Save the Children rinuncia ai fondi ONU per accelerare la localizzazione degli aiuti

Save the Children rinuncia ai fondi ONU per accelerare la localizzazione degli aiuti

Save the Children International ha recentemente annunciato una decisione destinata a far discutere a lungo nel settore umanitario globale: a partire da gennaio 2026 l’organizzazione non presenterà più domande di finanziamento ai country-based pooled funds delle Nazioni Unite, i fondi gestiti dall’Ufficio ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) che sostengono interventi salvavita nei contesti di crisi. La scelta, che comporterà per l’organizzazione una perdita stimata di circa 30 milioni di sterline l’anno, è stata motivata da un obiettivo preciso: liberare spazio finanziario affinché le organizzazioni umanitarie locali possano accedere direttamente a maggiori risorse.

Nel 2024 i fondi ONU di questo tipo hanno distribuito circa 800 milioni di dollari in 17 crisi umanitarie nel mondo. Tuttavia, secondo gli stessi dati citati da Save the Children, la distribuzione delle risorse risulta fortemente sbilanciata. Solo l’8% dei finanziamenti umanitari globali è arrivato alle ONG locali, mentre circa il 60% è confluito verso organizzazioni multilaterali e una quota significativa verso grandi ONG internazionali. Una sproporzione che, negli anni, è stata sempre più criticata da attori della società civile, ricercatori e dalle stesse Nazioni Unite.

Un sistema che favorisce i grandi attori internazionali

Save the Children non è un’eccezione all’interno di questo sistema, anzi. Nel suo rapporto di impatto 2024, l’organizzazione ha dichiarato di aver ricevuto 43,5 milioni di dollari da OCHA, più del doppio rispetto all’anno precedente. Nel complesso, i dati mostrano che le ONG internazionali ricevono circa il 54% dei fondi pooled, contro il 41% che arriva agli attori locali. Una differenza che, secondo la dirigenza di Save the Children, mina alla base gli impegni presi dal settore umanitario a favore della cosiddetta localizzazione degli aiuti. La localizzazione è un principio formalmente riconosciuto da anni, in particolare dopo il Grand Bargain del World Humanitarian Summit del 2016, che prevedeva un aumento progressivo dei finanziamenti diretti agli attori locali. Tuttavia, nella pratica, il sistema continua a premiare chi dispone di maggiore capacità amministrativa, strutture consolidate e competenze linguistiche e burocratiche: caratteristiche tipiche delle grandi ONG internazionali.

Un passo verso una localizzazione autentica?

Abdurahman Sharif, direttore umanitario senior di Save the Children International, ha sottolineato che la decisione non rappresenta un arretramento dell’impegno umanitario, ma al contrario un tentativo di riformarlo dall’interno. In un intervento pubblico, Sharif ha definito la scelta “un passo verso una localizzazione autentica”, chiarendo che il ritiro dai fondi pooled sarà graduale e durerà fino alla fine del 2027, per garantire una transizione sicura ed etica. Sharif ha anche lanciato un appello diretto ad altre grandi ONG internazionali – come Oxfam, CARE, Danish Refugee Council e Norwegian Refugee Council – affinché adottino scelte simili. Secondo il dirigente, l’iniziativa di Save the Children rischierebbe di essere inefficace se altre organizzazioni semplicemente occupassero lo spazio finanziario lasciato libero.

Il valore delle organizzazioni locali

Alla base della decisione vi è una visione precisa del ruolo degli attori locali. Secondo Save the Children, le organizzazioni radicate nei territori colpiti dalle crisi possiedono una conoscenza profonda delle comunità, delle dinamiche culturali e delle esigenze reali delle popolazioni. Sono presenti prima che le emergenze esplodano e continuano a operare quando l’attenzione mediatica internazionale si sposta altrove. In questo senso, il ruolo delle ONG internazionali dovrebbe evolvere: da implementatori diretti a partner di supporto, capaci di rafforzare leadership locali, trasferire competenze, garantire standard di qualità e facilitare l’accesso a reti globali. Sharif ha dichiarato che, nel lungo periodo, l’obiettivo dovrebbe essere quello di destinare il 100% dei fondi pooled direttamente alle organizzazioni locali.

Rischi, sostenibilità e riforma del sistema

La decisione comporta rischi evidenti. Save the Children International ha chiuso il 2024 con un bilancio di 1,1 miliardi di sterline e una spesa complessiva di 1,18 miliardi. Rinunciare a una fonte significativa di finanziamento implica una revisione delle strategie operative e una maggiore dipendenza da altri donatori istituzionali e privati. Tuttavia, secondo la leadership dell’organizzazione, il costo economico è giustificato dalla necessità di promuovere una riforma strutturale del sistema umanitario.

La mossa di Save the Children rappresenta un segnale forte nel dibattito sulla riforma dell’aiuto umanitario. Se seguita da altri grandi attori, potrebbe innescare un riequilibrio reale del potere e delle risorse, rafforzando la resilienza delle comunità colpite dalle crisi e rendendo il sistema più equo ed efficace. 





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