cuba

Mentre il mondo guarda al Medio Oriente, Cuba è sull’orlo del collasso

Il 3 gennaio 2026, gli Stati Uniti guidati da Donald Trump hanno rimosso, con un’operazione militare, il Presidente Nicolás Maduro, che ha governato ininterrottamente il Venezuela per dodici anni. Mentre l’attenzione internazionale si interrogava sul futuro del popolo venezuelano, non lontano da lì, nel Mar dei Caraibi, un altro paese veniva colpito in modo diverso da questo evento. Per Cuba, la caduta di Maduro ha rappresentato un duro colpo: niente più petrolio. Da oltre venticinque anni, l’isola dipende dal greggio venezuelano, risorsa che le ha permesso di sostenere la propria economia nonostante l’embargo di Washington in vigore dal 1962. Ora l’isola fa fatica a respirare a causa del blocco degli idrocarburi con conseguenze catastrofiche non soltanto per l’economia, basata sul turismo, ma per la sopravvivenza stessa del paese e dei suoi dieci milioni di abitanti.

Una crisi senza precedenti

L’attuale situazione è drammatica. Da tre mesi, l’isola è paralizzata da una crisi energetica senza precedenti: il carburante è quasi introvabile, l’elettricità viene razionata e i trasporti ridotti al minimo. Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha dichiarato pubblicamente che il paese riesce a coprire appena il 40% del proprio fabbisogno energetico.
Anche il sistema sanitario, uno dei pilastri storici dell’identità cubana, sta subendo forti pressioni potendo garantire al momento principalmente le emergenze e le terapie salvavita, come oncologia e dialisi. Tutte le altre prestazioni devono essere rinviate. Gli ospedali sono costretti a operare senza corrente. Nei reparti, i medici lavorano in condizioni estreme, con turni lunghissimi e carenza di materiali: mancano siringhe, tubi per flebo e antibiotici. Sempre più frequentemente sono le famiglie a dover reperire ciò che serve tramite parenti all’estero o, peggio, ricorrendo a canali informali. A tutto questo si aggiungono tensioni sociali. Di recente, infatti, si sono registrati episodi di proteste e blocchi del traffico in diverse aree dell’isola. 

Senza petrolio non c’è benzina, e i mezzi per la raccolta dei rifiuti non possono muoversi e i rifiuti si accumulano per settimane nelle strade, con conseguente peggioramento delle condizioni igienico-sanitarie e un aumento del rischio di malattie come la dengue.

Oltre all’embargo statunitense, inasprito dalla seconda amministrazione Trump, pesano la forte dipendenza energetica dall’estero, le difficoltà affrontate dall’economia cubana (forte calo del turismo -30% nel 2025), riforme monetarie inadeguate e lo stato obsoleto di molte infrastrutture, specialmente nel settore elettrico. 

Gli appelli della comunità internazionale

Gli aiuti umanitari faticano ad arrivare. Le Nazioni Unite hanno rilanciato un appello urgente: “i bisogni umanitari nel paese restano molto acuti e persistenti”, ha dichiarato il Coordinatore residente Francisco Pichón, presentando un piano da 94,1 milioni di dollari per sostenere due milioni di persone in otto province. La crisi umanitaria non sta colpendo tutti e tutte allo stesso modo, ma pesa in primis sui gruppi maggiormente vulnerabili: anziani soli, persone con disabilità e donne in gravidanza. Inoltre, il programma intende sostenere soluzioni energetiche sostenibili come l’installazione di impianti solari nelle scuole e negli ospedali e il rafforzamento delle infrastrutture idriche. Pichón ha messo in guardia che senza interventi tempestivi, la situazione potrebbe peggiorare ulteriormente con gravi perdite umane.

I governi di Messico, Spagna e Brasile hanno espresso in una dichiarazione congiunta diffusa pochi giorni fa e tenutasi a Barcellona durante un vertice internazionale, la loro “profonda preoccupazione per la grave crisi umanitaria che attraversa Cuba”, impegnandosi ad aumentare la risposta umanitaria con l’obiettivo di alleviare le sofferenze del popolo cubano.

Aiuti umanitari che dividono, aiuti che arrivano

A fine marzo la flottiglia “Nuestra América”, organizzata da attivisti latinoamericani, è attraccata all’Avana con 35 tonnellate di aiuti umanitari. L’iniziativa ha però suscitato reazioni contrastanti. Molti cubani e operatori umanitari dubitano che gli aiuti raggiungano davvero chi ne ha bisogno, accusando gli organizzatori di essere troppo vicini al governo. Questo perché a Cuba la distribuzione degli aiuti è gestita dallo Stato, spesso accusato di scarsa trasparenza. Da un lato c’è chi vede la flottiglia come atto di solidarietà internazionale, dall’altro chi la considera strumentalizzata o inefficace.
Nei giorni scorsi è partita anche un’altra missione, l’European Convoy to Cuba nell’ambito della campagna “Let Cuba Breathe”. Diverse delegazioni europee stanno portando materiali sanitari e beni di prima necessità con l’obiettivo di fornire aiuti concreti alla popolazione cubana anche nelle regioni di Santiago de Cuba, Guantánamo e Granma.

(articolo a cura di Valeria Sofia Uribe Turcarelli)





Informativa

L'accesso ai nostri contenuti è soggetto al consenso per l'utilizzo dei cookie per la sola finalità relativa ai dati relativi alle visite in forma anonima come indicato nella Cookie Policy.
Se accetti i cookie per le finalità indicate, potrai navigare liberamente su Info-cooperazione.it e noi potremo erogarti pubblicità e contenuti personalizzati.
Grazie ai ricavi realtivi a tali attività, supporterai il lavoro della nostra redazione.