All'ONU parte la corsa al nuovo Segretario Generale

All'ONU parte la corsa al nuovo Segretario Generale

Il processo per scegliere il prossimo Segretario Generale delle Nazioni Unite è formalmente iniziato. Con una lettera congiunta indirizzata ai 193 Stati membri, il Consiglio di Sicurezza e il Presidente dell’Assemblea Generale hanno dato ufficialmente l’avvio alla procedura che porterà, entro fine 2026, alla nomina della figura che guiderà l’ONU dal 1° gennaio 2027.

La notizia, già di per sé rilevante per la diplomazia globale, assume un valore politico ancora più significativo alla luce delle crescenti tensioni geopolitiche e della progressiva erosione dell’autorità del sistema multilaterale. La selezione del nuovo Segretario Generale non è quindi solo un passaggio istituzionale: è un vero e proprio stress test per capire se l’ONU è ancora in grado di garantire un processo decisionale condiviso e credibile.

80 anni senza una donna al vertice

Nel testo della lettera congiunta, le due massime istituzioni dell’ONU non mancano di sottolineare un elemento fondamentale: in quasi 80 anni di storia delle Nazioni Unite, nessuna donna ha mai ricoperto la carica di Segretario Generale. Per questo, gli Stati membri vengono “caldamente incoraggiati” a proporre candidature femminili. È un messaggio politico chiaro, che riflette la crescente pressione internazionale per una rappresentanza di genere più equa nei ruoli di leadership globale. La lettera ribadisce anche l’importanza della diversità regionale, altro tema delicatissimo in un’ONU dove equilibri geopolitici e logiche di rotazione non scritte guidano gran parte delle scelte.

Come funziona il processo di selezione

La procedura segue il modello consolidato dal 2016, quando per la prima volta vennero introdotte audizioni pubbliche e una maggiore trasparenza sulle candidature. Formalmente, il percorso prevede tre fasi:

  1. Nomination degli Stati membri, ciascuno dei quali può presentare un solo candidato.
  2. Audizioni pubbliche e presentazione dei programmi, un passaggio che ha contribuito negli anni a rendere la scelta più partecipata e leggibile all’opinione pubblica.
  3. Raccomandazione del Consiglio di Sicurezza, che deve convergere su un unico nome.
  4. Approvazione finale dell’Assemblea Generale, generalmente una formalità.

Il meccanismo è pensato per combinare legittimità politica e trasparenza, ma in realtà continua a essere fortemente condizionato dagli interessi delle grandi potenze. Il veto dei P5 resta il fattore determinante, confermando che l’elezione del Segretario Generale è un esercizio diplomatico ad altissima intensità.

Perché questa selezione pesa più delle precedenti

Il contesto internazionale odierno rende la partita particolarmente complessa. Il nuovo Segretario Generale dovrà rafforzare un sistema multilaterale delegittimato e percepito come inefficace in un contesto di conflitti globali e crisi regionali in espansione. A questo si aggiunge  la crisi finanziaria interna senza precedenti per l’ONU e la pressione dei Paesi del Sud globale, sempre più determinati a chiedere maggiore rappresentanza. Il profilo richiesto, quindi, non è semplicemente quello di un capo amministratore. Il prossimo Segretario Generale dovrà essere un mediatore credibile, capace di operare in un equilibrio diplomatico estremamente fragile e allo stesso tempo di proporre una visione di lungo periodo per rilanciare l’istituzione.

I primi candidati in campo

Al momento, solo tre nomi hanno già espresso pubblicamente interesse o disponibilità: Michelle Bachelet, ex Presidente del Cile ed ex Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, Rebeca Grynspan, ex Vicepresidente della Costa Rica e attuale Segretaria Generale dell’UNCTAD e Rafael Grossi, diplomatico argentino e direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA).

Si tratta di tre profili di altissimo livello, con lunga esperienza internazionale e una forte impronta multilaterale. Ma il nodo centrale rimane sempre lo stesso: la scelta finale dovrà essere approvata dai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (USA, Russia, Cina, Francia e Regno Unito), gli unici con diritto di veto. Un criterio non scritto è anche la rotazione geografica, il che renderebbe questa tornata favorevole a un candidato/a dell'America Latina.  In altre parole, la corsa è aperta, ma gli equilibri geopolitici determineranno gran parte del risultato.





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