Il Piano Mattei senza Mattei: gli eredi diffidano il governo e aprono un caso sul Piano per l'Africa
C'è una lettera inviata via Pec alla Presidenza del Consiglio che ha il sapore di una sfida politica. La firma Pietro Mattei, nipote ed erede di Enrico Mattei, il fondatore dell'Eni scomparso nel 1962 in un incidente aereo ancora avvolto nel mistero. Il contenuto è una diffida formale: smettete di usare il cognome di mio zio per il vostro piano strategico sull'Africa. E se non lo farete, ci vediamo in tribunale — in sede civile e penale.
La comunicazione, inviata il 27 marzo e rivelata da La Stampa, ha trasformato quello che potrebbe sembrare un contenzioso familiare in un caso politico a pieno titolo, capace di toccare i nervi più sensibili della politica estera del governo Meloni: i rapporti con l'Africa, la dipendenza energetica dagli Stati Uniti, la gestione dei flussi migratori e la coerenza tra la retorica della sovranità nazionale e le scelte concrete di governo.
L'eredità di Mattei e il paradosso del Piano
Per capire la portata della vicenda, vale la pena ricordare chi era Enrico Mattei. Fondò l'Eni nel 1953 e costruì una politica energetica italiana radicalmente autonoma, sfidando frontalmente le "Sette Sorelle" — le principali compagnie petrolifere americane e britanniche che controllavano il mercato mondiale del greggio. Firmò accordi con l'Unione Sovietica, propose ai Paesi produttori del mondo arabo una distribuzione più equa dei profitti, costruì relazioni paritetiche con le nazioni africane, formando i giovani locali nelle scuole dell'Eni e rimandandoli nei loro Paesi con competenze concrete. È esattamente questa visione che il governo Meloni ha invocato come ispirazione del suo Piano strategico per l'Africa. Per Pietro Mattei è invece il contrario: «All'inizio ho detto "vediamo che fanno". Ma adesso trovo veramente inaccettabili le politiche del governo».
Le tre accuse nella diffida
Nella lettera, l'operato del governo è definito «in totale antitesi» con le gesta dello zio e l'uso del cognome «finalizzato a scopi di propaganda» con il rischio di «distorcerne la memoria storica». Le critiche sono precise. Sul fronte energetico: invece di perseguire la sovranità nazionale, il governo mostrerebbe «una marcata subordinazione agli interessi degli USA». «Mattei aveva sfidato gli americani, non era il loro servo — taglia corto il nipote —. Meloni invece non compra gas dai russi perché deve comprarlo da Washington». Sul fronte internazionale: «Assiste inerme a un genocidio in Palestina. Se lo immagina Mattei di fronte a questo?». Sul fronte migratorio: lo zio «selezionava i giovani locali, li formava e li rimandava nei loro Paesi», un approccio «lontano dall'attuale utilizzo del tema migratorio per fini politici». La conclusione è netta: «Faremo causa, civile e penale. Stanno vendendo una scatola vuota».
Una famiglia divisa, una battaglia anche con Eni
Non tutta la famiglia è schierata allo stesso modo: la sorella Rosy non ha firmato la diffida, e suo figlio è stato coinvolto nella strategia per l'Africa del governo. Parallelamente, gli eredi hanno presentato una citazione civile al tribunale di Macerata contro Eni per riavere oggetti, lettere e quadri appartenuti all'industriale — tra cui due nature morte di Giorgio Morandi. L'azienda ha risposto che «i beni rientrano nel patrimonio aziendale di Eni».
La vicenda riporta allo scoperto un dibattito che nella comunità della cooperazione internazionale rimane ancora sottotraccia: cosa è davvero il Piano Mattei, e quanto corrisponde al modello di cooperazione non predatoria che invoca? La risposta degli eredi del suo eponimo è, al momento, tutt'altro che lusinghiera.