Board of Peace, prove tecniche di una nuova ONU?
Il Board of Peace di Trump per la gestione della fase post conflitto a Gaza sta suscitato reazioni critiche nelle diplomazie di molti capitali. Le lettere di invito, recapitate a circa 60 Paesi, delineano un’iniziativa che ambisce a intervenire inizialmente sul conflitto israelo-palestinese, per poi estendere il proprio mandato ad altre crisi globali. Secondo le bozze di statuto circolate tra i governi, il Board of Peace sarebbe presieduto a vita da Donald Trump. Gli Stati membri avrebbero invece mandati triennali, rinnovabili solo con l’approvazione del presidente del Board. Un’eccezione rilevante riguarda i Paesi disposti a versare almeno 1 miliardo di dollari: in questo caso, l’adesione diventerebbe permanente.
Questa architettura fortemente personalizzata ha sollevato immediate perplessità. Analisti e diplomatici sottolineano come il modello concentri un potere decisionale senza precedenti nelle mani di un singolo leader, riducendo gli spazi di governance condivisa e accountability che caratterizzano le istituzioni multilaterali. Nella bozza manca inoltre ogni riferimento al diritto internazionale.
Gaza come punto di partenza
Nella narrativa ufficiale dell’amministrazione Trump, il Board of Peace nasce per sostenere la ricostruzione e la governance post-conflitto di Gaza, nell’ambito della seconda fase del cessate il fuoco tra Israele e Hamas. Tuttavia, l’assenza di un riferimento esplicito a Gaza nello statuto e le formulazioni generiche sul mandato – “promuovere stabilità, governance legittima e pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti” – suggeriscono un’ambizione molto più ampia. Non a caso, diverse fonti diplomatiche europee parlano apertamente del rischio di una sorta di “ONU parallela”, dominata dagli Stati Uniti e sganciata dai principi fondanti della Carta delle Nazioni Unite, come il multilateralismo inclusivo, la sovranità degli Stati e l’uguaglianza formale tra membri.
Le reazioni internazionali: cautela, adesioni selettive e resistenze
Le reazioni dei governi sono state eterogenee. Il presidente francese Macron si è per primo sfilato pubblicamente. Alcuni Paesi, come il Canada, hanno espresso un’apertura di principio, motivata dall’interesse a sostenere la ricostruzione di Gaza, pur sottolineando che molti dettagli – in particolare su finanziamenti e governance – restano poco chiari. Altri, come Argentina, Ungheria, Kazakistan, Uzbekistan, Marocco, Albania, Vietnam, Israele ed Emirati Arabi Uniti hanno già accettato l’invito, mentre la maggior parte degli Stati europei e asiatici mantengono una posizione attendista.
Per quanto riguarda l'Italia, la premier Meloni, dopo aver sentito i leader UE, pensa di sfilarsi al momento adducendo dubbi di costituzionalità per l'adesione del nostro paese. Posizione simile anche per quanto riguarda la Gran Bretagna. Il quadro complessivo sarà comunque più chiaro dopo gli incontri del Forum di di Davos, dove Trump intende lanciare l'iniziativa e raccogliere le adesioni dei big mondiali.
Le Nazioni Unite, per voce del Segretario generale António Guterres, hanno adottato un tono prudente, ricordando che gli Stati membri sono liberi di associarsi in gruppi diversi, ma ribadendo che l’ONU continuerà a svolgere il proprio mandato. Dietro questa neutralità formale, tuttavia, cresce la preoccupazione che iniziative come il Board of Peace possano indebolire ulteriormente un sistema multilaterale già sotto pressione.
Pace, interessi e transazioni
Uno degli aspetti più controversi dell’iniziativa è il legame esplicito tra partecipazione e contributo finanziario. L’idea che l’accesso permanente al Board sia subordinato al pagamento di una quota elevata rafforza l’impressione di un approccio transazionale alla pace e alla gestione dei conflitti che rischia di trasformare la cooperazione per la pace e la ricostruzione in una leva di influenza politica ed economica, più che in uno strumento basato su principi condivisi e bisogni umanitari. Le critiche richiamano anche precedenti iniziative di pace sponsorizzate dagli Stati Uniti, che non hanno prodotto risultati duraturi, come nel caso di alcuni accordi in Africa o nel Sud-est asiatico. Ciò solleva interrogativi sulla reale capacità del Board of Peace di incidere positivamente su conflitti complessi e radicati.
Il Board of Peace rappresenta plasticamente il progressivo spostamento da meccanismi multilaterali a piattaforme ad hoc, fortemente politicizzate e guidate da interessi nazionali. Il rischio è una frammentazione ulteriore della governance globale delle crisi, con conseguenze dirette sul coordinamento degli interventi, sul rispetto del diritto internazionale umanitario e sulla centralità dei bisogni delle popolazioni colpite. La vera posta in gioco non è solo l’efficacia di una nuova iniziativa statunitense, ma la tenuta stessa di un ordine internazionale fondato su regole condivise. Se il Board of Peace dovesse affermarsi come alternativa credibile – o concorrente – all’ONU, si aprirebbe una fase di profonda ridefinizione del sistema di gestione dei conflitti e della cooperazione globale.