Che fine ha fatto il Board of Peace?
Tre mesi dopo la sua nascita trionfale, il Board of Peace — il consiglio internazionale voluto da Donald Trump per governare la transizione di Gaza dopo il cessate il fuoco e prepararne la ricostruzione — si trova già in una situazione di profonda difficoltà. I fondi promessi non arrivano, i negoziati sul disarmo di Hamas sono in stallo, la guerra americana contro l'Iran ha distolto attenzione e risorse, e alcuni dei partner internazionali stanno minacciando di ritirarsi.
La storia del Board of Peace inizia formalmente a fine gennaio a Davos e poche settimane dopo a Washington dove i Paesi arabi del Golfo e altri attori internazionali hanno promesso complessivamente oltre 16 miliardi di dollari per la gestione e la ricostruzione di Gaza, con gli Stati Uniti che si sono impegnati per una quota di 10 miliardi. Il Board avrebbe dovuto sostenere il Comitato Nazionale per l'Amministrazione di Gaza (NCAG), un gruppo di tecnocrati palestinesi guidato da Ali Shaath — ex viceministro dell'Autorità Palestinese — incaricato di prendere il controllo dei ministeri e delle forze di polizia di Gaza da Hamas. L'accordo prevedeva che il Board fungesse da ombrello finanziario e politico per questo processo di transizione, mentre il disarmo progressivo di Hamas avrebbe aperto la strada al ritiro delle truppe israeliane e alla ricostruzione su larga scala.
Meno di un miliardo su 17 promessi
La realtà sembra essere drasticamente diversa dall'annuncio. Secondo fonti con conoscenza diretta delle operazioni del Board citate da Reuters, dei dieci Paesi che avevano sottoscritto impegni di finanziamento, solo tre hanno effettivamente versato fondi: gli Emirati Arabi Uniti, il Marocco e gli stessi Stati Uniti. I fondi effettivamente disponibili ammonterebbero a meno di un miliardo di dollari — una frazione dell'impegno totale. Il Board ha smentito pubblicamente questi numeri, dichiarando di essere «un'organizzazione snella e focalizzata sull'esecuzione, che richiede capitali solo quando necessario» e che «tutte le richieste di finanziamento sono state soddisfatte immediatamente e integralmente». Ma le fonti indipendenti raccontano un'altra storia: un funzionario palestinese a conoscenza diretta dei colloqui ha riferito che l'inviato del Board, Nickolay Mladenov, ha informato Hamas e altre fazioni palestinesi che «al momento non sono disponibili fondi».
L'NCAG bloccato al Cairo: sicurezza e fondi assenti
La conseguenza diretta della crisi finanziaria è il blocco del NCAG. Il comitato tecnocratico guidato da Shaath e composto da 14 membri si trova confinato in un hotel del Cairo, sotto la supervisione di agenti americani ed egiziani, senza la possibilità di entrare fisicamente a Gaza. I motivi sono duplici: la mancanza di fondi operativi e le condizioni di sicurezza ancora troppo instabili — nonostante il cessate il fuoco dell'ottobre scorso, gli attacchi israeliani hanno ucciso almeno 700 persone nella Striscia.
Hamas, dal canto suo, ha dichiarato di essere pronta a cedere il governo al NCAG. Ma Israele pone come condizione imprescindibile il disarmo completo del gruppo — inclusa la consegna delle mappe del sistema di tunnel sotterranei — prima di qualsiasi ritiro delle proprie truppe. Hamas, a sua volta, condiziona il disarmo a garanzie concrete sul ritiro israeliano e sulla cessazione definitiva dei combattimenti. Un circolo vizioso che i negoziatori egiziani stanno cercando di sbrogliare senza risultati visibili.
La guerra con l'Iran: un fattore destabilizzante
Il quadro già fragile è stato ulteriormente complicato dagli attacchi israelo-americani contro l'Iran, che hanno fatto precipitare la regione in un conflitto aperto spostando drasticamente l'attenzione delle cancellerie internazionali. La guerra con Teheran «ha influenzato tutto», ha dichiarato una delle fonti citate da Reuters. Israele ha chiuso il valico di Rafah con l'Egitto bloccando di fatto uno dei pochi canali di accesso agli aiuti umanitari nella Striscia.
Sul fronte diplomatico, l'Indonesia — che aveva promesso l'invio di 8.000 soldati per una forza internazionale di stabilizzazione — ha minacciato di ritirarsi se il Board non dimostrasse di produrre benefici concreti per i palestinesi. Il ministro degli Esteri indonesiano ha dichiarato che tutti i colloqui sul Board erano stati sospesi a causa del conflitto con l'Iran. L'amministrazione Trump ha risposto che i negoziati con Jakarta proseguono regolarmente, ma la crisi diplomatica è evidente. Altri Paesi, come Azerbaijan e Giordania, hanno invece confermato il proprio impegno.
DP World e la logistica di Gaza
Parallelamente ai negoziati politici, il Financial Times ha rivelato che rappresentanti del Board of Peace hanno avuto colloqui con DP World, il gigante logistico di proprietà del governo di Dubai, per discutere della gestione delle catene di approvvigionamento e dei progetti infrastrutturali a Gaza. Le trattative avrebbero esplorato la possibilità che l'azienda gestisse la logistica degli aiuti umanitari e delle merci commerciali, inclusi sistemi di monitoraggio del cargo, infrastrutture di stoccaggio e sicurezza. Sul tavolo ci sarebbero anche proposte per la costruzione di un nuovo porto a Gaza o sulla costa egiziana del Mediterraneo, e per la creazione di una zona di libero scambio nel territorio.
DP World ha smentito qualsiasi trattativa in corso. Ma la visione complessiva che emerge dai documenti trapelati è quella di una privatizzazione sostanziale dei servizi e delle infrastrutture di Gaza, con un ruolo marginale per le istituzioni internazionali e ancora più marginale per i palestinesi stessi. Una prospettiva che ha attirato critiche severe: il piano, secondo i suoi detrattori, rischia di legittimare lo sfollamento forzato della popolazione palestinese e di bypassare sistematicamente l'ONU.
L'UE si defila e paga
In questo quadro, l'Unione Europea ha preso le distanze formali dal Board. L'Alto rappresentante per la politica estera Kaja Kallas ha annunciato la decisione di non aderire al meccanismo, indicando due condizioni non soddisfatte: un ruolo significativo per i palestinesi nel processo decisionale e un mandato esplicitamente temporaneo per il Board stesso. «Rimaniamo il principale sostenitore del popolo palestinese a livello globale», ha dichiarato Kallas, ricordando le missioni europee sul territorio che sostengono la polizia, la giustizia, la governance e la gestione delle frontiere palestinesi.
Nonostante l'ambizione di essere «un attore, non solo un finanziatore», l'UE si trova ancora una volta a svolgere principalmente il ruolo di portafoglio. Lo stesso giorno del rifiuto di aderire al Board, Bruxelles ha pubblicato con l'ONU e la Banca Mondiale la Rapid Damage and Needs Assessment (RDNA) per Gaza: la stima dei danni è di 71,4 miliardi di dollari per la ricostruzione nei prossimi dieci anni, con 23 miliardi necessari nei prossimi 18 mesi. Oltre 371.000 unità abitative distrutte o danneggiate, più del 50% degli ospedali non funzionante, quasi tutte le scuole danneggiate, un'economia contratta dell'84%, 1,9 milioni di sfollati e oltre il 60% della popolazione senza casa.
Il mandato che scade: un conto alla rovescia
A rendere ancora più precaria la situazione del Board è il fattore temporale. Il mandato ottenuto presso il Consiglio di Sicurezza dell'ONU scade alla fine del 2027. Con il disarmo di Hamas ancora in fase di stallo, i fondi che stentano ad arrivare, la guerra con l'Iran che distrae le priorità geopolitiche e alcuni partner che minacciano di ritirarsi, il tempo a disposizione si assottiglia rapidamente.
Per la comunità della cooperazione internazionale e per chiunque lavori sulla crisi palestinese, il quadro che emerge è quello di un piano concepito più come strumento di proiezione del potere americano e delle ambizioni dei Paesi del Golfo che come risposta genuinamente umanitaria e politica ai bisogni di Gaza. La distanza tra i 71 miliardi necessari per la ricostruzione e il meno di un miliardo finora disponibile non è solo un problema finanziario: è la misura di quanto il divario tra retorica e realtà resti, per ora, incolmabile.