La Corte dei Conti UE chiede alla Commissione più trasparenza sui fondi alle ONG
Un nuovo rapporto pubblicato alcuni giorni fa dalla Corte dei Conti europea solleva interrogativi sulla trasparenza con la quale la Commissione europea gestisce i fondi comunitari destinati alle organizzazioni non governative. La relazione “Trasparenza dei fondi Ue assegnati alle ONG”, frutto di un audit approfondito, mette in evidenza croniche carenze nella trasparenza e nel controllo dei finanziamenti europei da parte della Commissione. Secondo la Corte le informazioni sui finanziamenti dell’Ue aggiudicati alle ONG rimangono inesatte e incomplete, un giudizio molto simile a quello già espresso in una precedente analisi datata 2018.
L’interesse e l’insistenza della corte sul tema è anche frutto della crescente ostilità nei confronti della società civile da parte di alcuni gruppi politici, soprattutto nelle file dei partiti di destra del Parlamento europeo, che ha visto il PPE guidare una campagna volta a mettere in discussione la legittimità e la trasparenza di alcune organizzazioni, accusandole di svolgere attività di lobbying politico travestite da azione civica. Le pressioni hanno portato alla convocazione di audizioni, richieste di relazioni specifiche e all’inserimento del tema nella discussione sulla riforma dei meccanismi di trasparenza dell’UE che si è aperta in particolare dopo il Qatargate del 2022. La relazione della Corte dei Conti, in questo contesto, è stata salutata da questi gruppi come una conferma delle loro preoccupazioni, alimentando ulteriormente un clima di sfiducia nei confronti del mondo delle organizzazioni non profit, che rischia però di danneggiare indistintamente un settore che a Bruxelles non riescono neanche a classificare correttamente.
Lo studio della Corte ha preso in esame questa volta i finanziamenti erogati tra il 2021 e il 2023, le ONG hanno ricevuto complessivamente 7,4 miliardi di euro in fondi UE, di cui 4,8 miliardi direttamente dalla Commissione europea e 2,6 miliardi dagli Stati membri. Queste risorse sono state allocate nell’ambito di programmi strategici come il Fondo Sociale Europeo Plus, Horizon Europe, AMIF e LIFE, con obiettivi legati a coesione, ricerca, migrazione e ambiente.
Sono tre in particolare le criticità che i giudici sottopongono alla Commissione europea:
Uno dei principali problemi emersi riguarda la classificazione delle ONG stesse. Fino al 2024, non esisteva una definizione comune a livello europeo di “organizzazione non governativa”, e ancora oggi questa rimane spesso assente nella legislazione nazionale (Italia compresa). Nonostante la definizione introdotta recentemente come “organizzazione volontaria, indipendente dal governo, senza scopo di lucro che non è un partito politico o un sindacato” il nodo non è stato sciolto. Le entità si autocertificano come ONG, ma la Commissione non verifica sistematicamente se tali soggetti rispondano realmente ai criteri dichiarati. Tra i casi esaminati dal team di ricerca c’è quello di un importante istituto di ricerca classificato come ONG ma con una governance interamente governativa e un’altra organizzazione di ricerca e innovazione che, oltre a svolgere attività di ricerca e innovazione, fornisce servizi tecnici per l’industria e persegue quindi interessi commerciali che hanno prevalentemente fini di lucro.
La Corte accusa quindi la Commissione di non rilevare “in modo proattivo potenziali violazioni”, basandosi invece su autocertificazioni e non utilizzando altre fonti di dati disponibili per le verifiche. Da parte sua, la Commissione europea ha risposto accogliendo parzialmente le osservazioni. Ha ribadito l’impegno a semplificare le procedure di accesso ai fondi, ma ha anche sottolineato i limiti giuridici nel definire uniformemente le ONG a livello europeo. “Non abbiamo la competenza per imporre una definizione univoca”, ha affermato, rimandando la responsabilità alle legislazioni nazionali.
La classificazione delle ONG
Uno dei principali problemi emersi riguarda la classificazione delle ONG stesse. Fino al 2024, non esisteva una definizione comune a livello europeo di “organizzazione non governativa”, e ancora oggi questa rimane spesso assente nella legislazione nazionale (Italia compresa). Nonostante la definizione introdotta recentemente come “organizzazione volontaria, indipendente dal governo, senza scopo di lucro che non è un partito politico o un sindacato” il nodo non è stato sciolto. Le entità si autocertificano come ONG, ma la Commissione non verifica sistematicamente se tali soggetti rispondano realmente ai criteri dichiarati. Tra i casi esaminati dal team di ricerca c’è quello di un importante istituto di ricerca classificato come ONG ma con una governance interamente governativa e un’altra organizzazione di ricerca e innovazione che, oltre a svolgere attività di ricerca e innovazione, fornisce servizi tecnici per l’industria e persegue quindi interessi commerciali che hanno prevalentemente fini di lucro.
La Corte accusa quindi la Commissione di non rilevare “in modo proattivo potenziali violazioni”, basandosi invece su autocertificazioni e non utilizzando altre fonti di dati disponibili per le verifiche. Da parte sua, la Commissione europea ha risposto accogliendo parzialmente le osservazioni. Ha ribadito l’impegno a semplificare le procedure di accesso ai fondi, ma ha anche sottolineato i limiti giuridici nel definire uniformemente le ONG a livello europeo. “Non abbiamo la competenza per imporre una definizione univoca”, ha affermato, rimandando la responsabilità alle legislazioni nazionali.