Comunità energetiche in Europa: a che punto siamo davvero
Negli ultimi anni le comunità energetiche rinnovabili (CER) sono diventate uno degli strumenti più concreti per democratizzare la transizione ecologica, restituendo a cittadini e territori un ruolo attivo nella produzione e gestione dell’energia. Ma qual è lo stato dell’arte in Europa e quali sono le sfide ancora aperte?
Un’accelerazione normativa che cambia le regole del gioco
Nel novembre 2023, durante una conferenza a Dublino dedicata alle comunità energetiche, è emerso con chiarezza che sempre più gruppi locali stanno cercando supporto per avviare progetti di energia condivisa: dalle forme giuridiche ai modelli di finanziamento, fino alle competenze tecniche e gestionali.
Pochi giorni dopo quell’incontro, l’Unione Europea ha dato una svolta decisiva con la nuova direttiva sulle rinnovabili (RED III), che alza al 42,5% l’obiettivo di energia rinnovabile entro il 2030 (con una prospettiva del 45%). Non solo: la direttiva accelera le autorizzazioni per gli impianti, introduce le “aree di accelerazione” e rende di fatto le CER uno strumento chiave per rispettare i nuovi standard energetici degli edifici.
Questo significa che le comunità energetiche non sono più una buona pratica volontaria, ma un pilastro delle politiche climatiche europee.
Italia: un modello avanzato, ma ancora da consolidare
L’Italia è tra i Paesi più avanzati sul piano normativo. Dopo aver recepito la direttiva europea già negli anni scorsi, nel 2024 è entrato in vigore il decreto sulle configurazioni di autoconsumo (CACER), che ha chiarito le regole e attivato incentivi economici. Con il recepimento della RED III nel 2026, il nostro Paese si è impegnato a coprire almeno il 39,4% dei consumi energetici da fonti rinnovabili entro il 2030, estendendo l’obbligo di installazione di rinnovabili anche alle ristrutturazioni edilizie. Il modello italiano si basa molto sugli incentivi economici gestiti dal GSE e sul perimetro della cabina primaria. Tuttavia, resta aperta la sfida di semplificare ulteriormente le procedure e rendere il sistema accessibile anche ai piccoli comuni e ai contesti sociali più fragili.
Germania, Francia, Spagna: modelli diversi per lo stesso obiettivo
In Europa non esiste un solo modello di comunità energetica, ma diverse interpretazioni.
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Germania: leader assoluta, con circa 5.000 comunità energetiche. Qui oltre il 30% della capacità rinnovabile è nelle mani di cittadini e cooperative. Il sistema punta su proprietà diffusa e riduzione degli oneri di rete per chi condivide energia.
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Francia: circa 300-400 comunità attive. Il modello privilegia la prossimità geografica e la riduzione dei costi in bolletta tramite accordi tra i partecipanti, piuttosto che incentivi diretti.
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Spagna: oltre 600 CER in forte crescita. Grande attenzione al ruolo delle cooperative e alla condivisione dell’energia con sconti diretti in bolletta, basati su quote di partecipazione.
Il Nord Europa: cooperazione e proprietà condivisa
Nei Paesi nordici le comunità energetiche sono una realtà consolidata da anni. In Danimarca, Paesi Bassi e Svezia domina il modello cooperativo: gli impianti sono proprietà collettiva dei cittadini, che investono insieme e condividono benefici e responsabilità.
In Danimarca, ad esempio, chi realizza un parco eolico deve offrire una quota ai residenti locali. E anche dove il sole è meno presente, la combinazione tra eolico e fotovoltaico, insieme a tecnologie efficienti, rende queste comunità un pilastro della transizione energetica.
Le sfide ancora aperte
Nonostante i progressi, restano alcuni nodi cruciali:
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la necessità di quadri normativi stabili e coerenti a livello nazionale
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l’accesso ai finanziamenti per le realtà più piccole
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la semplificazione delle procedure autorizzative
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il rafforzamento delle competenze tecniche e gestionali nei territori
Soprattutto, resta centrale una questione politica: garantire che la transizione energetica sia davvero giusta, partecipata e inclusiva, e non lasci indietro le comunità più vulnerabili.