Conflict Index 2025: come il conflitto sta diventando la nuova normalità

Conflict Index 2025: come il conflitto sta diventando la nuova normalità

Anche quest'anno, la nuova edizione del Conflict Index 2025 elaborato da ACLED,  ci consegna un quadro aggiornato e preoccupante sull’evoluzione dei conflitti armati a livello globale. Sebbene il numero complessivo di eventi violenti registrati negli ultimi dodici mesi mostri una relativa stabilità rispetto all’anno precedente, la qualità della violenza – in termini di intensità, diffusione territoriale e impatto sui civili – continua a deteriorarsi, confermando che livelli elevati di conflitto rappresentano ormai la “nuova normalità” del sistema internazionale.

Un conflitto globale strutturale

Tra il 1° dicembre 2024 e il 28 novembre 2025, ACLED ha registrato oltre 204.000 eventi di violenza politica nel mondo, che hanno causato – in modo conservativo – più di 240.000 vittime. Le guerre in Ucraina e in Palestina restano i principali motori della violenza globale, contribuendo insieme a oltre il 40% degli eventi registrati. A questi si affiancano conflitti civili ad alta intensità come quelli in Myanmar e Sudan, oltre a contesti segnati da violenza criminale organizzata che assumono sempre più caratteristiche di conflitto armato, come in Messico, Brasile, Ecuador e Haiti. Il dato centrale per gli operatori umanitari non è tanto la variazione quantitativa degli scontri, quanto la loro persistenza e capacità di adattamento, che rende estremamente difficile prevedere finestre di stabilizzazione o riduzione strutturale della violenza.

I contesti più pericolosi

Secondo l’indice, Palestina, Ucraina e Messico figurano tra i contesti più pericolosi al mondo. La Palestina, in particolare, combina livelli estremi di pericolosità per i civili con una diffusione geografica della violenza senza precedenti: circa il 70% di Gaza e della Cisgiordania è interessato da eventi ad alta intensità. Nonostante una riduzione delle vittime legata a cessate il fuoco intermittenti, il conflitto resta tra i più letali a livello globale. Il Myanmar emerge invece come il conflitto più frammentato al mondo, con oltre 1.200 gruppi armati coinvolti almeno una volta in episodi violenti. Questo livello di frammentazione rappresenta una sfida enorme per qualsiasi intervento umanitario o di mediazione, rendendo estremamente complessa l’identificazione di interlocutori credibili e catene di comando.

America Latina e Caraibi: la criminalità armata come conflitto

Un elemento di crescente rilevanza per la cooperazione internazionale è il ruolo della violenza di tipo criminale-organizzato. Ecuador e Haiti hanno registrato un forte peggioramento dei loro indicatori, con un aumento significativo delle vittime civili e del numero di gruppi armati attivi. In Ecuador, oltre 50 gruppi – in gran parte gang – sono stati coinvolti in atti di violenza politica, molti dei quali diretti esplicitamente contro la popolazione civile. Haiti ha visto quasi raddoppiare il numero di morti, con una progressiva perdita di controllo territoriale da parte dello Stato.

Civili sempre più esposti: una crisi di protezione globale

Nel 2025, oltre 56.000 eventi di violenza hanno avuto come bersaglio diretto i civili, il dato più alto degli ultimi cinque anni. Si stima che circa 831 milioni di persone – il 16% della popolazione mondiale – siano state esposte a forme di conflitto. Gruppi armati non statali restano responsabili della maggioranza degli attacchi contro i civili, ma cresce in modo significativo anche il ruolo degli attori statali. Il caso del Sudan è emblematico: le Rapid Support Forces (RSF) risultano responsabili di oltre 4.200 uccisioni di civili in meno di un anno, con modalità che includono esecuzioni extragiudiziali, bombardamenti di aree residenziali e violenza etnicamente motivata, riaccendendo accuse di genocidio nel Darfur.

Il ritorno dello Stato come attore centrale della violenza

Un dato particolarmente rilevante per l’analisi politica è che le forze governative sono state direttamente coinvolte nel 74% degli eventi violenti globali nel 2025, il valore più alto mai registrato da ACLED. Ancora più allarmante è l’aumento della violenza statale contro i civili, triplicata dal 2020. Oggi, gli Stati sono responsabili di oltre un terzo degli episodi di violenza diretta contro la popolazione. L’erosione delle norme internazionali e dei meccanismi di accountability consente a molti governi di ricorrere alla forza con minori costi politici, sia all’interno dei propri confini sia in contesti transnazionali, come dimostrano le operazioni militari di Israele e Russia.

Tecnologia e protesta: due trend strutturali

Il rapporto evidenzia anche la crescente “democratizzazione” della tecnologia militare: quasi 470 gruppi armati non statali hanno utilizzato droni in attacchi negli ultimi cinque anni, un fenomeno in rapida espansione che modifica profondamente il panorama della sicurezza e aumenta i rischi per i civili e gli operatori sul terreno. Parallelamente, il 2025 è stato segnato da un’intensa mobilitazione sociale globale. Le proteste a sostegno della Palestina, le mobilitazioni negli Stati Uniti contro il secondo mandato di Donald Trump e le cosiddette “proteste Gen Z” mostrano come instabilità politica, conflitto armato e dinamiche di piazza siano sempre più interconnesse, con effetti diretti sulla programmazione degli interventi di cooperazione e protezione.

Il Conflict Index 2025 conferma che gli interventi umanitari e di sviluppo devono confrontarsi con conflitti più lunghi, frammentati e ostili ai civili. La crescente centralità degli Stati come perpetratori di violenza, l’espansione di attori armati non statali e l’uso diffuso di nuove tecnologie impongono una revisione delle strategie di accesso, protezione e advocacy, rafforzando al contempo l’urgenza di investire in prevenzione, diplomazia e protezione dei civili.





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