Blended finance sotto esame
Dai “miliardi ai bilioni”
La blended finance era stata presentata come uno strumento capace di effetto leva, i promotori dicevano che i “miliardi” dell’aiuto pubblico si sarebbero trasformati in “bilioni” di investimenti complessivi. Secondo le stime più recenti, tuttavia, il deficit globale di finanziamento per lo sviluppo sostenibile supera oggi i 4.000 miliardi di dollari annui, e i capitali privati mobilitati restano ancora limitati rispetto alle aspettative. Anche l’OCSE riconosce che la finanza mista, pur avendo attirato risorse aggiuntive, rimane un fenomeno frammentato, caratterizzato da progetti su misura e difficilmente scalabili. I grandi flussi continuano a concentrarsi in Paesi a reddito medio e in settori con ritorni economici più prevedibili, come energia, infrastrutture e inclusione finanziaria.
Le principali critiche riguardano tre aspetti chiave:- Il primo è l’addizionalità: dimostrare che l’intervento pubblico ha realmente reso possibile un investimento che altrimenti non sarebbe avvenuto. In assenza di trasparenza sui dati finanziari, questo elemento resta spesso indimostrabile.
- Il secondo riguarda il rischio di impact washing, ovvero la tendenza a sovrastimare l’impatto sociale e ambientale dei progetti per legittimare l’uso di fondi pubblici a favore di operatori privati.
- Il terzo, forse il più rilevante per la cooperazione, è l’esclusione dei contesti più fragili. Dove non esiste una soluzione di mercato, la finanza mista fatica a operare. I settori sociali – istruzione di base, protezione sociale, salute primaria – e i Paesi più poveri continuano a dipendere quasi esclusivamente da finanziamenti pubblici e donazioni.
Modelli alternativi e lezioni emergenti
Se la blended finance non è finora riuscita a fornire investimenti sostanziali ad alcuni settori, ci sono sperimentazioni di nuovi schemi di finanziamento creativi che potrebbero avere maggiore successo. Una fondazione elvetica ha investito un decennio per testare un sistema di cofinanziamento che aggrega risorse da privati – fondazioni filantropiche e aziende – a sostegno dell’istruzione primaria in Costa d’Avorio. Alla fine, sedici imprese del settore cacao locale, alcune fondazioni e il governo ivoriano hanno messo a disposizione 78 milioni di dollari per un’iniziativa mirata a potenziare l’accesso a un’istruzione elementare di qualità. Grazie a questo meccanismo, sono stati ottenuti ulteriori 13 milioni dal Multiplier Fund del Global Partnership for Education, uno strumento innovativo per il finanziamento educativo. Le imprese si sono convinte che a superare la logica del ritorno economico immediato e il il loro impegno per l’istruzione nel paese è stato riconosciuto pubblicamente. Ora la fondazione replica il modello in Ghana e Colombia, altri produttori di cacao, esplorando applicazioni in ulteriori settori, vista l’evidenza di impatti positivi in Costa d’Avorio. Progetti come questo possono condurre a risultati positivi, ma non mancano le accuse di “impact washing” – quando gli investitori esagerano o falsificano i benefici sociali del loro coinvolgimento. Molti osservatori sostengono che la comunità dei donatori dovrebbe creare una struttura multilaterale globale ad hoc, in grado di bilanciare i finanziamenti pubblici con il capitale privato, a seconda della situazione e mettere in campo meccanismi di trasparenza nella rendicontazione dell’impatto.Una questione politica, non solo finanziaria
Nel contesto attuale – segnato da tagli agli aiuti, crescente instabilità globale e crisi di fiducia nel multilateralismo – il ricorso ai capitali privati appare sempre più come una necessità politica oltre che finanziaria. Tuttavia, affidare al mercato una funzione sostitutiva dell’aiuto pubblico rischia di snaturare la cooperazione allo sviluppo, trasformandola da strumento di riduzione delle disuguaglianze a leva per investimenti selettivi. La sfida per donatori e operatori sarà trovare un equilibrio: utilizzare il capitale privato dove può davvero fare la differenza, senza rinunciare al ruolo insostituibile dei finanziamenti pubblici nei contesti e nei settori in cui il mercato, semplicemente, non arriva.