Da punto di distribuzione a hub di comunità: così gli empori solidali stanno reinventando il welfare italiano
Quando sono nati, erano essenzialmente piccoli supermercati riservati alle persone in difficoltà: scaffali con cibo, tessera a punti, dignità nella scelta — in alternativa al pacco preconfezionato delle mense e dei banchi alimentari tradizionali. Oggi, sempre di più, sono qualcosa di diverso e di più complesso: luoghi dove si può fare doposcuola e imparare l'italiano, trovare un orientatore professionale o uno psicologo, partecipare a una cena di quartiere o a una mostra, diventare volontari e restituire quello che si è ricevuto. Infrastrutture sociali che hanno smesso di occuparsi solo dei bisogni primari per fare qualcosa di più ambizioso: costruire comunità.
È questa la traiettoria fotografata dal nuovo rapporto di EURICSE — Gli Empori solidali in Italia: oltre la distribuzione alimentare — realizzato nell'ambito della ricerca Comunità intraprendenti alla ricerca di pratiche di trasformazione sociale. I numeri confermano una crescita significativa: nel 2025 gli empori solidali attivi sul territorio italiano sono 309, il 38% delle comunità intraprendenti mappate dall'istituto di ricerca, e oltre cento in più rispetto ai 193 censiti nel 2021. Un aumento strettamente legato alla crescita delle famiglie fragili nel Paese, ma anche a una progressiva maturazione del modello, che ha dimostrato di avere appeal e capacità di adattamento.
Come funzionano: la tessera, i punti, la libertà di scegliere
L'emporio solidale è un piccolo supermercato riservato a persone e famiglie in condizioni di fragilità socio-economica, che accedono agli scaffali attraverso una tessera a punti assegnata in base a criteri di reddito, familiari e patrimoniali. La selezione avviene in modo coordinato tra l'emporio, i servizi sociali del territorio e le realtà del privato sociale — Caritas, Centri di Ascolto, enti del Terzo settore. In alcuni casi, come negli empori gestiti direttamente dalle Caritas, sono i diretti interessati a rivolgersi al centro di ascolto, che li indirizza poi alla struttura più vicina.
La differenza rispetto alla distribuzione tradizionale — pacco preconfezionato, mensa, banco alimentare — non è solo logistica: è culturale. Il beneficiario non riceve un insieme predefinito di prodotti, ma sceglie liberamente cosa prendere, in funzione delle proprie esigenze e preferenze. Un atto apparentemente banale che ha un significato preciso: riconoscere l'autonomia della persona anche nella difficoltà, e non ridurla alla passività dell'assistito.
L'accesso ha una durata limitata che va dai sei ai diciotto mesi, con possibilità di proroga. I criteri di accesso, tuttavia, non sono privi di criticità: la rigidità di alcune soglie porta a escludere persone che ne avrebbero effettivo bisogno — come anziani soli o coppie che hanno perso il lavoro ma sono proprietari di casa — creando quello che il rapporto definisce un rischio di riduzione dell'efficacia degli interventi.
Dove sono e chi li gestisce
La distribuzione geografica è abbastanza capillare ma squilibrata verso Nord: il 48% degli empori è concentrato al Nord Italia, il 29% al Centro, il 23% al Sud, dove resistono modelli più tradizionali come le consegne di pacchi o le mense. A livello regionale, Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna ospitano da sole oltre il 48% delle strutture nazionali — e in tutte e quattro si sono sviluppate reti di empori, formali o informali, che lavorano in modo coordinato contro povertà e spreco, come il caso di quelli attivati dal Comune di Milano e dati in gestione a enti del terzo settore.
Dal punto di vista della forma giuridica, il panorama è variegato. Tra tutte le strutture mappate, Caritas ed enti ecclesiastici guidano con il 39%, seguiti da associazioni (31%) e organizzazioni di volontariato (12%). Cooperative sociali, enti pubblici, fondazioni e consorzi coprono il resto. La prevalenza degli enti ecclesiastici non è solo numerica: le diocesi svolgono spesso una funzione patrimoniale essenziale, mettendo a disposizione immobili in comodato d'uso o fungendo da garanzia per le strutture più piccole.
Questa architettura riflette, secondo i ricercatori di Euricse, la convivenza di due culture del sociale che trovano un punto di incontro nell'attenzione alla persona: da un lato la tradizione caritatativa, centrata sulla relazione umana e sull'ascolto oltre i bisogni materiali; dall'altro una visione laica orientata all'empowerment e alla cittadinanza attiva. Una tensione non sempre facile da gestire, ma spesso feconda.
Oltre il cibo: l'evoluzione verso l'hub di comunità
Il dato più significativo del rapporto non è quantitativo, ma qualitativo: gli empori stanno sempre più superando la logica assistenzialistica per abbracciare quella che il documento chiama la funzione di hub di comunità. Accanto alla distribuzione alimentare — che rimane il cuore identitario — molte strutture offrono oggi un ventaglio di servizi che includono doposcuola e corsi di italiano, sportelli di orientamento professionale e supporto psicologico, attività ricreative e culturali, percorsi di volontariato per gli stessi beneficiari, sportelli di consumo critico che guidano le scelte alimentari e nutrizionali.
Il coinvolgimento dei beneficiari come volontari — dal carico e scarico merci alla gestione degli sportelli — è uno degli elementi più innovativi e simbolicamente più rilevanti. Non si tratta solo di una risposta al problema del turnover dei volontari tradizionali (prevalentemente nella fascia 50–60 anni): è una scelta filosofica, quella di trasformare l'assistenza in una relazione di reciprocità. Un percorso che, quando funziona, produce effetti visibili sulla coesione comunitaria e sull'autostima delle persone coinvolte.
Il nodo che non si scioglie: la sostenibilità economica
Se il modello ha dimostrato vitalità e capacità di adattamento, la sfida strutturale che il rapporto indica come prioritaria rimane quella della sostenibilità economica. L'ecosistema finanziario degli empori è ibrido e spesso precario: le risorse arrivano dal sostegno pubblico e istituzionale — la fonte più stabile, che si manifesta in finanziamenti diretti o in locali in comodato —, dai fondi associativi, diocesani e dai bandi temporanei, e dal capitale relazionale e privato che copre i vuoti lasciati dai canali ufficiali.
Il problema è che questa struttura finanziaria non incentiva automaticamente l'innovazione. Per rispondere alla crescente complessità delle nuove forme di povertà — lavoro povero, isolamento sociale, povertà relazionale — gli empori devono evolversi in poli multidimensionali, e questa evoluzione costa. Ma diversificare i servizi è anche la strada per accedere a finanziamenti settoriali — per la formazione, la salute mentale, l'orientamento al lavoro — che non sarebbero disponibili per la sola distribuzione alimentare. Un circolo virtuoso, quando si riesce ad attivarlo.
Sul fronte degli approvvigionamenti, la sostenibilità dipende in misura crescente dalla capacità di recuperare le eccedenze dalla grande distribuzione organizzata — e questo richiede investimenti specifici in attrezzature per la conservazione del fresco — accanto ai canali consolidati come Agea e il Fondo europeo FEAD.
Il valore delle reti e le sfide del futuro
Uno degli elementi che il rapporto indica come fattore critico di successo è l'appartenenza a reti territoriali, formali o informali. Le reti permettono agli empori di condividere modelli organizzativi, strategie di approvvigionamento, protocolli di gestione dei volontari e soluzioni a problemi comuni, riducendo l'isolamento e la vulnerabilità alla discontinuità dei finanziamenti. Favoriscono l'accesso a informazioni e opportunità altrimenti inaccessibili. E migliorano la legittimità sociale delle singole strutture nei confronti delle istituzioni locali.
Le tre sfide che il rapporto identifica per il futuro prossimo sono interconnesse: rafforzare le reti collaborative per non operare in modo frammentato; garantire la sostenibilità economica attraverso la diversificazione dei servizi; e trasformare il coinvolgimento dei beneficiari e dei volontari delle nuove generazioni da esperienza episodica a partecipazione strutturale. Tre sfide che non riguardano solo gli empori solidali, ma tutto il welfare comunitario italiano — e che rendono queste 309 strutture un laboratorio di innovazione sociale che vale la pena osservare con attenzione.