Perché costruire comunità resilienti
La necessità di costruire comunità resilienti è oggi supportata da un solido corpo di evidenze scientifiche e da un chiaro indirizzo politico internazionale. Il Sesto Rapporto di Valutazione dell’IPCC (AR6) afferma che «i rischi climatici stanno emergendo più rapidamente e diventeranno più gravi di quanto precedentemente previsto» e che l’adattamento, se non accompagnato da forti azioni di mitigazione, incontrerà limiti sempre più stringenti. In particolare, l’IPCC sottolinea che «le opzioni di adattamento più efficaci sono quelle che combinano conoscenza scientifica, governance multilivello e partecipazione delle comunità locali».
Queste indicazioni sono state riprese e rafforzate dalla COP28 (Dubai, 2023), che ha segnato una svolta con il primo Global Stocktake. Nel documento finale, le Parti riconoscono che «l’adattamento è una responsabilità globale e una priorità urgente per proteggere vite, mezzi di sussistenza ed ecosistemi» e che il rafforzamento delle capacità locali è una condizione imprescindibile per ridurre le perdite e i danni associati agli eventi climatici estremi. La COP28 ha inoltre evidenziato come le azioni di adattamento basate sulle comunità (community-based adaptation) siano tra le più costo-efficaci e rapide da implementare.
Il quadro globale trova una conferma particolarmente evidente nel contesto italiano, uno dei Paesi europei più esposti ai rischi climatici. Secondo ISPRA, l’Italia ha registrato negli ultimi anni un aumento significativo della frequenza e dell’intensità di eventi estremi, con un’accelerazione di alluvioni, frane, ondate di calore e siccità. Il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC) riconosce esplicitamente che «la vulnerabilità del territorio italiano è aggravata da fattori strutturali quali il consumo di suolo, la fragilità idrogeologica e la concentrazione di popolazione e attività economiche in aree a rischio».
In questo scenario, il ruolo delle comunità locali e del Terzo Settore diventa strategico. La Strategia Nazionale di Adattamento sottolinea che «il coinvolgimento attivo dei cittadini e delle loro associazioni può apportare un significativo valore aggiunto al processo di adattamento, migliorando l’efficacia e l’accettabilità sociale delle misure adottate». La resilienza non è quindi solo una questione infrastrutturale o tecnologica, ma un processo sociale che richiede competenze diffuse, capacità organizzative e reti di collaborazione stabili.
I dati economici rafforzano ulteriormente questa prospettiva. Secondo la Commissione Europea e l’OCSE, «ogni euro investito in prevenzione e adattamento può generare benefici economici compresi tra 2 e 10 euro, grazie alla riduzione dei danni, alla continuità delle attività produttive e alla tutela dei servizi ecosistemici». In Italia, dove i costi dei disastri climatici pesano in modo crescente sulla finanza pubblica e sulle economie locali, investire in resilienza comunitaria significa anche ridurre la spesa emergenziale e rafforzare lo sviluppo territoriale di lungo periodo.
La dimensione sociale è altrettanto centrale. L’IPCC evidenzia che «i gruppi socialmente ed economicamente svantaggiati sono colpiti in modo sproporzionato dagli impatti climatici» e che le politiche di adattamento devono integrare equità, inclusione e giustizia sociale. Nel contesto italiano, ciò si traduce nella necessità di rafforzare le capacità delle comunità nelle aree interne, nel Mezzogiorno e nelle periferie urbane, dove la combinazione di fragilità ambientali e sociali aumenta l’esposizione ai rischi.
Costruire comunità resilienti significa dunque dotare i territori di strumenti di monitoraggio civico, formazione, partecipazione e innovazione sociale, capaci di trasformare l’adattamento climatico in un’opportunità di coesione, lavoro e benessere sostenibile.