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8,6 miliardi di rimesse dall'Italia: così gli immigrati finanziano ospedali, scuole e futuro nei Paesi d'origine

Ogni mese milioni di lavoratori immigrati in Italia aprono un'app, si recano in un money transfer o fanno un bonifico verso casa. Mandano soldi per pagare l'affitto dei genitori, le cure mediche dei figli, le rette scolastiche, le spese quotidiane delle famiglie che hanno lasciato. Messi insieme, questi trasferimenti hanno prodotto nel 2025 un flusso di 8,6 miliardi di euro verso i Paesi d'origine — secondo i dati della Banca d'Italia elaborati dalla Fondazione Leone Moressa. Un volume superiore alla spesa italiana per la cooperazione allo sviluppo, stimata intorno ai 6 miliardi di euro.

I numeri: chi manda, dove, quanto

La geografia delle rimesse italiane del 2025 racconta trasformazioni profonde nei flussi migratori e nelle comunità che compongono l'Italia contemporanea. Il Bangladesh è il primo Paese destinatario con 1,7 miliardi di euro — quasi un euro su cinque di tutte le rimesse italiane. Un risultato sorprendente se si considera che la comunità bangladese in Italia conta circa 140.000 persone, molte meno di altre comunità storicamente più numerose. Ma il dato pro capite è eloquente: ogni cittadino bangladese in Italia invia mediamente 658 euro al mese — quasi cinque volte la media nazionale di 134 euro. Seguono India (circa 600 milioni, con trend in forte crescita) e Marocco (intorno ai 580 milioni, ma in rallentamento).

Tra le dinamiche più significative degli ultimi anni emerge il crollo delle rimesse verso la Cina: dai 3 miliardi di euro inviati nel 2011-2012 si è passati a soli 4 milioni nel 2025. Un cambiamento strutturale che riflette la trasformazione della comunità cinese in Italia — più integrata, più benestante, meno dipendente dal modello migratorio tradizionale — ma anche mutamenti nelle normative e nelle modalità di trasferimento. All'opposto, la Georgia registra una crescita di oltre cinque volte nell'ultimo decennio, trainata da una comunità relativamente piccola ma con redditi più elevati e un forte legame familiare transnazionale. Colpisce anche un altro dato: comunità numerose in Italia come romeni, ucraini e albanesi, pur essendo tra le più presenti sul territorio, si collocano più indietro nella classifica delle rimesse verso l’estero.

La distribuzione territoriale interna è concentrata nelle aree ad alta densità occupazionale: la Lombardia genera il 21,7% del totale (1,9 miliardi), seguita dal Lazio (16,2%, 1,4 miliardi) e dall'Emilia-Romagna (9,4%). Roma è la prima provincia di origine con circa 1,2 miliardi, seguita da Milano con 944 milioni. Le due città da sole producono un quarto del totale nazionale.

L'impatto sullo sviluppo

A differenza degli aiuti pubblici allo sviluppo — che transitano attraverso un sistema fatto di agenzie, intermediari, procedure — le rimesse arrivano direttamente alle famiglie con un tasso di dispersione sicuramente molto basso. Ma questo non significa che il loro impatto sullo sviluppo sia automaticamente positivo o privo di complessità.

La letteratura economica sulle rimesse distingue tra effetti di breve e lungo periodo. Nel breve, le rimesse funzionano essenzialmente come reddito di sussistenza: pagano cibo, affitti, medicine, rette scolastiche. Nei Paesi a basso reddito, questo contributo è spesso decisivo per la sopravvivenza delle famiglie. In Bangladesh, per esempio, le rimesse rappresentano circa l'8% del PIL nazionale e sono la principale fonte di valuta estera del Paese. In paesi come Tagikistan e Liberia, le rimesse superano il 30-40% del PIL.

Nel lungo periodo, l'impatto è più ambivalente. Le rimesse che finanziano istruzione e salute contribuiscono alla formazione del capitale umano — un investimento che genera ritorni duraturi. Quelle che finanziano consumi correnti o costruzione di case non producono necessariamente sviluppo produttivo. E c'è un rischio strutturale ben documentato: la dipendenza da rimesse può ridurre gli incentivi al lavoro locale, gonfiare il settore immobiliare nelle aree di provenienza, e creare vulnerabilità economiche legate alle fluttuazioni dell'economia del Paese ospitante.

C'è anche la questione del costo del trasferimento. Mandare soldi a casa ha ancora un prezzo elevato: il costo medio globale di una rimessa è intorno al 6-7% del valore trasferito. Per un lavoratore bangladese che manda 658 euro al mese, significa pagare tra i 40 e i 50 euro di commissioni — un prelievo che si traduce in miliardi di euro sottratti alle famiglie ogni anno. Ridurre questo costo — come prevedevano gli obiettivi dell'Agenda 2030 (portarlo al 3% entro il 2030) — è una delle misure con il più alto rapporto costo-beneficio in tutto il campo dello sviluppo. Eppure continua a ricevere pochissima attenzione politica.

Le rimesse e la cooperazione

Il dato comparato tra rimesse e fondi destinati alla cooperazione allo sviluppo può sembrare dirompente, ma il confronto non si esaurisce nei numeri. Le differenze strutturali tra i due flussi sono molto importanti. La cooperazione ufficiale italiana — gestita principalmente da AICS e dalla Cassa Depositi e Prestiti attraverso il Fondo Italiano per il Clima — è geograficamente concentrata su priorità geopolitiche: oggi, prevalentemente l'Africa subsahariana e il Mediterraneo allargato nell'ambito del Piano Mattei. Le rimesse seguono invece la geografia della migrazione: Bangladesh, India, Marocco, Filippine. Due flussi che rispondono a logiche completamente diverse e che raramente dialogano tra loro.

Eppure esistono strumenti — ancora largamente sottoutilizzati in Italia — che potrebbero creare ponti tra questi due mondi. I programmi di rimesse produttive, in cui parte del trasferimento viene canalizzata verso micro-investimenti, cooperative o infrastrutture locali. I conti di risparmio vincolati, in cui le rimesse finanziano fondi di garanzia per piccoli imprenditori locali. Le diaspora bond, strumenti finanziari con cui le comunità migranti finanziano direttamente investimenti nei Paesi d'origine a tassi agevolati. Sono tutti strumenti che paesi come l'India, il Messico e il Marocco hanno già sviluppato con un certo successo. L'Italia, che pure ospita comunità diasporiche grandi e consolidate, non ha ancora una politica organica in questo campo.

C'è una domanda che vale la pena porre apertamente: in un momento in cui il governo italiano presenta il Piano Mattei come la propria risposta strategica alla sfida dello sviluppo africano e alla gestione delle migrazioni, perché le rimesse — il flusso finanziario privato più grande che connette l'Italia con i Paesi d'origine dei migranti — sono completamente assenti dall'agenda?

Il Piano Mattei parla di investimenti energetici, infrastrutture, sicurezza alimentare e formazione, ma non nomina le rimesse, non prevede strumenti per ridurne il costo, non propone incentivi per canalizzare una parte di questi flussi verso investimenti produttivi nei Paesi d'origine. Eppure, se è vero che l'obiettivo del Piano è anche ridurre le pressioni migratorie creando opportunità nei Paesi africani, ignorare il canale attraverso cui 8,6 miliardi di euro arrivano ogni anno direttamente alle famiglie di quei Paesi è, quanto meno, una lacuna strategica.

Cosa potrebbe cambiare

Tre priorità concrete potrebbero meritare attenzione politica. La prima è la riduzione dei costi di trasferimento: incentivi fiscali per i money transfer che abbassano le commissioni sotto il 3%, digitalizzazione dei canali formali, accordi bilaterali con i Paesi destinatari. La seconda è lo sviluppo di strumenti finanziari per la diaspora: conti di risparmio vincolati, fondi di garanzia, diaspora bond — prodotti che permettono alle comunità migranti di investire nel futuro dei Paesi d'origine, non solo di sostenere i consumi presenti. La terza è l'integrazione delle rimesse nelle politiche di sviluppo: il sistema della cooperazione dovrebbero lavorare in modo più strategico con le comunità della diaspora, andando oltre la mera testimonianza.





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