Bilancio UE e aiuti allo sviluppo: perché la proposta della Commissione preoccupa la società civile
La proposta della Commissione europea per il prossimo Quadro Finanziario Pluriennale (MFF) 2028-2034 segna un passaggio decisivo per il futuro della cooperazione internazionale dell’Unione. Al centro dell’architettura proposta si trova il nuovo Global Europe Instrument (GEI), con una dotazione prevista di 200,3 miliardi di euro, destinata a finanziare le azioni esterne dell’UE, comprese le politiche di sviluppo. Secondo l’analisi della confederazione delle ONG europee Concord Europe, tuttavia, l’impostazione generale del nuovo quadro presenta rischi strutturali che potrebbero indebolire l’impatto dell’azione europea contro povertà, disuguaglianze e crisi globali.
Nonostante l’ammontare complessivo proposto per il GEI venga giudicato in linea con le aspettative, preoccupa la riduzione della quota minima di fondi destinati all’Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS), che passerebbe dal 93% al 90%, con la possibilità per la Commissione di modificarla in futuro attraverso procedure semplificate.
Flessibilità Vs Prevedibilità
Uno dei punti più controversi riguarda l’aumento della flessibilità nella gestione dei fondi. La proposta unifica strumenti precedentemente separati (NDICI, IPA, ecc), con l’obiettivo dichiarato di semplificare le procedure. Le ONG temono che questa scelta possa confondere i mandati, creare concorrenza tra priorità diverse e ridurre la prevedibilità per i paesi partner. Particolarmente critica è la gestione dei fondi “disimpegnati” (de-committed funds), che rischiano di essere dirottati verso strumenti di flessibilità generali, sottraendo risorse all’azione esterna e minando la fiducia dei partner internazionali nella stabilità dell’impegno europeo.
Nel nuovo MFF scompaiono i target di spesa vincolanti per settori chiave come sviluppo umano, uguaglianza di genere, clima, biodiversità e sostegno alla società civile. Nella proposta della Commissione inoltre verrebbero eliminati i programmi tematici dedicati esclusivamente ai diritti umani e alle organizzazioni della società civile. Secondo le ONG, questo rischia di indebolire il sostegno strutturato alle ONG locali e internazionali, riducendo lo spazio civico e frammentando gli interventi. Tra le raccomandazione del rapporto di Concord, le organizzazioni chiedono il ripristino di obiettivi minimi:
- una quota maggiore di fondi verso i Paesi meno sviluppati e quelli fragili;
- almeno il 50% dell’ODA destinato allo sviluppo umano;
- obiettivi chiari su clima (min. 35%) e biodiversità (min. 15%);
- una quota dedicata alle organizzazioni della società civile.
Finanziarizzazione dell’aiuto
L’analisi critica fortemente il crescente ricorso a garanzie, blending e prestiti, che potrebbero sostituire i contributi a fondo perduto. Secondo le ONG, questi strumenti rischiano di aumentare l’indebitamento dei paesi partner, favorire progetti orientati a interessi commerciali e geopolitici e ridurre l’attenzione verso i più vulnerabili. Particolarmente contestata è l’apertura alle agenzie di credito all’esportazione (Export Credit Agencies), giudicata incompatibile con gli obiettivi di sviluppo. Inoltre, viene criticato il possibile uso degli aiuti come leva politica, ad esempio legandoli alle politiche di rimpatrio dei migranti, pratica ritenuta contraria ai principi dell’efficacia dell’aiuto e dei diritti umani.
Meno controllo democratico e trasparenza
La proposta elimina la revisione intermedia (mid-term review - MTR), riducendo le possibilità di intervento del Parlamento e del Consiglio durante il ciclo di bilancio. Molte decisioni chiave sarebbero sottoposte solo a notifica, senza reale potere di veto. Secondo le ONG, questo rappresenta un serio arretramento in termini di scrutinio democratico e trasparenza nell’uso delle risorse pubbliche.
Secondo le ONG europee, il negoziato sul MFF 2028-2034 sarà un banco di prova per capire se l’UE intende rimanere un attore globale basato su valori, diritti e partenariati equi, oppure se prevarranno logiche di breve periodo, interessi geopolitici e commerciali. La richiesta è chiara: la prossima architettura finanziaria deve mettere al centro sviluppo sostenibile, diritti umani e riduzione delle disuguaglianze, garantendo allo stesso tempo trasparenza, responsabilità e partecipazione democratica.