
Il 5 febbraio scorso la
Commissione Europea ha approvato una Comunicazione che espone la sua
posizione sul partenariato globale per l’agenda di sviluppo post-2015. La Comunicazione, intitolata
“Un partenariato globale per l'eliminazione della povertà e lo sviluppo sostenibile dopo il 2015”, è stata elaborata congiuntamente dall'Alto rappresentante e Vicepresidente Federica Mogherini, dal Commissario per la Cooperazione Internazionale e lo Sviluppo Neven Mimica e dal Commissario per l'Ambiente, gli Affari Marittimi e la Pesca Karmenu Vella. Il documento pone le basi per la definizione delle posizioni dell'Unione Europea in seno alla Terza Conferenza Internazionale sulla Finanza per lo Sviluppo, che si terrà a
Addis Abeba nel luglio 2015, ed al vertice che l'ONU organizzerà a
New York nel settembre 2015 per l’adozione dei Sustainable Development Goals.
Durante i giorni successivi all’approvazione,
diversi network della società civile (come Concord, Eurodad, CISDE) hanno espresso la loro insoddisfazione rispetto ad una Comunicazione giudicata, essenzialmente, poco ambiziosa e poco decisa o puntuale nell’affrontare i temi chiave in agenda.
Il CISDE, in particolare, prendendo in esame i messaggi principali contenuti nella Comunicazione, ha evidenziato una
serie di criticità che fanno apparire questo posizionamento debole rispetto all’urgenza delle sfide che la comunità internazionale dovrà affrontare nel post 2015, oltre che poco coerente con il ruolo di leadership che l’UE stessa dice di voler assumere nel quadro dei negoziati per la costruzione del suddetto partenariato globale. Leggendo il primo paragrafo si rileva come la Comunicazione ignori completamente l’agenda della Finanza per lo Sviluppo. Essa chiede infatti che Addis e New York trovino le loro fondamenta in iniziative precedenti, facendo
esplicito riferimento agli MDGs e a Rio+20, ma non si richiama né al
Monterrey Consensus (l’outcome della prima FfD Conference) né alla
Doha Declaration (outcome della seconda FfD Conference). Nessun accenno inoltre agli impegni che l’UE prese durante la Conferenza di Monterrey (
Barcelona Commitments).
Il CISDE ritiene la nuova posizione assunta un
notevole passo indietro rispetto al passato, anche rispetto a molti temi già affrontati dai Barcellona Committments. In qualche misura, la si potrebbe così parafrasare: “l’UE farà la sua parte, a condizione che gli altri facciano la loro”. Un chiaro esempio dell’approccio "facciamo se lo fai" è rintracciabile nell'impegno proposto in termini di Aiuto Pubblico allo Sviluppo - (4.1 iii.): "L'UE sarebbe pronta a fare più rapidi passi in avanti (nella definizione di scadenze temporali per il raggiungimento dello 0,7%), a condizione che i paesi di cui sopra (paesi ad alto reddito, a reddito medio-alto e paesi emergenti) siano anch’essi disposti ad assumere impegni altrettanto ambiziosi".
La comunicazione di fatto non mette sul tavolo nuove proposte e nuovi impegni. Piuttosto, invita gli attori sopra menzionati ad intraprendere azioni simili a quelle che l’UE ha già intrapreso, ad esempio
nel quadro della PCD (Policy Coherence for Development) e delle politiche commerciali. Per chiarire, nella sezione dell’allegato dedicata al commercio, si legge: "Tutti i paesi sviluppati, i paesi a reddito medio-alto e le economie emergenti devono garantire, come l'UE già fa, l’accesso esente da dazi e limiti di quota per tutti i prodotti provenienti dai LDCs (Least Developed Countries, Paesi Meno Sviluppati), ad eccezione di armi e munizioni."
È giudicata inoltre curiosa l’assenza - all’interno di un documento che dovrebbe informare la posizione dell’UE su finanziamento ed implementazione di un’agenda universale - di proposte d’azione per il
contrasto agli schemi di consumo e produzione non sostenibili all'interno dei suoi confini, così come all’impatto delle politiche e delle imprese europee in termini di non sostenibilità dei modelli di consumo e di produzione fuori dai suoi confini.
Rispetto al tema dei mercati finanziari, si segnala come – posizione espressa anche da Concord Europe - non sarebbe poi costato grossi sforzi, ad esempio, proporre una
tassa sulle transazioni finanziarie, dal momento che 11 Stati membri stanno al momento discutendo congiuntamente la sua attuazione sotto l’egida di un'iniziativa UE.
La linea negoziale che emerge dalla Comunicazione, osservando quello che si domanda agli stati ad alto-medio reddito ed alle economie emergenti in termini di APS e di politiche commerciali, è che questi attori debbano assumere i medesimi impegni assunti dall’UE. Il CISDE sottolinea il
rischio di polarizzazione della discussione che una tale linea negoziale porta con sé, a maggior ragione considerando che la Comunicazione non affronta il tema della riforma degli squilibri interni all’attuale sistema di governance globale.
Assente ad esempio l’istanza di costituzione di un nuovo organismo intergovernativo competente in materia di tasse che faccia capo alle Nazioni Unite, al fine di correggere l’assetto corrente della governance fiscale globale che risulta ancora a guida OCSE, istituzione posseduta e controllata dai maggiori paesi industrializzati. Allo stesso modo, non si accenna all’esigenza di riformare strutture ed organismi che attualmente controllano la questione del debito, in direzione della definizione di sistema multilaterale di regole che disciplinino la ristrutturazione del debito sovrano, così
come richiesto dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Altro aspetto che lascia perplessi è la
poca chiarezza sulla “multistakeholder partnership” - che dovrebbe coinvolgere settore privato e società civile - cui la Comunicazione si richiama, dal momento che al focus posto su necessità e questioni legate al coinvolgimento del settore privato si affianca l’assenza di specifiche raccomandazioni relative alla creazione di un “enabling environment” per la società civile, in particolare per quelle realtà impegnate nella difesa dei diritti di persone e gruppi svantaggiati.
In maniera similare,
la Comunicazione tratta marginalmente le questioni di genere. Se è vero che il documento afferma l’esigenza di affrontare i problemi dell'esclusione e della disuguaglianza, ivi comprese quelle basate sul genere, è vero anche che l'allegato che contiene le proposte d’azione concrete delude per la sua debolezza. Oltre ad un appello per l’inclusione della parità di genere fra i principi a guida delle politiche, ed al richiamo alla necessità di affrontare le discriminazioni sul posto di lavoro, l'allegato non individua alcuna azione concreta in direzione dell’affermazione di una maggiore giustizia di genere. (Silvia Schiavi)