Un anno dopo USAID arriva la nuova cooperazione americana dell'America First
È passato un anno dalla drastica chiusura di USAID, una delle decisioni più dirompenti del secondo mandato di Donald Trump in materia di politica estera e cooperazione allo sviluppo. Con lo smantellamento dell’agenzia che per oltre sessant’anni ha rappresentato l’architrave dell’aiuto internazionale statunitense, Washington ha inaugurato una nuova fase, segnata da un ridimensionamento senza precedenti dell’intervento multilaterale e da un ritorno a una logica dichiaratamente nazionale e bilaterale.
Nel 2025 l’amministrazione Trump ha tagliato circa l’83% dei programmi di sviluppo gestiti da USAID, cancellando o sospendendo centinaia di interventi in settori chiave come sanità, sicurezza alimentare, nutrizione, istruzione e risposta alle emergenze. Un colpo che ha avuto effetti immediati soprattutto in Africa, dove miliardi di dollari destinati ai sistemi sanitari sono venuti improvvisamente meno, interrompendo programmi su HIV/AIDS, malaria, tubercolosi e formazione del personale medico.
Dalla cooperazione multilivello agli accordi diretti
Al posto di USAID, l’amministrazione ha lanciato la America First Global Health Strategy, un programma quinquennale da circa 11 miliardi di dollari che segna un cambio di paradigma profondo: i fondi non transitano più attraverso Ong internazionali e meccanismi multilaterali, ma vengono convogliati direttamente verso governi partner, sistemi sanitari nazionali e produttori di farmaci. In pochi mesi Washington ha avviato o concluso accordi sanitari bilaterali con oltre una dozzina di Paesi africani – tra cui Kenya, Nigeria, Ruanda, Uganda, Mozambico ed Etiopia – e ha annunciato l’estensione del modello anche all’America Latina, a partire da Panama. Gli accordi prevedono cofinanziamenti, obiettivi di performance stringenti e un forte orientamento ai risultati, ma anche un accesso molto ampio ai dati sanitari, inclusi quelli dei pazienti.
Efficienza o opacità? I rischi del nuovo modello
Secondo l’amministrazione Trump, la fine di USAID serve a rompere quella che viene definita “l’industria delle Ong” e a ridurre costi, burocrazia e intermediazioni, accusate di assorbire gran parte delle risorse. Tuttavia, ex dirigenti di USAID, esperti di salute globale e numerose organizzazioni della società civile mettono in guardia sui rischi del nuovo approccio. La gestione diretta dei fondi da parte di governi con capacità amministrative spesso fragili riduce i meccanismi di controllo, monitoraggio e rendicontazione che caratterizzavano il sistema precedente. Il rischio di corruzione, sprechi e manipolazione dei dati è elevato, come dimostra il caso del Kenya, dove associazioni di consumatori hanno fatto ricorso all’Alta Corte contro l’accordo con gli Stati Uniti, accusandolo di violare la privacy dei dati sanitari. La sospensione temporanea dell’intesa potrebbe diventare un precedente rilevante per l’intero continente.
Aiuti, interessi nazionali e risorse strategiche: il parallelo con il Piano Mattei
La nuova strategia rende esplicito il legame tra aiuto allo sviluppo e interesse nazionale. In diversi Paesi africani, gli accordi sanitari si intrecciano con l’accesso statunitense a risorse strategiche: minerali critici, gas naturale, infrastrutture e tecnologie. In Zambia e Mozambico, ad esempio, il rafforzamento dei sistemi sanitari convive con interessi diretti di grandi aziende energetiche e minerarie americane.
Secondo alcuni osservatori il confronto con il Piano Mattei per l’Africa promosso dal governo italiano appare inevitabile. Anche il Piano Mattei punta su partenariati bilaterali, coinvolgimento diretto dei governi partner e una forte connessione tra cooperazione, investimenti e interessi strategici nazionali, in particolare nei settori dell’energia, delle infrastrutture e della sicurezza. Se da un lato entrambi gli approcci rivendicano maggiore efficienza, ownership locale e superamento di modelli percepiti come paternalistici, dall’altro condividono rischi simili: marginalizzazione della società civile, riduzione degli spazi per le Ong, indebolimento dei meccanismi di accountability e una possibile trasformazione dell’aiuto in moneta di scambio politico ed economico.
Un anno dopo la chiusura di USAID, il bilancio resta controverso. La nuova strategia americana promette rapidità, autosufficienza e risultati misurabili, ma nasce sulle macerie di un sistema che, pur imperfetto, garantiva una presenza capillare e una certa trasparenza. Per gli operatori della cooperazione e dell’aiuto umanitario, la sfida è comprendere se questo modello rappresenti un’eccezione legata a una specifica stagione politica o l’anticipazione di una trasformazione strutturale della cooperazione internazionale occidentale.