"La povertà è fabbricata": sei economisti di fama mondiale sfidano il dogma della crescita
Ci sono momenti in cui una presa di posizione pubblica vale più di molti libri. Quello firmato sul Guardian da Olivier De Schutter, Joseph Stiglitz, Jayati Ghosh, Thomas Piketty, Kate Raworth e Jason Hickel è uno di questi. Sei tra gli economisti più influenti del mondo — un premio Nobel, i teorici della disuguaglianza, dell'economia della ciambella, della decrescita critica — uniti da una diagnosi comune e da un invito politico esplicito: smettere di considerare la crescita del PIL come condizione necessaria e sufficiente per eliminare la povertà, e ricostruire le regole dell'economia globale a partire dai diritti umani e dai limiti del pianeta.
L'articolo è una presentazione pubblica di una roadmap concreta — New Economies for Eradicating Poverty (NEEP) — elaborata nell'arco di 18 mesi con il contributo di oltre 400 persone: agenzie ONU, governi nazionali, accademici, organizzazioni della società civile, sindacati, movimenti di base, attori dell'economia sociale e solidale, dal Nord e dal Sud del mondo. Più di 350 firmatari hanno già aderito al documento. Non un manifesto ideologico, precisano gli autori, ma un insieme di proposte politiche dettagliate, accompagnate da profili di policy con evidenze, passi implementativi ed esempi reali.
La diagnosi: un modello che ha smesso di funzionare
Il punto di partenza è una contraddizione che chiunque lavori nello sviluppo internazionale conosce bene: viviamo nel mondo più ricco della storia, eppure un decimo della popolazione globale sopravvive in condizioni di estrema indigenza, incapace di accedere a cibo adeguato, alloggio dignitoso o assistenza sanitaria di base. Milioni di persone ricorrono ai banchi alimentari in Paesi con PIL pro capite tra i più alti al mondo. Al polo opposto, una minoranza sempre più ristretta accumula ricchezze senza precedenti.
Per decenni, la risposta a questo paradosso è stata semplice e rassicurante: crescere. Espandere il PIL, e la prosperità sarebbe filtrata verso il basso attraverso occupazione, salari, tasse e redistribuzione — la logica della «marea che solleva tutte le barche». Gli autori smontano questa promessa con dati e con la durezza della storia recente: mentre i redditi nazionali si espandevano, i salari stagnano, il lavoro diventa più precario, i servizi pubblici vengono tagliati. La crescita si è disaccoppiata dalla prosperità condivisa. Le barche che si sono alzate sono quelle di chi stava già in cima.
Il secondo piano della crisi è ecologico. Il 92% delle emissioni di carbonio in eccesso rispetto ai limiti planetari è attribuibile al Nord del mondo. Il 10% più ricco degli individui è responsabile di quasi metà delle emissioni globali. Eppure sono le persone in povertà — quelle con la minore impronta carbonica — a subire per prime i raccolti distrutti dalla siccità e l'aumento dei prezzi alimentari causato dalle ondate di calore. «Un modello economico che dipende dall'espansione infinita su un pianeta finito non è solo ingiusto: è pericoloso», scrivono gli economisti. La prospettiva che si profila all'orizzonte è quella di una «Hothouse Earth» — una Terra-serra — dove le emissioni cumulate e la perdita di biodiversità destabilizzano le condizioni stesse che rendono possibile la vita umana organizzata.
La proposta: cambiare le regole a monte
La parte più rilevante del documento non è la diagnosi, per quanto autorevole. È la proposta. Gli autori rifiutano esplicitamente l'approccio che definiscono «grow-tax-transfer» — cresci, tassa, redistribuisci — come risposta strutturale alla povertà, perché questo modello affronta i sintomi senza toccare le cause. La redistribuzione è necessaria, ma non può compensare indefinitamente economie che per loro design producono salari di povertà, lavoro insicuro e abitazioni inaccessibili.
Servono cambiamenti a monte, nelle regole che strutturano i mercati, il lavoro e la finanza. La roadmap articola queste proposte in diverse direzioni. Sul lavoro: garanzie di occupazione e redditi dignitosi, salari minimi di sussistenza, rafforzamento dei sindacati e della democrazia nei luoghi di lavoro, riconoscimento e valorizzazione del lavoro di cura — retribuito e non retribuito — su cui le società si reggono senza riconoscerlo economicamente. Sui servizi pubblici: investimenti universali in infanzia, abitazione, salute, istruzione e trasporti attraverso la fornitura pubblica, non attraverso il mercato sussidiato. Sul controllo dell'economia: proprietà pubblica degli asset strategici, orientamento del credito verso priorità sociali ed ecologiche, supporto all'economia sociale e solidale come alternativa alla logica del profitto a breve termine.
Su questi punti gli autori dichiarano onestamente di non essere unanimi in ogni dettaglio di policy. Ma concordano sul principio di fondo: le economie devono essere riprogettate intorno al soddisfacimento dei diritti e del benessere collettivo dentro i limiti planetari, non intorno alla massimizzazione dell'output a qualunque costo.
La dimensione globale: debito, colonie e trasferimento netto di risorse
Uno dei passaggi più politicamente coraggiosi del documento riguarda il Sud del mondo. I governi dei Paesi a basso reddito, scrivono gli autori, vengono continuamente rimproverati per non fare abbastanza contro la povertà — mentre vengono stretti in una morsa di sanzioni unilaterali, accordi commerciali asimmetrici, scambi ineguali e debiti che affondano le radici in secoli di spoliazione coloniale.
Il dato è brutale nella sua semplicità: 3,4 miliardi di persone vivono in Paesi che spendono più in rimborso del debito che in sanità o istruzione. Le catene globali di approvvigionamento abilitano un vasto trasferimento netto di lavoro e risorse dal Sud al Nord che continua, sotto forme nuove, la logica estrattiva dell'epoca coloniale.
La «solidarietà internazionale», in questo quadro, non è filantropia: è un obbligo legale e morale radicato nella realtà storica che molti Paesi ricchi hanno costruito la propria ricchezza impoverendo il Sud. Una transizione giusta oltre la crescita deve includere giustizia del debito, finanza climatica riparativa, rafforzamento della cooperazione Sud-Sud e sostegno a pavimenti di protezione sociale universale — radicati nei principi di non dominazione e autodeterminazione, affinché i Paesi possano tracciare il proprio percorso economico sovrano.
Chi decide conta quanto cosa si decide
Un altro asse trasversale della roadmap riguarda la governance. Troppo spesso le politiche che riguardano le persone in povertà vengono progettate senza di loro, e a volte contro di loro. Quando i sistemi di welfare sono costruiti intorno al sospetto, alle sanzioni e alle condizioni umilianti, producono stigmatizzazione e scoraggiano le persone dal rivendicare i propri diritti. Chi vive in condizioni di povertà conosce meglio di chiunque altro come i sistemi falliscono nella pratica. La loro competenza deve guidare la progettazione, l'implementazione e il monitoraggio delle strategie anti-povertà — dai consigli locali ai parlamenti nazionali ai forum internazionali.
Questa posizione — che chi è colpito dai problemi deve avere voce in capitolo nelle soluzioni — è esattamente il principio della localizzazione che la comunità della cooperazione internazionale dibatte da anni, spesso senza riuscire a tradurlo in pratiche reali di redistribuzione del potere.
Cosa cambia per chi lavora nello sviluppo
L'articolo del Guardian non è un testo accademico, né un documento per policy maker. È un atto di comunicazione politica intenzionalmente rivolto a un pubblico ampio. E il suo significato per la comunità della cooperazione internazionale va oltre i contenuti specifici della roadmap.
Il fatto che economisti di questa statura — Stiglitz in primis, premio Nobel 2001, ex chief economist della Banca Mondiale e critico storico del Washington Consensus — si uniscano per dichiarare pubblicamente che la crescita del PIL non è la risposta alla povertà globale, cambia il terreno del dibattito. Non si tratta più di posizioni marginali o ideologicamente caratterizzate: è un consenso che si allarga tra gli esperti, anche tra quelli con credenziali istituzionali impeccabili.
Per le organizzazioni che operano nella cooperazione internazionale, questo può avere implicazioni concrete: sulla misurazione dell'impatto dei propri interventi, che non può più limitarsi a indicatori di reddito; sul posizionamento politico rispetto ai modelli di sviluppo promossi dai donatori; sul dialogo con i Paesi partner che cercano percorsi di sviluppo alternativi all'estrattivismo e all'export dependence. La roadmap NEEP — disponibile integralmente su www.neep-poverty.org — offre un quadro di riferimento che può diventare strumento di lavoro per chi vuole ancorare la propria azione a un'analisi strutturale dei meccanismi che producono povertà, invece di limitarsi a tamponarne le conseguenze.
«La povertà è fabbricata», concludono gli autori. «Questa è la cattiva notizia — e la buona notizia. Quello che è stato fabbricato può essere smontato e sostituito».