Le macerie di Gaza, servono 70 miliardi e un nuovo patto globale per la ripresa umanitaria
Dopo due anni di guerra, Gaza è oggi uno dei luoghi più devastati del pianeta. Le immagini satellitari e i rapporti delle agenzie delle Nazioni Unite descrivono una distruzione senza precedenti, con un tasso di devastazione che in alcune aree supera il 90%. Secondo la Valutazione Rapida Intermedia dei Danni e dei Bisogni (IRDNA) condotta congiuntamente da ONU, Unione Europea e Banca Mondiale, la ricostruzione dell’enclave palestinese richiederà almeno 70 miliardi di dollari. Di questi, 20 miliardi sarebbero necessari solo nei prossimi tre anni per avviare le prime operazioni di recupero, rimozione delle macerie e ricostruzione dei servizi essenziali.
Sono questi i numeri macro dell'analisi presentata a Ginevra dal rappresentante speciale del Programma di Assistenza al Popolo Palestinese dell’UNDP, che ha descritto Gaza come un territorio “fisicamente distrutto e socialmente esaurito”, con 2,1 milioni di abitanti ammassati in appena 41 chilometri di lunghezza, la Striscia è oggi un mosaico di macerie, disperazione e resilienza.
84% di distruzione, un’economia collassata
I dati messi insieme dalle agenzie del sistema ONU parlano chiaro: l’84% delle infrastrutture di Gaza è distrutto o gravemente danneggiato. A Gaza City, il tasso sale al 92%, con ospedali, scuole, reti idriche e abitazioni civili ridotti in polvere. Oltre 300.000 palestinesi si sono spostati verso nord da venerdì scorso, dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco mediato da Egitto, Qatar e Turchia, ma le condizioni restano drammatiche: acqua contaminata, assenza di elettricità, ospedali in macerie e una popolazione stremata. Negli ultimi mesi sono state rimosse oltre 81.000 tonnellate di detriti – circa 3.100 camion – solo per consentire l’accesso agli operatori umanitari.
Si tratta di un lavoro titanico, spesso ostacolato dalla presenza di ordigni inesplosi e dalla carenza di carburante e macchinari.
Ricostruzione e sicurezza: una sfida da 70 miliardi
La stima di 70 miliardi di dollari comprende interventi su infrastrutture, abitazioni, sanità, istruzione, acqua, energia e ricostruzione del tessuto economico locale. Secondo le Nazioni Unite, la fase di ripresa iniziale (2025-2028) richiederà 20 miliardi di dollari, seguita da una fase di ricostruzione a lungo termine (2028-2035) che dovrà trasformare Gaza in un territorio più resiliente e sostenibile.
Settanta miliardi di dollari equivalgono a più del PIL di Paesi come la Croazia o la Tunisia. Secondo l’UNDP, almeno il 40% dei fondi dovrà provenire da donatori bilaterali e multilaterali, mentre il resto potrebbe essere mobilitato attraverso strumenti finanziari innovativi, come garanzie di investimento e fondi fiduciari per la resilienza. Diversi donatori arabi ed europei, insieme agli Stati Uniti, hanno manifestato disponibilità a finanziare i primi interventi. Tuttavia, nessun impegno concreto è stato ancora formalizzato. La ricostruzione di Gaza rischia così di seguire la stessa sorte di altre crisi croniche — come Siria o Yemen — dove la mancanza di coordinamento politico ha rallentato la ripresa economica e sociale.
Serve un accesso pieno e sicuro per gli aiuti
L’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari delle Nazioni Unite (OCHA) ha ribadito la necessità di aprire tutti i valichi di frontiera e di garantire corridori sicuri per il personale umanitario. Come ha ricordato il portavoce Jens Laerke, “stiamo facendo pressione su tutti i governi coinvolti perché agiscano immediatamente per rendere operativi i canali di ingresso. Senza accesso, la risposta umanitaria rimane paralizzata”. Molte aree del nord di Gaza sono ancora irraggiungibili per i convogli, e le organizzazioni locali segnalano episodi di violenza e saccheggio nei punti di distribuzione non gestiti dall’ONU.
Gaza come prova di sopravvivenza del sistema multilaterale
In un periodo storico in cui assistiamo alla progressiva demolizione del sistema multilaterale e alla delegittimazione della cooperazione internazionale come strumento di pace, la ricostruzione di Gaza rappresenta una prova decisiva per l’intera architettura globale dell’aiuto.
Gli ultimi anni hanno visto crescere la sfiducia verso le Nazioni Unite, le istituzioni europee e le grandi agenzie internazionali, spesso accusate di lentezza, inefficienza o parzialità. Ma se c’è un terreno su cui il multilateralismo può dimostrare la propria indispensabilità concreta, è proprio quello della ricostruzione e della stabilizzazione di Gaza.