginevra: chi è l’ex presidente iracheno Barham Salih che guiderà UNHCR
Chi è Barham Salih
Barham Salih, 64 anni, è un veterano della politica curda e irachena: già primo ministro del Governo Regionale del Kurdistan per due mandati, vice primo ministro a Baghdad e ministro della Pianificazione, è stato presidente dell’Iraq dal 2018 al 2022. Ingegnere di formazione, con studi universitari e un dottorato conseguiti nel Regno Unito, ha costruito negli anni un profilo di mediatore tra Erbil, Baghdad e le capitali occidentali, specialmente durante la stagione della guerra contro l’ISIS e dei negoziati sulla ricostruzione post‑bellica. Tecnico di formazione, Salih si laurea in ingegneria civile a Cardiff con dottorato in statistica e applicazioni informatiche e una forte attenzione alle politiche economiche e allo sviluppo. Negli anni è diventato un interlocutore riconosciuto per le cancellerie occidentali, assumendo spesso un ruolo di mediatore tra istanze curde, governo centrale iracheno e partner internazionali, in particolare durante la lotta contro l’ISIS e i negoziati su petrolio, ricostruzione e riforme istituzionali.Una scelta dal forte valore simbolico
La nomina è frutto di un processo competitivo che ha visto in corsa una dozzina di candidati di alto profilo, in gran parte provenienti da paesi donatori europei come Germania, Svizzera e Svezia. Secondo varie fonti, Guterres ha ristretto la rosa finale a tre‑quattro nomi, tutti europei tranne Salih; fra questi spiccava l’ex CEO di IKEA, Jesper Brodin, sostenuto da alcuni governi del Nord Europa e visto come profilo manageriale capace di portare nell’UNHCR l’esperienza del settore privato globale.
Nella corsa alla successione si sono mossi anche altri Stati emergenti: la Turchia, ad esempio, ha candidato il proprio rappresentante presso l’ONU, Ahmet Yıldız, rivendicando il ruolo del paese come principale paese ospitante rifugiati al mondo e grande attore regionale sulle migrazioni forzate. Fonti diplomatiche citano inoltre candidature europee di peso – fra cui alti funzionari di agenzie ONU e responsabili di cooperazione di paesi donatori nordici – a conferma di un forte interesse politico verso una delle posizioni umanitarie più visibili del sistema ONU.
Sostegni regionali e dinamiche ONU
La spinta decisiva alla candidatura di Salih è arrivata dal suo stesso paese e dal Golfo. Il governo di Baghdad ha formalmente depositato il suo nome, affiancato dal sostegno pubblico di Hoshyar Zebari, ex ministro degli Esteri iracheno, che lo ha presentato come “candidato dell’Iraq e del Kurdistan” per la guida dell’UNHCR. Anche gli Emirati Arabi Uniti hanno rotto gli indugi, annunciando nella riunione del Comitato esecutivo dell’UNHCR a Ginevra il loro appoggio ufficiale alla candidatura, a nome del Gruppo arabo.
In una lettera datata 11 dicembre, Guterres ha comunicato al presidente del Comitato esecutivo dell’UNHCR l’intenzione di proporre all’Assemblea generale l’elezione di Barham Salih a nuovo Alto Commissario per un mandato 2026–2030. L’atto formale passa ora per il voto dell’Assemblea, ma le principali testate internazionali parlano già di nomina fatta, sottolineando come la scelta di un ex capo di Stato di un paese mediorientale rifletta la volontà di dare maggiore voce alle regioni che ospitano la maggior parte dei rifugiati e sfollati del mondo.
Le sfide che attendono il nuovo Alto Commissario
Salih erediterà da Filippo Grandi un’agenzia al centro di tensioni crescenti: oltre 120 milioni tra rifugiati, richiedenti asilo e sfollati interni, crisi prolungate in Siria, Sudan, Sahel, Ucraina, Gaza, e un’opinione pubblica globale sempre più polarizzata sul tema dei movimenti forzati. Negli ultimi anni l’UNHCR ha dovuto bilanciare un mandato di protezione sempre più ampio con bilanci sotto pressione e una crescente dipendenza da un ristretto numero di grandi donatori, molti dei quali europei o nordamericani.
In questo quadro, il profilo di Salih – politico di un paese ospitante rifugiati, proveniente da una regione al centro delle rotte migratorie, ma con solide relazioni con Washington, Bruxelles e le capitali europee – potrebbe facilitare un dialogo più equilibrato fra Nord e Sud globale sul futuro del sistema di protezione internazionale. Resta da vedere quanto margine avrà per incidere su dossier sensibili come la condivisione degli oneri tra Stati, il rispetto del diritto d’asilo alle frontiere, la localizzazione dell’aiuto e il ruolo delle organizzazioni guidate da rifugiati.