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Cosa c’è nel futuro delle politiche europee sulla cooperazione allo sviluppo?

La nuova Commissione guidata da Jean-Claude Juncker si appresta a insediarsi e in molti si chiedono se è possibile prevedere verso quali orizzonti si muoveranno le politiche europee in materia di cooperazione internazionale e sviluppo. Quali sono i temi ricorrenti che potrebbero essere al centro della nuova Commissione per il 2014 – 2019? Il Presidente Juncker ha delineato recentemente un elenco di aree d’interesse nella lettera di missione del Commissario designato Neven Mimica che ha specificato le sue tre priorità durante l’audizione al Parlamento. Ecco alcune direzioni possibili.

 

Agenza post-2015
Il commissario Mimica ha delineato il suo desiderio di contribuire a un quadro post-2015 “ambizioso, universale e trasformativo”. Durante l’udizione ha dichiarato gli obiettivi europei richiamando spesso la volontà di garantire coerenza delle politiche europee. In particolare, ha sottolineato i limiti degli MGDs e auspicato che con i nuovi SDGs si possa raggiungere un equilibrio tra i pilastri economici, sociali e ambientali dello sviluppo sostenibile. Ha inoltre sottolineato l’importante legame tra clima e sviluppo, affermando che entrambe sono parte dell’azione esterna comune dell’UE. Mimica ha annunciato il suo sostegno agli obiettivi ambiziosi in materia di clima ed energia, e all’applicazione sistematica di questi aspetti nel quadro dei programmi e progetti di sviluppo europei.
Parole sagge, ma il passato recente ci dice quanto difficile e carente sia stata l’integrazione dei temi legati al cambiamento climatico nelle politiche europee. A meno che l’Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, non prenda una forte iniziativa di integrazione della dimensione di sviluppo sostenibile in tutta la politica estera dell’Unione europea e svolga un ruolo attivo nel sostenere l’azione climatica dell’UE, è improbabile che Mimica possa essere in grado di tirarlo fuori da solo.

 

Relazioni UE-Africa e post-Accordo di Cotonou
Seconda priorità di Mimica è quella di lanciare e negoziare un quadro post-Cotonou per rafforzare il partenariato strategico dell’UE con l’Africa. È interessante notare come il rafforzamento del partenariato strategico con l’Africa sia menzionato come una priorità da Juncker non solo in materia di cooperazione e sviluppo internazionale ma anche per Commercio, Migrazione e affari interni e per la politica europea di vicinato e di allargamento.
L’accordo di Cotonou tra 79 paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico (ACP) e l’UE è in scadenza nel 2020. Questo gestisce miliardi di euro in aiuti, e Mimica vede il lancio di un’ampia consultazione pubblica come un importante inizio di riflessione sul futuro del partenariato. Ha dichiarato: “non può essere una semplice continuazione del passato”, “in futuro l’Europa dovrà essere visto non solo come pagatore, ma come un giocatore“.

 

Coerenza delle politiche per lo sviluppo
La terza priorità, coerenza delle politiche per lo sviluppo, è quella che più ha animato il dibattito in sede di audizione, e non solo in quella di Mimica, tanto che il presidente Juncker ha istituito diversi gruppi di lavoro del Collegio dei Commissari, sottolineando il loro mandato a lavorare insieme.
Difficile non essere scettici su questo tema se si pensa per esempio a sicurezza, migrazioni, energia, ecc. Eppure il Commissario designato Mimica si è presentato come il “commissario di coordinamento per le politiche coerenti”. Se ce la dovesse fare sarebbe sicuramente un grande passo in avanti, ma chi da anni si occupa di promuovere la coerenza delle politiche per lo sviluppo, sa bene che Mimica potrà difficilmente contrastare i colleghi commissari e dovrà cercare di concentrare la sua azione su un numero limitato di settori politici se vorrà avere qualcosa di tangibile da mostrare.

 

Gli osservatori presenti all’audizione riportano che nel complesso, il Commissario designato Mimica si è dimostrato ben preparato e competente, anche se è stato messo sulla graticola meno di altri candidati alla Commissione. Il suo vero test sarà mostrare quanto sia in grado di portare avanti alcune buone idee dichiarate che, in realtà, non sono ne nuove ne facili e rapide da realizzare. (Fonte Ecdpm)

 


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  1. Vi inoltro il testo di un mio articolo di sabato 11 ottobre pubblicato su formiche.
    Penso che il rafforzamento dei sistemi sanitari dei paesi africani debbano essere la priorità centrale del nuovo Commissario Neven Mimica
    Tutti i fallimenti dell’Europa su Ebola
    11 – 10 – 2014
    articolo di Marco Mayer su formiche

    L’emergenza Ebola e le condizioni disastrose in cui versano i sistemi sanitari dei paesi africani obbligano la nuova Commissione Europea ad accendere i riflettori sulle politiche di aiuto allo sviluppo della UE. Pochi sono informati che l’Europa spende ogni anno un enorme fiume di denaro per la cooperazione con i paesi più poveri. L’Unione Europea (Commissione e Stati membri) è il maggiore donatore al mondo (55,80% dell’ODA mondiale), superando gli stessi Stati Uniti. Ma solo gli addetti ai lavori sanno che questi soldi sono spesi malissimo, che gli interventi per la sanità sono il fanalino di coda e che l’Europa non ha rispettato le priorità assunte per raggiungere gli obiettivi per il millennio (MDG’s 2015), in particolare proprio nell’ambito del diritto alla salute.

    Da anni insieme a Valeria Fargion svolgo ricerche in questo settore, ma non è per fare pubblicità alle riflessioni estremamente critiche che emergono dalla nostra indagine sugli interventi della UE nei 48 paesi dell’Africa Sub-Sahariana che scrivo questo pezzo (chi volesse può trovare in rete un nostro contributo dal titolo più che significativo (clicca qui per leggerlo). Non ce n’è bisogno, perché è la stessa Commissione Europea a denunciare il proprio fallimento. Già in documenti ufficiali del 2011-12 ( in particolare la cosiddetta “Agenda for change”) la Commissione ammette che la politica di coooperazione non funziona, soprattutto a causa della sua eccessiva dispersione geografica e settoriale: manca cioè la capacità di individuare delle priorità strategiche su cui concentrare l’intervento, così come manca largamente il coordinamento con l’azione portata avanti dagli Stati membri. La verità è che – al di là dei recenti tentativi di correggere la rotta – la UE fa un po’ di tutto dappertutto senza incidere il modo significativo. Per chi avesse dubbi basta un dato: la Commissione finanzia più di 45.000 progetti!

    In occasione del vertice dei Ministri UE per la cooperazione allo sviluppo riuniti a Firenze il 15 luglio scorso abbiamo segnalato direttamente al Vice Ministro Lapo Pistelli – proprio richiamando i primi segnali che arrivavano dall’Africa in merito all’Ebola – l’urgenza di mettere la sanità al centro dell’agenda europea dello sviluppo, ma il nostro appello è caduto nel vuoto! Ora qualcosa si sta muovendo. Due giorni fa gli organizzatori del World Health Summit hanno deciso di promuovere nell’ambito dell’incontro annuale che si terrà a Berlino dal 19 al 22 ottobre – sotto l’Alto patronato di Angela Merkel e di Francois Hollande – un simposio speciale dal titolo inequivocabile: “Ebola: A Wake-Up Call for Global Health”. Questa sessione speciale è organizzata dal Ministero degli Esteri tedesco insieme a quello della Sanità. Ma non basta; è l’Europa intera che deve darsi una mossa. Quel poco che resta del semestre di Presidenza Italiana è l’occasione giusta per “prendere il toro per le corna”. Il Consiglio Europeo di dicembre ha il dovere di assumere una decisone politica: nei prossimi anni almeno il 20% degli aiuti allo sviluppo della UE deve essere dedicato alla sanità in Africa.

    Il paradosso è che il rafforzamento dei sistemi sanitari africani si presenta come una straordinaria opportunità perché la UE si doti finalmente di una politica di cooperazione degna di questo nome. Che senso ha investire nel settore dei lavori pubblici dove i paesi emergenti (Cina, ecc.) sono molto più competitivi? È utile intervenire in campo agroalimentare quando da anni un conflitto di interessi – difficilmente conciliabile – oppone i paesi europei ai PVS? E ancora: a fronte dello storico “divide” tra zone anglofone e francofone dell’Africa è realistico immaginare una politica europea coerente nel settore dell’istruzione di base? La nostra proposta (che dal 2011 abbiamo presentato in numerose conferenze internazionali) è porre al centro della politica europea dello sviluppo il rafforzamento dei sistemi sanitari nazionali dei paesi africani, cogliendo le straordinarie opportunità offerte dalla rivoluzione sanitaria digitale.

    L’Europa è prima al mondo nella produzione di tecnologie mediche avanzate (E-Health, Telemedicina, ecc.). E – a differenza degli Stati Uniti – l’Europa ha una grande esperienza nella gestione di Sistemi Sanitari Nazionali ad impronta universalistica. Questo mix di know-how tecnologico e di capacità istituzionale-organizzativa è essenziale per dare all’Africa sistemi sanitari nazionali degni di questo nome. Questa strategia consente, inoltre, di far uscire dal ghetto la cooperazione allo sviluppo, collegandola direttamente alle politiche di crescita e di innovazione tecnologica. Nei paesi poveri e nelle aree di conflitto la sanità è inoltre tema di “High Politics”.

    Nella sanità si sviluppano spesso efficaci Confidence Building Measures (CBM), sia in ambito civile che militare così come la Health Diplomacy è uno strumento sempre più usato per l’avvio di processi di dialogo, riconciliazione e mitigazione dei conflitti. Di fronte a una opinione pubblica europea sempre più ostile verso ciò che sta fuori dalla fortezza Europa, l’Eurobarometro segnala che l’unico settore delle politiche di sviluppo indicato tra le prime tre priorità è quello della sanità.

    L’Africa è alle nostre porte e non può non essere una priorità per l’Europa. Non è più solo un problema di solidarietà umanitaria e/o di cooperazione allo sviluppo, la posta in gioco è anche un’ altra: si chiama sicurezza nazionale per l’Italia e per tutti gli altri paesi europei.

  2. La cooperazione inutile
    Se l’analisi sin qui svolta è corretta, risulta evidente che al paradigma di sviluppo proposto dalla logica del libero mercato corrisponda l’inutilità della cooperazione.

    Sono venuti meno i soggetti che potrebbero cooperare (gli stati e le società civili) ma è anche venuta meno la consapevolezza del “dovere” della cooperazione : i poveri vanno abbandonati a se stessi : si può e si deve vivere senza di loro.

    L’interdipendenza e la globalizzazione che comportano la crisi dello Stato nazionale, mettono in crisi oppure no, anche il paradigma della cooperazione, così come è stata gestita fino adesso?

    In un mondo con queste caratteristiche parlare di cooperazione è un non senso: è più corretto parlare di ridistribuzione delle ricchezze. Ed osservando “l’amaro calice” della povertà mondiale si comprende il crudo significato di concetti quali “cooperazione come sicurezza” laddove sicurezza si intende “sicurezza per me a scapito di altri ed a qualunque costo”.

    Questa disparità, ovviamente, non riguarda solo il reddito ma tocca tutti gli elementi della vita sociale ed economica. L’attività economica (nello specifico 4 ambiti della stessa) sia “iniquamente” distribuita a livello mondiale. Al solito: l’84% del commercio mondiale è in mano al 20% più ricco mentre solo lo 0,9% riguarda il 20% più povero della popolazione mondiale. Si tratta, ovviamente, di dati che hanno valore e significato solo se connessi l’uno con l’altro anche se, come chiunque può capire, si tratta sempre di dati estremamente significativi. Nello specifico caso del commercio qui citato possiamo certo sostenere che “cooperazione” in questo ambito non può essere progetto scisso dalla necessità di rendere il commercio internazionale stesso più equo.

    Del resto in questi ultimi decenni la disparità tra ricchi e poveri è aumentata.

    Il rapporto tra il reddito del 20% più povero della popolazione mondiale ed il 20% più ricco sia passato da 30/1 a 60/1. Se poi i conti vengono fatti disaggregando i dati per paese o per sesso si hanno situazioni ancora più gravi.

    Questi dati interrogano la cooperazione che, idealmente, aveva il compito di colmare almeno in parte il fossato tra ricchi e poveri per permettere ad ogni uomo e donna di questo pianeta di accedere a livelli di vita decenti.

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