Israele chiude le porte alle ONG, è la fine dell’indipendenza umanitaria?
Una “schedatura” delle organizzazioni umanitarie
Sono gli effetti della nuova normativa che Israele ha imposto alle ONG già dall’inizio del 2024 che le obbliga a ri-registrarsi secondo criteri ideologici stabiliti da un comitato interministeriale, che include il Ministero per gli Affari della Diaspora e la lotta all’antisemitismo. Le ONG che non ricevono l’approvazione del comitato rischiano la cancellazione entro 60 giorni, perdendo ogni autorizzazione a operare.
Tra i requisiti più controversi della nuova procedura figura l’obbligo di fornire i dati personali completi di tutto il personale, compresi familiari, coniugi e figli, oltre a informazioni sui donatori e i contributi finanziari ricevuti. L’Autorità olandese per la protezione dei dati (AP) ha definito la misura “una violazione del diritto alla privacy” e incompatibile con il Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR). La decisione israeliana di raccogliere e archiviare tali informazioni appare come una forma di profilazione politica e di controllo dei lavoratori umanitari palestinesi e internazionali, con rischi reali di intimidazioni, ritorsioni o espulsioni. L’AP ha chiesto al governo dei Paesi Bassi e alla Commissione Europea di intervenire formalmente, sostenendo che nessuna organizzazione europea possa legalmente fornire tali dati. Secondo numerose testimonianze raccolte da operatori umanitari nelle ultime settimane le ONG internazionali si trovano in un limbo. La maggior parte delle richieste presentate entro la scadenza fissata per inizio settembre non è stata ancora accettata o è già stata respinta. Dietro la motivazione ufficiale di “sicurezza nazionale”, emerge la volontà di ridisegnare il sistema di assistenza umanitaria a Gaza, sostituendo progressivamente l’approccio multilaterale delle Nazioni Unite e delle ONG con un modello controllato dal governo israeliano e appoggiato da quello statunitense, in particolare attraverso il controverso mandato alla Gaza Humanitarian Fund (GHF), accusata di operare in modo politicizzato e di escludere sistematicamente le organizzazioni indipendenti.Isolare, eliminare, cooptare
La re-registrazione delle ONG e l’espulsione delle agenzie ONU segnano un precedente pericoloso per tutto il sistema internazionale di cooperazione. La strumentalizzazione politica dell’aiuto umanitario da parte di Israele rischia di minare i principi di universalità e imparzialità che da decenni guidano gli interventi in contesti di crisi. Le organizzazioni internazionali denunciano una strategia mirata a frammentare la comunità umanitaria, isolando le ONG critiche e premiando quelle disposte a collaborare con il GHF. Alcune, come la ONG Rahma, che aveva accettato di consegnare aiuti tramite il fondo, sono state poi bloccate dopo aver protestato contro l’uso improprio della propria immagine in operazioni mediatiche del GHF. Questa dinamica rientra in una più ampia guerra narrativa, dove Israele dispone di risorse mediatiche e politiche nettamente superiori rispetto alle ONG, che dipendono dalle stesse autorità israeliane per l’accesso e la sicurezza del proprio personale. Notizie dell'ultim'ora riferiscono che gli Stati Uniti stiano valutando una proposta per la distribuzione di aiuti umanitari a Gaza che sostituirebbe la controversa Gaza Humanitarian Foundation. Ma a quanto affermato da chi ha visionato la bozza si tratterebbe di "una versione migliorata di ciò che GHF ha cercato di fare", ma non certo di un cambiamento di rotta. La proposta afferma che il GHF verrebbe "assorbito/sostituito" dalla Croce Rossa degli Emirati Arabi Uniti/Marocco e da Samaritan's Purse, un'organizzazione umanitaria cristiana evangelica che non a caso aveva già collaborato con la GHF.L’impatto sulle operazioni umanitarie
Le conseguenze di questa stretta sono già drammatiche. Secondo un comunicato congiunto di 41 organizzazioni attive a Gaza, tra il 10 e il 21 ottobre 2025, Israele ha respinto il 94% delle richieste di ingresso di aiuti umanitari da parte di ONG internazionali. Tra i beni bloccati figurano acqua, tende, medicinali, alimenti e kit igienici del valore complessivo di circa 50 milioni di dollari, oggi fermi ai valichi di frontiera o nei magazzini di Egitto e Giordania.
Il personale delle ONG denuncia che i rifiuti sono spesso motivati in modo arbitrario con la formula “non autorizzati a consegnare aiuti”, anche nel caso di organizzazioni registrate da decenni presso le autorità israeliane e palestinesi. Nella stessa morsa anche diverse ONG italiane che erano regolarmente registrate e ribadiscono che il mancato completamento della nuova registrazione non dovrebbe cancellare in nessun modo la precedente.
Il nuovo sistema di controllo ha quindi un effetto duplice: ostacola gli aiuti salvavita e mina la neutralità e l’indipendenza dell’azione umanitaria, due principi cardine del diritto internazionale umanitario sanciti dalle Convenzioni di Ginevra.L’attacco all’UNRWA e il vuoto istituzionale a Gaza
La campagna di delegittimazione contro l’UNRWA rappresenta il punto più alto di questo processo. Accusata – senza prove concrete – di impiegare membri di Hamas coinvolti negli attacchi del 7 ottobre 2023, l’agenzia è stata dichiarata “organizzazione terroristica” dal parlamento israeliano nel 2024 e bandita da ogni contatto con il governo israeliano.
Con i suoi 12.000 dipendenti locali, l’UNRWA garantiva l’accesso a servizi essenziali per oltre due milioni di persone: istruzione, assistenza sanitaria, acqua potabile, riparo e sostegno psicologico. La sua esclusione ha lasciato un vuoto operativo e istituzionale colossale, che Israele sta tentando di riempire con attori selezionati secondo criteri politici, piuttosto che umanitari.
Tamara Alrifai, direttrice delle relazioni esterne dell’agenzia, ha dichiarato che “magazzini pieni di cibo e medicinali in Giordania e in Egitto potrebbero sfamare la popolazione di Gaza per tre mesi, ma non abbiamo più canali per farli entrare”.
L’appello della comunità internazionale
Le agenzie europee per la cooperazione, insieme a diverse ONG italiane, stanno chiedendo all’Unione Europea e agli Stati membri di condizionare i rapporti con Israele al rispetto del diritto umanitario internazionale. Bruxelles ha finora espresso “preoccupazione”, ma non ha assunto posizioni vincolanti. Come già detto, l’Autorità olandese per la privacy e alcuni eurodeputati chiedono che la Commissione Europea sospenda la decisione che riconosce a Israele un livello di protezione dei dati equivalente a quello europeo — decisione oggi incompatibile con la raccolta forzata di dati sensibili sui cooperanti e i loro familiari.
Un bivio per la cooperazione internazionale
La crisi di Gaza sta diventando un banco di prova globale per il futuro dell’aiuto umanitario. Se le restrizioni israeliane dovessero consolidarsi, si aprirebbe una fase in cui gli stati potrebbero filtrare l’assistenza secondo criteri politici o ideologici, svuotando di significato i principi di neutralità, indipendenza e umanità. In un contesto in cui il sistema multilaterale è già sotto pressione, Gaza rappresenta oggi il simbolo della necessità di un impegno rinnovato per la difesa dello spazio umanitario. Le ONG, le agenzie delle Nazioni Unite e i donatori internazionali dovranno scegliere se accettare le condizioni imposte o difendere la propria autonomia, anche a costo di essere esclusi.