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Indicatori SDGs al palo, mancano dati recenti e attendibili

Venerdì scorso il IAEG-SDGs (United Nations Statistical Commission’s Interagency and Expert Group on SDG) ha messo a punto l’ultimo pezzo del puzzle necessario per l’entrata in vigore degli obiettivi di sviluppo sostenibile. Sono stati approvati infatti 230 singoli indicatori per monitorare i 17 gol e 169 target del SDGs. Ora si può dire che abbiamo un quadro completo del programma degli SDG per i prossimi 15 anni? Non proprio.

 

La mediazione all’interno del gruppo ha portato al compromesso di fissare una serie di indicatori che possano verosimilmente coprire tutti i 169 target a scapito di una buona copertura geografica e di una metodologia coerente e dettagliata. Ciò significa che circa la metà dei 230 indicatori identificati mancano di copertura geografica accettabile e non si è arrivati a concordare una metodologia comune. La giustificazione guarda al lungo periodo. I membri del gruppo hanno sostenuto che nel corso dei prossimi 15 anni, anche grazie alle nuove tecnologie, sarà possibile individuare metodi migliori e più completi per la raccolta dei dati. Per questo l’IAEG-SDGs intende aggiornare regolarmente e perfezionare gli indicatori nella loro evoluzione.

 

Il Sustainable Development Solutions Network (SDSN) ha creato proprio in questi giorni un indice preliminare degli SDGs utilizzando solo gli indicatori con una copertura geografica significativa, metodologie tecnicamente valide, e frequenti aggiornamenti. Applicando questi criteri oggi avremmo solo 39 indicatori validi e verificabili.

 

Il problema di fondo è che la mancanza di dati attendibili per la fissazione degli indicatori si riferisce soprattutto a quei paesi che richiedono particolare attenzione da parte dell’agenda globale, i più lontani dagli obiettivi fissati.
Se prendiamo ad esempio l’indicatore 1.1.1 sulla percentuale della popolazione al di sotto della soglia di povertà, potremmo vedere che per 72 dei 193 membri delle Nazioni Unite non ci sono dati per questo indicatore almeno dal 2000. Questi paesi comprendono 10 stati fragili e in conflitto, 19 piccole nazioni e isole, e 45 paesi ad alto reddito.

 

Insomma il rischio è quello di ripetere l’errore dell’agenda 2015 che aveva fissato gli obiettivi del millennio senza preoccuparsi minimamente di fissare lo stato dell’arte alla partenza. Un baseline di dati che anche oggi scarseggia e su cui non si vede un’attivazione importante dentro e fuori dagli uffici UN.
Se le Nazioni Unite e gli Stati membri vogliono davvero dare forza all’agenda dei 17 obiettivi devono anche essere pronti a un’implementazione complessa e onerosa che deve partire al più presto con regole e numeri chiari e condivisi.

 


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