ocha pooled funds 2026

5% dei fondi USA-OCHA alle ONG locali: la localizzazione degli aiuti resta un miraggio

Negli ultimi giorni del 2025 il Dipartimento di Stato americano e l'OCHA hanno firmato un Memorandum of Understanding che ha rimescolato le carte dell'intero sistema umanitario internazionale. Gli Stati Uniti si impegnano a canalizzare 2 miliardi di dollari attraverso i Country-Based Pooled Funds (CBPF) gestiti dall'OCHA — i fondi umanitari multi-donatore operativi nei Paesi in crisi. L'inaspettato accordo aveva colto di sorpresa i vertici delle principali agenzie umanitarie poichè fu negoziato direttamente dal capo dell'OCHA Tom Fletcher con Jeremy Lewin, ex funzionario del DOGE che aveva guidato i tagli all'USAID nel 2025 con l'obiettivo dichiarato di eliminare dal sistema i grandi intermediari, quelli che Trump definiva "beltway bandits" accusati di gonfiare i costi di struttura e drenare risorse destinate ai beneficiari finali.

La domanda che da allora attraversa la comunità della cooperazione internazionale è semplice ma tutt'altro che scontata: questo accordo sta davvero avvicinando i fondi alle organizzazioni locali? O sta semplicemente ridisegnando le gerarchie del potere umanitario a vantaggio di un sistema già consolidato?

Cosa sono i Country-Based Pooled Funds

Per capire la posta in gioco, vale la pena chiarire cosa sono i CBPF. Si tratta di strumenti finanziari multi-donatore istituiti dal Coordinamento degli aiuti d'emergenza dell'ONU e gestiti dall'OCHA a livello nazionale. Raccolgono contributi di più donatori in un unico fondo destinato a rispondere alle crisi in un determinato Paese, distribuendo le risorse attraverso un processo di selezione competitiva tra organizzazioni partner — agenzie ONU, ONG internazionali e, in misura minore, organizzazioni locali e nazionali. Già prima dell'accordo con Washington, Tom Fletcher, il capo dell'OCHA, aveva dichiarato ai Coordinatori umanitari l'obiettivo di destinare almeno il 70% dei fondi dei CBPF ad attori locali e nazionali, collocando i pooled fund al centro del suo progetto di "reset umanitario". L'accordo con gli USA sembrava dover dare la spinta finanziaria necessaria per realizzare quella ambizione.

I numeri reali: a chi vanno i finanziamenti

A distanza di pochi mesi dall'accordo, i dati disponibili raccontano una storia molto diversa da quella della retorica della localizzazione. Dai dati aperti resi pubblici da OCHA emerge che il 95% è andato ad agenzie ONU e organizzazioni internazionali. Il WFP ha ricevuto la quota più consistente, seguono UNHCR, UNICEF e IOM. Tra le ONG internazionali, i più finanziati sono il Norwegian Refugee Council, ACTED, Catholic Relief Services e Save the Children. Alle organizzazioni locali è destinato poco meno del 5% dei fondi, tenendo conto anche dei sub-grant distribuiti dai grandi beneficiari si arriverebbe al 13%. Una cifra lontanissima dall'obiettivo del 70% dichiarato da Fletcher, e inferiore persino alla media storica dei CBPF, che nel 2025 aveva raggiunto il 46% di finanziamento diretto agli attori locali — già considerata insufficiente dagli esperti del settore.

Nello specifico, secondo la nostra analisi dei dati di OCHA, sono disponibili per il 2026 circa 2.06 miliardi di dollari, dei quali 1.95 miliardi sono fondi americani. Ad oggi risultano allocati 1.33 miliardi sui seguenti paesi Afghanistan, Bangladesh, Chad, DRC, Etiopia, Fiji, Haiti, Kenya, Libano, Mozambico, Myanmar, Nigeria, Sud Sudan, Sudan, Uganda, Ucraina. 779 milioni sono stati allocati attraverso le Agenzie delle Nazioni Unite, 460 milioni attraverso le NGO internazionali e 94.3 milioni attraverso le ONG locali.

Tra le ONG italiane finanziate figurano: Intersos per Nigeria, Ucraina, Libano, Ciad, Burkina Faso e RCA, AVSI per Myanmar e Ucraina, Coopi per RCA, Terre des Homme Italia per Ucraina, CUAMM per l'Etiopia, WEWORLD per Palestina (Opt), Siria e Ucraina, Vento di Terra per Palestina (Opt) Altre ricevono i fondi attraverso la confederazione internazionale di appartenenza come ACF, Save the Children, ActionAid, Oxfam e Plan.

Perché accade questo? I CBPF hanno sempre avuto barriere di accesso strutturali per le organizzazioni piccole o non registrate. I requisiti di accreditamento, i processi di candidatura complessi, gli obblighi di compliance, la necessità di avere un track record di partnership con le Nazioni Unite: tutto questo esclude sistematicamente proprio le organizzazioni più radicate nelle comunità colpite.

I vincoli ideologici e geografici imposti dagli USA

Ma la questione non è solo chi riceve i fondi. È anche a quali condizioni. Poco dopo la firma del MoU con l'OCHA, l'amministrazione Trump ha emesso una nuova versione della Mexico City Policy, nota come Global Gag Rule vietando attività riconducibili a quello che l'amministrazione chiama "Discriminatory Equity Ideology" — ovvero qualsiasi forma di programma su diversità, equità e inclusione — e estendendola per la prima volta a tutti gli aiuti umanitari, non solo ai programmi sanitari.

L'accordo USA-OCHA impone anche restrizioni geografiche: i fondi USA sono destinati esclusivamente a 17 Paesi prioritari. Tra i Paesi esplicitamente esclusi ci sono Afghanistan, Yemen, Siria, Venezuela e Somalia. Quest'ultima esclusione è particolarmente grave: la Somalia si trova nel 2026 sull'orlo di una nuova carestia, con bisogni umanitari acuti e un sistema alimentare già compromesso dalla siccità. Escluderla dai fondi americani, in un contesto in cui Trump ha ripetutamente attaccato la comunità somala negli Stati Uniti, ha il sapore di una punizione collettiva.

Un vincolo operativo spesso sottovalutato nel dibattito è quello temporale. I programmi finanziati dal canale USA-OCHA hanno una durata massima di sei mesi e non possono essere prorogati. In contesti come il Myanmar o il Sudan, dove le agenzie internazionali hanno accesso limitato e dipendono fortemente dagli attori locali, questa rigidità impone un ritmo di implementazione incompatibile con la qualità dell'azione umanitaria. Le organizzazioni locali vengono di fatto subappaltate per coprire aree inaccessibili agli internazionali, ma senza le risorse di tempo e i margini di adattamento necessari per operare in modo responsabile. Il risultato è che la risposta rischia di concentrarsi nelle aree più sicure — quelle dove gli internazionali possono accedere — lasciando fuori proprio le comunità più vulnerabili.





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