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Localizzazione al contrario: come lo smantellamento di USAID ha ricentralizzato i fondi negli Stati Uniti

Quando, nel gennaio 2025, l'amministrazione americana avviò lo smantellamento di USAID, uno degli obiettivi principali era quello di eliminare dal sistema i grandi intermediari, quelli che Trump definiva "beltway bandits" accusati di gonfiare i costi di struttura e drenare risorse destinate ai beneficiari finali. A distanza di un anno, un'analisi condotta dalla Health Security Policy Academy racconta una storia opposta.

I dati sono inequivocabili. Nel corso dell'anno finanziario 2025, i principali contractor e agenzie statunitensi hanno ricevuto aumenti di finanziamento massicci. Chemonics, società privata già tra i principali beneficiari dei fondi USAID, ha incassato 173 milioni di dollari in più rispetto al 2024, con un incremento del 16%. La non-profit FHI 360 ha visto crescere i propri fondi di 444 milioni di dollari, pari a un aumento del 110%. Jhpiego, affiliata alla Johns Hopkins University, ha ricevuto 194 milioni in più (+133%). Global Solutions Ventures, joint venture tra due società di consulenza, ha registrato un aumento del 727%.

A fronte di questi incrementi, la quota dei fondi per la salute globale concentrata nei 25 maggiori beneficiari è passata dal 67% dell'ultimo anno dell'amministrazione Biden al 91% nel periodo post-riforma. Il numero di organizzazioni del Sud del mondo che ricevevano finanziamenti diretti è calato del 40%, da 613 a 384 soggetti.

Un meccanismo che si è ritorto contro

Ma come è potuto accadere? Secondo i ricercatori che hanno guidato l'analisi, la risposta è strutturale: quando l'amministrazione ha congelato i fondi e cominciato a smantellare USAID, centinaia di organizzazioni locali — che distribuivano farmaci antiretrovirali, test per la malaria e altri servizi sanitari essenziali — hanno licenziato il personale e chiuso. Solo i grandi soggetti americani, dotati di riserve finanziarie e strutture operative consolidate, hanno potuto sopravvivere ai mesi di stop-and-go nei finanziamenti e continuare a operare. Quando i tribunali e il Congresso hanno imposto all'amministrazione di mantenere attivi i programmi salvavita, l'unico canale disponibile era proprio quello che si voleva eliminare.

Il paradosso si è ulteriormente aggravato perché molti dei grandi beneficiari, a loro volta, hanno subappaltato le attività alle stesse organizzazioni locali che erano state precedentemente finanziate direttamente — creando un livello aggiuntivo di burocrazia e costi amministrativi che non esisteva prima delle cosiddette riforme sull'efficienza.

Dieci anni di localizzazione azzerati

Il danno più profondo riguarda il processo di localizzazione della cooperazione internazionale. Negli anni precedenti, il governo americano aveva investito risorse considerevoli per aiutare le ONG dei Paesi in via di sviluppo a costruire le strutture di auditing e governance necessarie per ricevere fondi USAID in modo diretto. Quel percorso è stato bruscamente interrotto nel febbraio 2025, con la rescissione di gran parte dei contratti. Molte organizzazioni hanno chiuso o ridotto drasticamente il personale. Secondo un responsabile del settore, alcuni di questi soggetti vengono ora ricontattati per riprendere l'erogazione di servizi — ma questa volta come sub-beneficiari, non come partner diretti. Un passo indietro di dieci o quindici anni, nelle parole di chi opera sul campo.

Cosa succede adesso

Il Dipartimento di Stato ha risposto definendo il 2025 un "anno di transizione" e annunciando una nuova direzione basata su accordi bilaterali governo-governo, di cui 27 già firmati. La logica è quella di trasferire progressivamente la gestione dei programmi sanitari ai governi nazionali — come Nigeria o Kenya — che a loro volta potranno affidarsi alle organizzazioni locali. È stato inoltre istituito un nuovo meccanismo di finanziamento con una dotazione potenziale di 4,5 miliardi di dollari, con progetti fino a 250 milioni e durata quinquennale. Le prime priorità identificate sono la risposta alle epidemie e la protezione dell'infanzia.

Per la comunità della cooperazione internazionale, la vicenda USAID offre una lezione amara: smontare rapidamente sistemi complessi senza alternative pronte produce effetti opposti a quelli dichiarati, e i costi ricadono sempre sui più vulnerabili.





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