Tensioni e accuse sulla leadership ONU a Gaza: scoppia il caso Tkalec

Tensioni e accuse sulla leadership ONU a Gaza: scoppia il caso Tkalec

Un’ondata di accuse scuote le Nazioni Unite nel momento più delicato della crisi umanitaria a Gaza. La rivista specializzata The New Humanitarian ha pubblicato un’inchiesta che mette al centro Suzanna Tkalec, vice coordinatrice umanitaria delle Nazioni Unite per il Territorio palestinese occupato, accusata da diversi operatori umanitari di aver “servito gli interessi israeliani” e di aver permesso che gli aiuti umanitari venissero usati come strumenti politici. Secondo undici operatori umanitari intervistati, tra cui cinque di alto livello, la gestione di Tkalec avrebbe alienato colleghi palestinesi e internazionali, indebolito la posizione dell’ONU e consentito a Israele di esercitare un controllo sempre più diretto sulla distribuzione degli aiuti. Le accuse, respinte dall’interessata, aprono una riflessione profonda sulla crisi di leadership e di neutralità che attraversa oggi il sistema umanitario internazionale.

Una nomina controversa in un contesto di crisi

La nomina di Tkalec a inizio 2025 era avvenuta in un momento già esplosivo: Israele aveva bandito l’UNRWA, principale agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, costringendo l’ONU a riorganizzare rapidamente la sua presenza a Gaza. Tkalec, veterana di crisi internazionali in Congo, Yemen e Siria, è stata scelta per gestire i rapporti con il COGAT, il coordinamento militare israeliano per gli affari civili nei Territori occupati. Tuttavia, secondo molte testimonianze, la funzionaria avrebbe assunto un approccio eccessivamente accondiscendente con le autorità israeliane, accettando accordi che di fatto legittimavano restrizioni e spostamenti forzati di civili. L’accordo di maggio 2025, che prevedeva la distribuzione di farina solo ai panifici e non direttamente alle famiglie palestinesi, è citato come esempio emblematico di una strategia umanitaria considerata “compiacente e inefficace” che ha causato caos e vittime nella distribuzione degli aiuti.

Accuse di insensibilità e gestione divisiva

Alcuni episodi raccontati dagli operatori sul campo hanno sollevato indignazione, come il caso del cibo per cani randagi vicino alla residenza ONU di Tkalec, introdotto a Gaza in un momento in cui la popolazione moriva di fame. Un gesto simbolico, secondo i critici, della distanza tra la leadership umanitaria e le sofferenze reali dei civili palestinesi. Diversi operatori lamentano anche la scarsa presenza fisica di Tkalec a Gaza, a differenza dei predecessori che avevano scelto di restare sul posto, e una tendenza a centralizzare le decisioni escludendo l’UNRWA, tradizionalmente considerata “la spina dorsale” delle operazioni ONU a Gaza. Questa esclusione ha contribuito, secondo alcuni, a frammentare la risposta umanitaria, spingendo le diverse agenzie ONU a trattare individualmente con Israele, come auspicato dalle stesse autorità israeliane.

L’UNRWA rimane al centro del conflitto politico e umanitario. Israele la accusa da tempo di collusione con Hamas e ha promosso campagne per tagliare i suoi finanziamenti internazionali. Tkalec, secondo vari testimoni, avrebbe contribuito – anche involontariamente – a marginalizzare l’agenzia, preferendo affidare la distribuzione alimentare al Programma Alimentare Mondiale (WFP), scelta che avrebbe causato una crescente frammentazione e un calo drastico dell’efficacia nella consegna degli aiuti.

Una leadership divisa e un sistema sotto stress

Il caso Tkalec evidenzia anche la crisi più ampia della governance umanitaria a Gaza in un momento in cui i negoziati in Egitto dovrebbero disegnare il sistema umanitario che dovrà intervenire dopo la possibile tregua. Mentre il WFP e l’OCHA cercano di mantenere un minimo di accesso umanitario, la realtà sul terreno è drammatica: la carestia dichiarata nell’agosto 2024 continua a mietere vittime, con oltre 175 persone morte di fame e una popolazione costretta a sopravvivere con un solo pasto al giorno. I magazzini vengono saccheggiati da persone affamate, e la chiusura dei valichi continua a ostacolare il flusso di aiuti.

Finora, né l’OCHA né altri organi ONU hanno commentato direttamente il caso Tkalec, citando ragioni di sicurezza. Tuttavia, l’impatto politico e operativo di queste accuse è notevole. Esse mettono in discussione la capacità dell’ONU di agire in modo indipendente in contesti di occupazione e conflitto prolungato, e aprono un dibattito sulla riforma della leadership umanitaria nei territori più sensibili.

La vicenda Tkalec – che la funzionaria ha definito “un fraintendimento del mio impegno a servire i principi delle Nazioni Unite” – diventa così un caso emblematico di quanto fragile sia oggi l’equilibrio tra pragmatismo negoziale e integrità etica nel lavoro umanitario.





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