L'OCSE valuta la cooperazione italiana: luci e ombre di un sistema in trasformazione
Ogni cinque o sei anni il Comitato di Assistenza allo Sviluppo dell'OCSE sottopone la cooperazione di ciascun Paese donatore a una revisione tra pari — una peer review condotta da esperti di altri Paesi membri che analizza le politiche, i sistemi, i risultati e le lacune del donatore esaminato. È uno strumento di accountability esterna tra i più autorevoli nel panorama internazionale, e le sue conclusioni non si possono liquidare come critiche di parte. Nel marzo 2026, il DAC ha approvato la peer review dell'Italia, condotta da Germania e Islanda nell'arco di quasi un anno tra il giugno e il novembre 2025, con missioni in Italia e in Etiopia e consultazioni con 113 organizzazioni e stakeholder. Il risultato è un documento che, con il linguaggio misurato tipico dei rapporti OCSE, riconosce i progressi compiuti ma formula dieci raccomandazioni che disegnano un quadro di luci e ombre significativo. Il rapporto è stato presentato alcuni giorni fa a Roma in una sessione dedicata della Conferenza CO[OPERA] 2026.
Il quadro generale: più visibilità politica, ma risorse ferme
Il punto di partenza del rapporto è una constatazione che mette in tensione retorica e realtà: l'Italia ha aumentato la visibilità strategica della sua cooperazione internazionale, collocandola al cuore della politica estera con il Piano Mattei. Ma questa ambizione espansa non è stata accompagnata da un aumento proporzionale delle risorse. L'APS italiano si è stabilizzato allo 0,29% del reddito nazionale lordo nel 2024 — meno della metà dell'obiettivo internazionale dello 0,7% che l'Italia stessa ha riaffermato nel proprio documento di programmazione 2024-2026. In un contesto di tagli globali agli aiuti, il fatto che l'Italia abbia mantenuto i propri livelli è segnalato come un elemento positivo. Ma non è sufficiente a colmare il divario tra le ambizioni dichiarate e la capacità operativa reale. Il numero dei Paesi partner prioritari in Africa è cresciuto, le priorità si sono moltiplicate, i nuovi strumenti finanziari si sono aggiunti senza semplificare il quadro. Il risultato è un sistema che deve fare di più con le stesse risorse, con il rischio — esplicitato dal rapporto — di disperdere l'impatto invece di concentrarlo.
Il Piano Mattei: riconosciuto ma non risparmiato dalle critiche
Il Piano Mattei è riconosciuto come il principale fattore di cambiamento nella cooperazione italiana degli ultimi anni. Il rapporto prende atto del fatto che ha rafforzato il profilo politico della cooperazione, posizionando l'Africa come priorità geografica strutturale: nel 2024, il 65% dell'APS bilaterale italiano è andato al continente africano. Ha mobilitato nuovi attori, in primis il settore privato e la Cassa Depositi e Prestiti. Ha stimolato meccanismi di coordinamento interministeriale che prima non esistevano o funzionavano male.
Ma l'OCSE non risparmia le criticità. Il rafforzamento del ruolo della Presidenza del Consiglio nella governance del Piano ha aumentato la complessità istituzionale senza chiarire sufficientemente le linee di responsabilità. La moltiplicazione dei soggetti coinvolti — MAECI, AICS, CDP, SACE, SIMEST, ICE, Fondo Italiano per il Clima — rischia di produrre frammentazione e duplicazione invece di sinergie. E la crescente enfasi sul settore privato come protagonista della cooperazione pone domande aperte sulla addizionalità allo sviluppo degli interventi: promuovere le imprese italiane in Africa non equivale automaticamente a ridurre la povertà o a sostenere le priorità dei Paesi partner. L'assenza di un sistema robusto di gestione per risultati — capace di misurare l'impatto reale degli interventi e non solo gli output — è segnalata come una criticità trasversale che indebolisce la capacità dell'Italia di dimostrare l'efficacia della propria cooperazione.
AICS: pilastro operativo apprezzato, ma sotto pressione
L'Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo riceve un giudizio sostanzialmente positivo: è descritta come «un partner centrale e valorizzato sul campo», con expertise tecnica, flessibilità e relazioni consolidate con la società civile nei Paesi partner. La missione in Etiopia ha confermato la credibilità dell'agenzia come attore operativo.
Ma il rapporto segnala due vulnerabilità strutturali. La prima è il modello delle risorse umane: i contratti a breve termine per funzioni core, la difficoltà ad attrarre e trattenere personale qualificato con condizioni competitive, la tensione tra le procedure centralizzate e la necessità di risposta rapida sul campo. La seconda è la relazione con il MAECI: la nuova convenzione tra ministero e agenzia cerca di chiarire la divisione del lavoro, ma il rischio è che un aumento della supervisione ministeriale riduca l'autonomia operativa di AICS, compromettendone l'efficienza e la credibilità come partner implementatore — anche nel quadro della cooperazione delegata dell'UE.
Migrazione e sviluppo: pioneristico ma frammentato
Su uno dei temi più politicamente sensibili — il nesso tra migrazione e sviluppo — il rapporto riconosce all'Italia un primato significativo: è stato il primo Paese DAC a sviluppare linee guida dedicate a questo nesso, riconoscendo la migrazione sia come sfida di sviluppo che come opportunità economica. Un approccio che ha una coerenza teorica apprezzabile e che va oltre la semplice logica del contenimento.
Ma la critica arriva sull'implementazione: gli interventi sul nesso migrazione-sviluppo restano frammentati tra strumenti e attori diversi, senza una coerenza d'insieme. Il rapporto raccomanda di rafforzare il coordinamento intergovernativo, proteggere i diritti umani di rifugiati e migranti, promuovere la mobilità legale dal e nel continente africano, coinvolgere più strategicamente le diaspore, e mantenere il focus sulla fragilità e sulle cause profonde della migrazione nei Paesi di origine. Una lista che suona come un promemoria implicito delle tensioni tra la retorica del partenariato e le politiche di esternalizzazione del confine che caratterizzano l'approccio italiano.
Il modello finanziario: prestiti in crescita, ma con rischi da gestire
Una tendenza nuova e rilevante riguarda la composizione dell'APS italiano, che include una quota crescente di prestiti agevolati — erogati dal Fondo Italiano per il Clima (FIC, dotazione di 4,4 miliardi di euro) e dal Fondo Rotativo per la Cooperazione allo Sviluppo. Nel 2024 i prestiti hanno rappresentato l'11% dell'APS bilaterale. L'OCSE vede in questa evoluzione un'opportunità per aumentare la scala degli interventi italiani, in particolare per l'azione climatica.
Ma pone due condizioni essenziali. La prima è che il FIC venga pienamente reso operativo, con processi di approvazione semplificati e pipeline di progetti solide — un processo ancora incompleto al momento della revisione. La seconda è che il mix tra grant e prestiti sia calibrato con attenzione ai contesti: nei Paesi a basso reddito e in situazioni di fragilità, la concessionalità deve restare alta per non aggravare i già pesanti problemi di sostenibilità del debito.
Il multilateralismo: punti di forza e margini di miglioramento
Su un punto l'Italia raccoglie un giudizio sostanzialmente positivo: il suo impegno multilaterale. Con il 54% dell'APS canalizzato attraverso organizzazioni multilaterali, l'Italia si conferma un sostenitore convinto del sistema internazionale. Il rapporto cita come pratiche di valore gli swap debito-sviluppo, il sostegno alle banche multilaterali di sviluppo per espandere la propria capacità di prestito, e l'approccio alla finanza innovativa.
Le raccomandazioni in questo ambito chiedono di rendere i finanziamenti multilaterali più prevedibili e pluriennali, riducendo l'earmarking rigido e aumentando il sostegno al core budget delle organizzazioni selezionate. E di usare più sistematicamente la cooperazione delegata dell'UE come strumento per amplificare la portata degli interventi bilaterali italiani — un canale sottoutilizzato rispetto al potenziale.
Le dieci raccomandazioni: un programma di lavoro concreto
Il rapporto si chiude con dieci raccomandazioni approvate formalmente dal DAC il 18 marzo 2026. Nell'insieme disegnano un programma di lavoro preciso per i prossimi anni:
- definire un percorso credibile verso lo 0,7%;
- accelerare l'operativizzazione del Fondo Italiano per il Clima;
- rafforzare il ruolo del Comitato Interministeriale per la Cooperazione allo Sviluppo (CICS) come sede di arbitraggio strategico;
- garantire che la supervisione su AICS sia compatibile con l'efficienza operativa;
- mantenere finanziamenti flessibili e pluriennali ai partner multilaterali;
- rafforzare la coerenza sul nesso migrazione-sviluppo;
- valorizzare il ruolo di CDP in coordinamento con gli altri attori;
- costruire una visione condivisa per il coinvolgimento del settore privato che metta al centro l'addizionalità allo sviluppo;
- investire in trasparenza, accountability e sistemi di apprendimento;
- allineare le risorse umane alle ambizioni crescenti del sistema.
Un giudizio equilibrato che il sistema non può ignorare
Letto nel contesto della recente Conferenza CO[OPERA] — dove la narrazione ufficiale ha prevalso su qualsiasi forma di autocritica — il rapporto OCSE offre qualcosa che la conferenza nel suo complesso non ha saputo produrre: una visione della nostra coooperazione non compiacente, che riconosce i progressi reali ma non esita a nominare le contraddizioni. Le raccomandazioni arrivano da "pari", non da un'opposizione parlamentare o dai rompiscatole delle ONG. Ignorarle sarebbe un errore politico, oltre che un'occasione persa per costruire una cooperazione italiana che all'ambizione sappia affiancare la capacità e la coerenza necessarie per realizzarla.
