Il mestiere del cooperante tra impegno umanitario, rischi e bisogno di riconoscimento
La cooperazione internazionale e l’aiuto umanitario sono spesso percepiti come mondi lontani, fatti di missioni nelle zone di conflitto o di progetti di sviluppo raccontati solo dai comunicati delle organizzazioni o dai media nei periodi di crisi. Ma dietro ogni intervento di emergenza, ogni programma sanitario, educativo o ambientale, c’è il lavoro quotidiano di migliaia di cooperanti e operatori umanitari, italiani e internazionali, che dedicano la loro vita professionale – e spesso la loro sicurezza personale – alla difesa dei diritti, alla promozione della pace e alla protezione delle comunità più vulnerabili.
Un lavoro ad alto rischio
I dati più recenti delle Nazioni Unite descrivono un quadro drammatico. Nel 2024 ben 383 operatori umanitari sono stati uccisi in contesti di guerra o conflitto, il numero più alto registrato negli ultimi 20 anni. Rispetto al 2023 si è registrato un aumento del 31%. Solo nella Striscia di Gaza si contano 181 vittime, mentre in Sudan sono stati uccisi 60 operatori. A queste cifre si aggiungono oltre 300 feriti, 125 rapiti e 45 imprigionati nello stesso anno.
Il 2025 mostra purtroppo la stessa tendenza: a metà agosto erano già stati uccisi 265 operatori. E' di pochi giorni fa la notizia di due operatori del Consiglio danese per i rifugiati uccisi durante un attacco russo nel nord dell’Ucraina, mentre stavano bonificando un’area recentemente liberata dall’occupazione militare.
Questi numeri non raccontano solo una statistica, ma testimoniano la condizione di vulnerabilità estrema in cui migliaia di persone lavorano quotidianamente nelle aree più remote e instabili del mondo. Le vittime non sono solo espatriati, anzi la maggior parte sono operatori locali, cittadini degli stessi paesi in conflitto che si espongono quotidianamente ad alti rischi pur di garantire assistenza alla propria comunità.
Il contesto globale: più conflitti, meno risorse
Il 2024 e il 2025 segnano un altro record negativo: secondo l’ONU sono attivi 56 conflitti armati, il numero più alto dalla Seconda guerra mondiale. In queste crisi si intrecciano guerre, violazioni dei diritti umani, emergenze climatiche e migrazioni forzate. Oggi più di 300 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria, mentre oltre 120 milioni sono sfollati o rifugiati, più della metà donne e bambini. Eppure, proprio quando la domanda di cooperazione e aiuto cresce, le risorse calano. L’ultimo rapporto del OCSE-DAC registra per la prima volta dal 2017 una diminuzione del 7% dei fondi globali per la cooperazione.
Il ruolo cruciale dei cooperanti
In questo scenario, il ruolo dei cooperanti e degli operatori umanitari è ancora più essenziale perché garantiscono l'operatività di migliaia di progetti volti a garantire:
- Accesso ai servizi vitali (sanità, acqua, educazione) in aree colpite da guerra o catastrofi.
- Protezione della popolazione civile, spesso prima linea contro violenze e abusi.
- Coesione sociale e ricostruzione del tessuto comunitario, dopo guerre o disastri.
- Prevenzione dei conflitti, attraverso programmi di inclusione, giustizia e partecipazione democratica.
- Sviluppo delle attività economiche specialmente nelle aree rurali.
Il lavoro dei cooperanti non è infatti confinato ai contesti di emergenza: in molti paesi contribuiscono anche al rafforzamento delle politiche pubbliche, alla promozione dell’uguaglianza di genere, alla lotta al cambiamento climatico e al sostegno di società civili più forti e resilienti.
Numeri e presenza italiana
Secondo dati raccolti da Open Cooperazione, solo le ONG italiane impiegano oltre 2.000 cooperanti espatriati nel mondo e altri 20.000 operatori e operatrici locali. Una comunità professionale che si aggiunge alle centinaia di funzionari che operano per le agenzie delle Nazioni Unite, per la Croce Rossa e per le organizzazioni internazionali. I cooperanti italiani lavorano in 120 paesi, raggiungendo circa 185 milioni di persone in stato di bisogno.
Riconoscimento e tutele
Ma la professione del cooperante non è solo numeri: è un mestiere che richiede competenze sempre più elevate (tecniche, linguistiche, interculturali), una forte resilienza e una grande capacità di adattamento a contesti spesso instabili, con condizioni di vita e di lavoro complesse. Non più una vocazione romantica, ma una professione complessa e ad alto rischio, al crocevia tra competenze tecniche, valori etici e impegno civile.
Da alcuni anni in Spagna, nella giornata dell'8 settembre, si celebra la Giornata nazionale del cooperante: un momento di riconoscimento pubblico che sottolinea l’importanza sociale e politica di questo mestiere. Un’iniziativa molto significativa che manca in Italia, nonostante la presenza significativa di cooperanti italiani all’estero. Introdurre anche nel nostro Paese una giornata dedicata ai cooperanti e agli operatori umanitari sarebbe un atto simbolico ma importante:
- darebbe visibilità a una professione poco conosciuta ma fondamentale,
- rafforzerebbe il legame tra opinione pubblica e mondo della cooperazione,
- riconoscerebbe il contributo di chi rischia la vita per valori universali come diritti umani e pace.
Riconoscerne il ruolo – anche attraverso un atto simbolico come l’istituzione di una giornata nazionale in Italia – significherebbe non solo rendere merito a chi opera in silenzio in contesti difficili, ma anche riaffermare l’impegno del nostro Paese nella la cooperazione internazionale come bene pubblico globale.