Abitare la complessità: perché abbiamo bisogno di un approccio radicalmente nuovo alla valutazione
La valutazione dei risultati e la sua più recente evoluzione – la valutazione dell’impatto generato – hanno preso la scena da diversi anni ormai anche nel Terzo Settore. Il fatto è molto positivo, perché sulla valutazione si gioca una parte importante del nostro futuro, dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) alla Cooperazione Internazionale. Tuttavia la cultura dominante, nel profit come nel non profit, nelle istituzioni pubbliche come nei donatori, è ancora fondamentalmente rinchiusa in una visione della valutazione burocratica, schiacciata sul presente e sul breve termine, estremamente autoreferenziale, essenzialmente basata sulla sfiducia reciproca (fra donatori ed ETS, fra personale della Pubblica Amministrazione assunto e politici eletti, fra ETS e aziende, fra Istituzioni e cittadini ecc.) e sulla fede cieca nell’azione in quanto tale.
Consapevole del fatto che sto generalizzando per semplicità, potrei sintetizzare la visione dominante così:
- è uno strumento di controllo del rispetto di regole e linee guida;
- si concentra sostanzialmente sull’efficienza, e quindi sulle attività svolte, sul costo delle attività e sui prodotti o servizi erogati grazie a tali attività; che cosa abbiamo cambiato effettivamente nella vita delle persone e quanto questi cambiamenti saranno a loro volta generativi, non è quasi mai dato sapersi;
- rappresenta uno dei documenti obbligatori da allegare alla rendicontazione economica dei progetti;
- non se ne capisce veramente il senso, poiché dei report di valutazione, una volta completati/consegnati, non se ne fa nulla nessuno, non guidano i futuri programmi o politiche (e in molti casi è meglio così, viste le ragioni che segnalerò qui di seguito) e quindi vengono vissuti per lo più come una scocciatura inevitabile;
- ogni referente, che sia politico o della filantropia privata, chiede indicatori di valutazione dei risultati/dell’impatto differenti, a volte da scegliere fra un set predefinito, altre volte con la richiesta vincolante che provengano da elenchi riconosciuti a livello internazionale; con la conseguenza che gli ETS devono ogni volta costruire sistemi di Monitoraggio e Valutazione diversi, che peraltro cambiano anche rapidamente negli anni;
- i modelli e i sistemi di valutazione nello stesso ambito (per esempio l’inclusione lavorativa di soggetti vulnerabili) sono differenti a seconda di chi finanzia/promuove i relativi interventi, con il risultato che non è possibile comparare gli interventi e la loro reale efficacia, benché spesso agiscano sulle stesse tipologie di soggetti e negli stessi territori;
- poiché le Linee Guida ministeriali su Bilancio e Impatto sociale chiedono espressamente di rendicontare i risultati a più livelli, la maggior parte degli ETS si trova per di più di fronte alla sfida di creare un set di indicatori di autovalutazione, che si aggiunge a quelli dei donatori descritti ai punti precedenti, andando a configurare un impegno organizzativo ed economico spesso insostenibile (si consideri anche la necessità di costruire una piattaforma digitale di acquisizione, elaborazione, gestione e comunicazione dei dati sugli indicatori di risultato);
- la conseguenza diretta è che molti, sconfortati dalla situazione sopra descritta, dedicano alla valutazione il budget e il tempo minore possibile, in modo tale da renderla sostenibile e di non togliere tempo all’operatività, al fare.
- “Ama lavorare con soluzioni stabili e di scarsissima flessibilità...
- Si fida di una particolare forma di sapere: quella specialistica...
- Procede a partire da alcuni principi solidissimi, che adotta come precetti indiscutibili e che non riesce a cambiare se non con cicli lentissimi... Non è un’intelligenza pragmatica, che cerca semplicemente la soluzione migliore...
- Si crede razionale, … fonda la sua forza sulla convinzione di agire secondo razionalità. Qui l’errore è doppio: credere, cartesianamente, che esista un’intelligenza razionale (che si possa capire e gestire la realtà con il solo meccanismo della ragione) e credere, in sovrappiù, di esserne una perfetta espressione, aliena da qualsiasi rigurgito irrazionale...”.
- la non linearità nel modo in cui i differenti fenomeni/cambiamenti si influenzano, che implica l’impossibilità di scomporre ciascun fenomeno in catene input-output definite e costanti (determinismo); questo significa anche fare i conti con una dose molto alta di imprevedibilità;
- la causalità circolare, cioè il fatto che i fenomeni/cambiamenti si influenzano reciprocamente e retro-attivamente; il livello di interconnessione è altissimo e le relazioni si modificano costantemente fra di loro, mentre modificano il contesto e ne sono modificate;
- l’olismo, che comporta il fatto che siamo costretti a ragionare a livello di sistema e non delle singole parti che lo compongono;
- il costruttivismo, che pone l’attenzione sul fatto che le persone e le organizzazioni agiscono nei confronti delle cose o di altri soggetti in base al significato che questi hanno per loro e che tale significato è continuamente influenzato e co-generato dall’interazione sociale.
- ci obbliga a semplificare in catene input-output-outcome pre-definite e rigidamente immodificabili i cambiamenti che vogliamo generare nella società;
- non è in grado di intercettare, valorizzare e utilizzare i feedback che arrivano dal “fare” per rio-orientare rapidamente interventi e strategie, imponendo al contrario il rispetto delle catene di cui al punto precedente;
- isola parti limitate della realtà operando semplificazioni riduzionistiche, che finiscono per costringerci a lavorare su sistemi astratti, costruiti a tavolino davanti a un computer;
- si muove con approcci fortemente autoreferenziali, dove la partecipazione di tutti i principali attori in campo nel dare senso ai risultati raggiunti in tutte le fasi del ciclo di programma/progetto (dalla programmazione alla valutazione finale) è quasi sempre più evocata che sostanziale.
- attivare e moltiplicare tavoli di confronto nazionali e territoriali/tematici con mandati chiari e potere decisionale reale, sulla scia di quanto sta facendo Fondazione con il Sud, per mettere a sistema risorse, metodologie di intervento e attori in campo;
- lavorare come reti di associazioni per condividere standard minimi sulla qualità dei processi di valutazione più che sui singoli indicatori; gli indicatori spesso hanno la necessità di essere estremamente personalizzati, in quanto collegati ai soggetti in campo, allo specifico risultato e agli strumenti e alle fonti di verifica di quel particolare contesto di intervento, mentre la qualità dei processi di valutazione lavorerebbe trasversalmente su tutti i programmi/progetti;
- avviare un “piano Marshall” nazionale di formazione e capacity building su competenze di leadership, organizzative e gestionali, incluse quelle di monitoraggio e valutazione, in linea con l’approccio sistemico/complesso sopra descritto e rivolto alla Pubblica Amministrazione, agli ETS e al settore profit, con sessioni dedicate in modo mirato a ciascuno di questi 3 settori e sessioni trasversali, in cui i 3 settori dialogano e si confrontano;
- prevedere una quota di budget minimo/massimo (in percentuale sul valore complessivo dell’intervento) in tutti i programmi/progetti dedicata a monitoraggio in itinere e valutazione ex post e finanziarla al 100%; integrare sempre il lavoro di valutatori interni con quello di valutatori esterni.