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Spazio civico alle Nazioni Unite, come la riforma rischia di silenziare la società civile

Durante la 61ª sessione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite a Ginevra è stato presentato il rapporto "Salvaguardare lo spazio della società civile alle Nazioni Unite", redatto da Patrizia Scannella e pubblicato dalla Friedrich-Ebert-Stiftung in collaborazione con la Commissione Internazionale dei Giuristi. Un documento che arriva in un momento delicato, mentre l'ONU si avvicina al suo ottantesimo anniversario affrontando una duplice pressione: quella geopolitica esterna di un autoritarismo in risalita a livello globale, e quella interna di una riforma istituzionale — l'iniziativa UN80 — che rischia di sacrificare funzioni essenziali sull'altare dell'efficienza contabile.

Non un accessorio, ma un pilastro strutturale

Il punto di partenza dell'analisi è una constatazione che suona quasi banale ma non lo è affatto nel contesto attuale: la società civile non è una presenza decorativa nel sistema ONU, ma una componente strutturalmente necessaria al suo funzionamento. Senza ONG, attivisti, esperti indipendenti e rappresentanti delle comunità colpite, le Nazioni Unite rischierebbero di trasformarsi in un'arena riservata agli Stati, perdendo quella capacità di ascolto, monitoraggio e critica che costituisce il fondamento della loro credibilità in materia di diritti umani.

Questo ruolo della cosetà civile è codificato nei trattati fondativi dell'organizzazione, dalla Dichiarazione universale dei diritti umani al Patto internazionale sui diritti civili e politici, ma può essere esercitato solo se viene garantito l'accesso ai meccanismi preposti. Il rapporto invece identifica una convergenza di fenomeni che, presi singolarmente, potrebbero sembrare questioni tecniche o amministrative, ma nel loro insieme configurano un restringimento sistemico dello spazio civico alle Nazioni Unite.

La prima tendenza riguarda le ritorsioni contro chi collabora con le Nazioni Unite. Il meccanismo non è sempre diretto o dichiarato: spesso si manifesta attraverso pressioni sulle organizzazioni nazionali, difficoltà nell'ottenere visti, o l'esclusione selettiva da processi consultivi. Il risultato è lo stesso: chi dovrebbe portare testimonianze scomode ai forum internazionali si autocensura o smette di provarci.

La seconda tendenza è quella degli ostacoli amministrativi all'accredito e alla partecipazione. L'accesso al Consiglio per i diritti umani richiede uno status consultivo presso l'ECOSOC, un processo che può durare anni e che negli ultimi tempi è diventato sempre più soggetto a blocchi politici strumentali da parte di Stati che preferiscono tenere lontane voci critiche. Una volta ottenuto l'accredito, le organizzazioni devono comunque navigare un sistema di registrazione, assegnazione di slot e procedure che favorisce strutturalmente chi ha uffici stabili a Ginevra e personale dedicato.

La terza e più recente tendenza è quella finanziaria. Il rapporto documenta come la crisi globale degli aiuti stia erodendo direttamente la capacità delle organizzazioni della società civile di partecipare ai meccanismi ONU. Il congelamento dei fondi USAID ha avuto un effetto domino immediato: molte organizzazioni — soprattutto quelle del Sud del mondo, che già operavano con risorse limitate — hanno dovuto rinunciare a recarsi a Ginevra, cancellare presentazioni, ridurre il personale dedicato all'advocacy internazionale. Le proiezioni del rapporto indicano una riduzione del 28% degli aiuti pubblici allo sviluppo entro il 2026 rispetto al 2023, mentre la spesa militare globale ha toccato nel 2024 il record storico di 2.718 miliardi di dollari.

Il paradosso della riforma UN80: efficienza contro efficacia

Un passaggio particolarmente critico del rapporto riguarda la riforma UN80, lanciata dal Segretario Generale António Guterres nel marzo 2025. L'obiettivo dichiarato è rendere l'organizzazione più snella, moderna e sostenibile dal punto di vista economico. Ma il rapporto avanza un'obiezione di fondo: nel campo dei diritti umani, efficienza e efficacia non sono sinonimi, e spesso sono in tensione. La riforma assomiglia più a una contrazione delle Nazioni Unite. Riformare significa ripensare le strutture per farle funzionare meglio rispetto al mandato. Contrarre significa semplicemente fare meno. E fare meno in materia di diritti umani — in un momento in cui le pressioni autoritarie crescono e lo spazio civico globale si restringe — significa lasciare senza tutela chi ne avrebbe più bisogno.

Il dato di contesto è impietoso: i meccanismi ONU per i diritti umani sono già il pilastro meno finanziato dell'organizzazione, con risorse nettamente inferiori a quelle destinate alla pace e sicurezza o allo sviluppo. Ulteriori tagli in questo quadro non producono risparmi marginali ma paralizzano funzioni essenziali. Si traducono in sessioni annullate, rapporti ritardati per mesi, sedie vuote nelle sale dove le vittime di violazioni dovrebbero avere voce. 

La credibilità dell'ONU si difende proteggendo il dissenso

Il messaggio centrale che emerge dall'evento di Ginevra e dal rapporto è al tempo stesso semplice e radicale: proteggere lo spazio della società civile all'ONU non è un favore da fare alle ONG, non è una concessione politicamente corretta a un gruppo di interesse. È la condizione minima perché il sistema multilaterale per i diritti umani mantenga la propria credibilità e il proprio senso. Un sistema che ascolta solo gli Stati, che esclude le voci indipendenti, che riduce progressivamente le opportunità di dissenso e testimonianza, rischia di trasformarsi in una semplice vetrina diplomatica.

Il rapporto si chiude con un appello diretto agli Stati membri per invertire le tendenze restrittive in atto e proteggere attivamente lo spazio civico all'ONU. La risposta dipenderà in larga misura da quante sedie rimarranno occupate nelle sale di Ginevra.

Scarica il rapporto





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