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Dazi zero per l'Africa: la mossa di Pechino che mette in crisi la politica occidentale

Mentre Washington alza i dazi sulle auto europee al 25% e riaccende la guerra commerciale con i propri alleati storici, Pechino fa l'opposto: apre il proprio mercato a cinquantatré Paesi africani, eliminando le tariffe sulle loro esportazioni. Non è un gesto simbolico. È una delle mosse geopolitiche più calcolate degli ultimi anni, e rischia di spiazzare sia il Piano Mattei italiano sia l'intera strategia europea per il continente africano.

Nella prima settimana di maggio 2025, la Cina ha ufficialmente esteso la politica di accesso a dazio zero a tutte le venti maggiori economie africane, aggiungendole ai trentatré Paesi più poveri del continente che già godevano di questo trattamento. Il risultato è che cinquantatré Stati africani su cinquantaquattro possono ora esportare verso la Cina senza pagare tariffe. Resta fuori soltanto l'Eswatini, che mantiene relazioni diplomatiche con Taiwan. Prodotti che prima affrontavano dazi compresi tra l'8% e il 30% — come il cacao della Costa d'Avorio e del Ghana, il caffè e gli avocado del Kenya, gli agrumi e il vino del Sudafrica — possono ora entrare liberamente nel più grande mercato di consumatori del pianeta.

Il commercio Cina-Africa aveva già toccato il record di 348 miliardi di dollari nel 2025. Con questa misura, Pechino consolida la propria posizione come primo partner commerciale del continente con un vantaggio strutturale che sarà difficile da colmare nel breve periodo.

La geopolitica commerciale della Cina

La Cina non regala nulla. Importa materie prime e prodotti agricoli africani, ma continua a esportare verso il continente tecnologia, manufatti, veicoli, infrastrutture, piattaforme digitali e — soprattutto — dipendenza industriale. Lo squilibrio resta enorme: nel 2025, le esportazioni cinesi verso l'Africa hanno raggiunto 225 miliardi di dollari, a fronte di 123 miliardi di importazioni dall'Africa. Pechino compra, sì, ma soprattutto vende. È una relazione che crea legami economici profondi, consolida debiti e genera dipendenze politiche che si traducono in voti alle Nazioni Unite, concessioni minerarie, reti 5G e accordi militari.

Ma il punto decisivo non è la natura degli interessi cinesi — ovviamente strategici — bensì la loro leggibilità e concretezza per i governi e le popolazioni africane. Mentre l'Occidente parla di partenariato paritario, condizioni, procedure e valori, la Cina parla di accesso. Mentre l'Europa arriva a conferenze con memorandum e promesse di investimento, Pechino firma accordi, manda navi cariche di merci e trasforma un carico di mele sudafricane a Shenzhen in un simbolo politico di apertura. Il messaggio è semplice e potente: voi producete, noi compriamo.

Trump alza muri, l'Europa tentenna

La coincidenza temporale tra i dazi zero cinesi e l'aumento delle tariffe americane sulle auto europee non è casuale. È la rappresentazione grafica di uno scontro narrativo globale in cui tre attori si posizionano in modo radicalmente diverso. Gli Stati Uniti di Trump usano i dazi come arma punitiva e strumento di protezione industriale, colpendo alleati e avversari con la stessa logica. La Cina usa il commercio come linguaggio di costruzione di influenza e consenso. L'Europa, stretta tra la pressione americana e l'attivismo cinese, fatica a trovare una voce coerente e una strategia che parli alle opinioni pubbliche africane con la stessa efficacia degli interlocutori concorrenti. Per l'Italia e per la Germania — i due grandi Paesi manifatturieri europei — il colpo è doppio: pressione crescente sulle esportazioni verso gli Stati Uniti e rischio di marginalizzazione nei mercati africani in rapida crescita. 

Il Piano Mattei e l'Europa nell'era dei dazi zero cinesi

Il Piano Mattei è nato con un'intuizione politicamente corretta per il nostro paese: recuperare il ritardo italiano e europeo in Africa, ma tra l'intuizione e l'esecuzione il divario resta ampio, e i tempi si stanno accorciando. Il problema non è solo operativo. È strutturalmente politico. Il Piano deve confrontarsi con un avversario — la Cina — che non ha elezioni imminenti da gestire, non ha opinioni pubbliche da convincere sulla destinazione dei fondi pubblici verso l'Africa, non ha venti governi nazionali da coordinare prima di prendere una decisione commerciale. Pechino può pianificare a decenni, l'Europa e l'Italia faticano a ragionare oltre il mandato di governo. Tra l'imminenza della campagna elettorale e il rischio di una fase recessiva, anche le ambizioni africane del governo Meloni rischiano di finire schiacciate dalle urgenze interne.

La partita africana non si gioca solo sui numeri del commercio. Si gioca sulla percezione, sulla narrativa globale, sulla fiducia che i governi e le giovani generazioni africane ripongono nei diversi interlocutori internazionali. In questo grande racconto, la Cina vuole apparire come il partner del futuro — pragmatico, rispettoso della sovranità, capace di consegnare risultati concreti. Gli Stati Uniti come la potenza che difende se stessa. L'Europa come un continente ricco ma esitante, generoso di promesse e avaro di accesso.

Questa percezione conta in modo concreto e misurabile: conta nei voti all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nelle concessioni minerarie per le terre rare necessarie alla transizione energetica europea, nelle scelte tecnologiche dei governi africani, nelle forniture energetiche e nei rapporti militari. Un'Africa sempre più orientata verso Pechino è un'Africa con cui l'Europa avrà meno leve diplomatiche, meno accesso alle risorse e meno mercati per le proprie esportazioni.

La Cina ha capito una cosa semplice e profonda: il secolo africano non si conquista con i discorsi, ma con le condizioni materiali dello scambio. L'Europa deve ancora decidere quale lingua vuole parlare al mondo. E deve farlo in fretta, spiegando ai propri elettori — soprattutto alle fasce più insofferenti verso la globalizzazione — che il vantaggio competitivo occidentale non è eterno e che il tempo per scegliere la strada giusta si sta accorciando giorno per giorno.





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