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L'anno zero degli aiuti allo sviluppo, il 2025 cancella cinque anni di progressi

I dati preliminari dell'OCSE-DAC per il 2025 consegnano alla comunità della cooperazione internazionale una fotografia senza precedenti: l'aiuto pubblico allo sviluppo (APS) erogato dai Paesi membri del Comitato di Assistenza allo Sviluppo è crollato del 23,1% in un solo anno, attestandosi a 174,3 miliardi di dollari. Non si tratta di una flessione congiunturale: è il calo annuale più drastico mai registrato da quando esiste questa misurazione, e arriva dopo una già preoccupante contrazione del 6,1% nel 2024. In termini reali, gli aiuti del 2025 risultano del 4,2% inferiori a quelli del 2019, cancellando in ventiquattro mesi i progressi accumulati in cinque anni. 

Per chi lavora nel settore, la notizia era largamente attesa. Lo smantellamento dell'USAID deciso dall'amministrazione Trump e il congelamento dei fondi nella prima metà del 2025 avevano già prodotto effetti devastanti sul campo — organizzazioni locali chiuse, operatori sanitari licenziati, farmaci non consegnati. Ora i numeri ufficiali certificano la portata del disastro.

Il crollo dell'aiuto americano

Gli Stati Uniti hanno ridotto i propri aiuti del 56,9% rispetto al 2024: la contrazione più grande mai registrata da un singolo donatore in un singolo anno. Con 29 miliardi di dollari erogati, Washington scivola al secondo posto nella classifica dei donatori, superata per la prima volta nella storia dalla Germania, che sale al vertice con 29,1 miliardi nonostante tagli propri del 17,4%.

L'effetto più dirompente si è scaricato sul sistema multilaterale: i contributi americani alle Nazioni Unite sono precipitati dell'87,2%, il calo più grande mai registrato ai finanziamenti dell'ONU. Un segnale che va ben oltre i numeri: è la rottura unilaterale di decenni di architettura della cooperazione globale. I cinque principali donatori — Germania, Stati Uniti, Regno Unito, Giappone e Francia — da soli hanno prodotto il 95,7% della riduzione totale degli aiuti a livello mondiale.

Gli altri grandi donatori non hanno brillato. Il Regno Unito ha tagliato del 10,8%, la Francia del 10,9%, il Giappone del 5,6%. Fanno eccezione la Svezia, che ha aumentato i propri aiuti del 9,6% portandoli allo 0,85% del PIL, e, insieme a lei, soltanto Danimarca (0,72%), Norvegia (1,03%) e Lussemburgo (0,99%) che rispettano la soglia dello 0,7% del PIL fissata dall'ONU. Tutti gli altri, compresi i grandi dell'Unione Europea, restano ampiamente al di sotto di quel parametro.

L'Italia segna un incremento simbolico (+0,03%), con la crescita degli aiuti bilaterali che compensa appena i tagli alla componente multilaterale. Un segnale di stabilità, ma non certo di ambizione.

Chi paga il prezzo più alto

Il taglio non ha colpito in modo uniforme. Gli aiuti bilaterali ai Paesi meno sviluppati sono calati del 25,8%, quelli all'Africa subsahariana del 26,3%. Si tratta delle aree dove la dipendenza dall'APS è strutturalmente più alta e dove la capacità di assorbire gli shock è più ridotta.

A rendere il quadro ancora più stridente è il confronto con l'Ucraina. Considerando anche i flussi delle istituzioni europee, Kiev ha ricevuto nel 2025 44,9 miliardi di dollari — il volume più alto mai destinato a un singolo Paese in un anno — registrando un aumento del 18,7% rispetto al 2024. Un dato che mette in luce una distorsione profonda e ormai difficile da ignorare: l'Ucraina da sola ha ricevuto più risorse di tutti i Paesi meno sviluppati del mondo messi insieme (28,1 miliardi) e più dell'intera Africa subsahariana (29,2 miliardi).

Non si tratta di mettere in discussione il sostegno a Kiev, legittimo e necessario di fronte a un'aggressione militare. Si tratta di prendere atto che il sistema degli aiuti globali si è riconfigurato intorno a una logica geopolitica che lascia indietro i Paesi più poveri e più fragili, senza che questa scelta sia stata discussa apertamente né accompagnata da risorse aggiuntive.

Il cuore della cooperazione colpito

Un dato spesso sottovalutato nel dibattito pubblico riguarda la componente più strutturale degli aiuti: i programmi e i progetti di sviluppo al netto di rifugiati, aiuto umanitario e cancellazione del debito. Questa voce — il "cuore" della cooperazione allo sviluppo — era rimasta sostanzialmente solida negli anni precedenti, cresciuta del 24,2% tra il 2019 e il 2023. Nel 2025 è crollata del 26,3%, il calo più grande mai registrato per questa componente. Un segnale che i tagli non hanno riguardato solo le voci più volatili o discrezionali, ma hanno intaccato le fondamenta stesse dell'architettura della cooperazione.

Anche l'aiuto umanitario ha subito un duro colpo: -35,8%, a 15,5 miliardi di dollari, seconda contrazione consecutiva dopo cinque anni di crescita ininterrotta. Gli aiuti bilaterali complessivi sono scesi del 26,4% a 126,4 miliardi, mentre quelli multilaterali hanno ceduto il 12,7% a 47,9 miliardi.

Cooperazione contro spesa militare: un confronto che brucia

A dare la misura del cambio di priorità politica a livello globale è il raffronto proposto da Eurodad, la Rete europea sul debito e lo sviluppo, che aveva anticipato il crollo prima ancora della pubblicazione del rapporto OCSE. I 32 Paesi della NATO hanno speso nel 2025 circa 1.400 miliardi di dollari per la difesa, mentre i fondi globali per gli aiuti si sono attestati tra i 170 e i 190 miliardi — livelli paragonabili al periodo della pandemia, 2020-2021. «I Paesi ricchi stanno firmando un assegno in bianco per la guerra, abbandonando il loro impegno storico a destinare lo 0,7% del PIL agli aiuti», ha dichiarato Maria José Romero di Eurodad. Un'accusa politicamente netta, ma supportata dai numeri.

Le economie più fragili di fronte alla tempesta perfetta

Lo scenario si aggrava ulteriormente se si guarda al contesto macroeconomico in cui questi tagli si inscrivono. La Banca Mondiale ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita per l'Africa subsahariana nel 2026 (+4,1%), in un quadro già compromesso dall'impennata dei prezzi di petrolio, gas e fertilizzanti legata alle tensioni in Medio Oriente. I costi del debito nei Paesi africani sono raddoppiati — dal 9% al 18% dei ricavi governativi — tra il 2017 e il 2025, con metà dei Paesi già in difficoltà o ad alto rischio di insolvenza. Kenya, Etiopia, Mozambico e Malawi sono tra quelli più esposti. In questo contesto, una dichiarazione congiunta di Banca Mondiale, FMI e Programma Alimentare Mondiale ha avvertito che il conflitto mediorientale sta provocando una delle più gravi perturbazioni ai mercati energetici globali degli ultimi decenni. Prezzi alimentari in salita, strozzature logistiche, fertilizzanti scarsi: un insieme di fattori che colpisce proprio chi ha meno strumenti per reagire.

Le proiezioni OCSE non lasciano spazio all'ottimismo: per il 2026 si prevede un ulteriore calo del 5,8% degli aiuti dei Paesi DAC. E questa stima non incorpora ancora gli effetti dell'escalation mediorientale né i possibili ulteriori tagli dell'amministrazione Trump ai pochi programmi sopravvissuti allo smantellamento dell'USAID.





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