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Quattro candidati per la successione più difficile nella storia dell'ONU

Quando Rafael Mariano Grossi si è presentato davanti all'Assemblea Generale ONU per i dialoghi interattivi del 21 e 22 aprile 2026, ha detto una cosa che non si era mai sentita dire da un candidato alla guida delle Nazioni Unite: «La direzione in cui si sta muovendo l'ONU non è quella che vorremmo vedere». Michelle Bachelet ha aggiunto che «il mondo e l'ordine basato sul diritto internazionale sono sotto pressione come non mai». Rebeca Grynspan ha avvertito che «la fiducia nell'organizzazione si sta erodendo e il tempo per ripristinarla si sta esaurendo». Anche Macky Sall ha adottato un registro cupo e pessimista.

Quattro candidati diversi per profilo, provenienza e visione. Ma tutti concordi su una cosa: l'organizzazione che uno di loro guiderà dal 1° gennaio 2027 è in crisi profonda. Non è un disclaimer di facciata. È la premessa politica più onesta — e più preoccupante — di una corsa alla successione di António Guterres che si apre in un momento storico senza precedenti per il multilateralismo globale.

ONU sotto pressione su tutti i fronti

Per capire la posta in gioco di questa elezione, bisogna guardare al contesto. Il Consiglio di Sicurezza è paralizzato sui grandi conflitti — Ucraina, Gaza, Hormuz — con i membri permanenti incapaci di trovare accordi su risoluzioni decisive. L'amministrazione Trump ha annunciato il ritiro dagli accordi con 31 entità ONU, ha trattenuto circa 2 miliardi di dollari di quote dovute e ha apertamente valutato il proprio Board of Peace come alternativa all'organizzazione. Le Nazioni Unite rischiano di esaurire i fondi nel corso dell'estate 2026. Il processo di riforma interno, denominato UN80, è avviato ma non offre garanzie reali contro il rischio di marginalizzazione istituzionale. La composizione del Consiglio di Sicurezza riflette ancora l'ordine del dopoguerra del 1945, non la geopolitica contemporanea — un'anacronismo che erode la legittimità dell'organizzazione giorno dopo giorno.

Un processo più trasparente, ma il potere resta al Consiglio di Sicurezza

Per la prima volta nella storia dell'ONU, la corsa alla Segreteria generale si svolge con dialoghi pubblici trasmessi in diretta web, candidature con curriculum e dichiarazioni programmatiche pubblicate, e la partecipazione attiva della società civile alle sessioni di domande e risposte. Un cambio di passo rispetto alle trattative opache del passato.

Ma sotto la superficie della trasparenza formale, il meccanismo di selezione resta immutato: la decisione finale spetta al Consiglio di Sicurezza, dove i cinque membri permanenti — USA, Cina, Russia, Francia e Regno Unito — mantengono il potere di veto. Il candidato che emergerà dovrà superare il test dei voti segreti estivi, ottenere almeno nove voti su quindici senza opposizione di nessuno dei cinque. La formula è quella del minimo comune denominatore geopolitico: non il più capace, non necessariamente il più visionario, ma il meno inaccettabile per le grandi potenze.

Il fattore Trump è esplicito e decisivo. L'amministrazione ha già fatto sapere che sceglierà «la persona più qualificata indipendentemente dal genere» — un messaggio diretto contro le pressioni per eleggere la prima donna alla guida dell'ONU. Alcuni parlamentari repubblicani hanno già chiesto agli USA di porre il veto su Bachelet per le sue posizioni sull'aborto e sulla Cina. In questo clima, il candidato che appare più attrezzato a raccogliere un consenso trasversale è — almeno in questo momento — proprio l'argentino Grossi.

I quattro candidati: profili, punti di forza e vulnerabilità

Michelle Bachelet è la candidata più politica e più polarizzante. 74 anni, due volte presidente del Cile, ex Alto Commissario ONU per i diritti umani a Ginevra dal 2018 al 2022, ex direttrice esecutiva di UN Women. Il suo profilo è quello più coerente con la tradizione multilaterale europea e con il mondo della cooperazione internazionale: forte identità sui diritti umani, rete diplomatica vastissima, esperienza diretta nel sistema ONU. Ma le vulnerabilità sono altrettanto chiare. La sua gestione del dossier cinese sui diritti degli uiguri — inizialmente cauta, con il rapporto pubblicato soltanto negli ultimi minuti del suo mandato — non è piaciuta alle organizzazioni per i diritti umani e al governo di Pechino. Il nuovo esecutivo conservatore del Cile ha ritirato il proprio sostegno. Alcuni legislatori repubblicani americani hanno già anticipato un'opposizione esplicita. La candidatura di Bachelet è quella più in difficoltà nel conquistare il consenso necessario tra i cinque paesi con il veto.

Rafael Mariano Grossi è il candidato tecnico per eccellenza, e probabilmente il più competitivo nella fase delle trattative nel Consiglio di Sicurezza. 65 anni, diplomatico argentino, alla guida dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica dal 2019. Ha guidato le negoziazioni più delicate sulla sicurezza della centrale di Zaporizhzhia durante il conflitto russo-ucraino e i negoziati sul nucleare tra USA e Iran a Ginevra. È un profilo che la Russia ha elogiato pubblicamente per le capacità diplomatiche, un segnale raro e significativo in questo clima. La sua linea è esplicitamente critica verso l'ONU attuale: «ha perso la sua ragion d'essere», dice senza giri di parole. Non è il candidato dei diritti umani né del mondo della cooperazione. È il candidato della sicurezza internazionale e della gestione delle crisi tra grandi potenze. Il fatto che sia favorevole all'energia nucleare civile e che il suo governo nazionale — quello di Milei — sia tra i più critici verso il multilateralismo crea alcune contraddizioni di posizionamento. Ma la sua candidatura resta quella con meno opposizioni esplicite.

Rebeca Grynspan è la candidata più vicina al mondo dello sviluppo, della cooperazione internazionale e delle disuguaglianze globali. 70 anni, economista costaricana, ex vicepresidente del Costa Rica, attuale Segretaria generale dell'UNCTAD a Ginevra. Ha negoziato la Black Sea Grain Initiative nel 2022-2023 — un accordo che ha permesso la ripresa delle esportazioni di grano dall'Ucraina in piena guerra, un risultato concreto e significativo in un momento in cui l'ONU sembrava impotente. La sua esperienza a Ginevra, la provenienza da un piccolo Paese senza esercito, la capacità di mediazione e il profilo economico la rendono una candidatura solida e coerente con i temi centrali dell'agenda multilaterale: disuguaglianze, sviluppo, crisi alimentare. È anche donna, e questo conta nel dibattito corrente. La sua principale debolezza è la minore visibilità mediatica rispetto a Bachelet e Grossi, e la difficoltà di emergere come candidata di sintesi tra le grandi potenze.

Macky Sall è il candidato politico africano, il più esterno al sistema ONU e forse il più complicato da collocare. 64 anni, ex presidente del Senegal e già presidente dell'Unione Africana. Il suo punto di forza è la rappresentanza geopolitica: l'Africa è sempre più al centro delle dinamiche globali, le sue risorse minerarie sono decisive per la transizione energetica, e un Segretario generale africano potrebbe restituire credibilità all'ONU agli occhi del continente più giovane del pianeta. Ma la sua corsa incontra ostacoli seri: non ha ricevuto il sostegno formale né dell'Unione Africana né del suo stesso Paese, la sua coalizione di governo lo accusa di corruzione e abuso di potere, e la sua candidatura appare più come una dichiarazione politica che come una competizione realmente competitiva per la guida dell'organizzazione.

La domanda vera: cosa può fare il prossimo Segretario generale?

La successione a Guterres è avvolta da una domanda di fondo che i recenti dialoghi pubblici hanno palesato: quanto conta davvero il Segretario generale in un sistema multilaterale in cui i paesi con il veto si bloccano a vicenda, i maggiori donatori ritirano i fondi e i conflitti più acuti si risolvono — o non si risolvono — al di fuori dei meccanismi ONU?

La risposta storica è che i Segretari generali di successo lo sono stati perché hanno saputo leggere il proprio momento storico e orientare l'organizzazione verso una nuova rilevanza. Il prossimo Segretario erediterà un'istituzione in crisi finanziaria, geopoliticamente paralizzata, impegnata in un processo di riforma ambizioso ma incerto. Dovrà farlo in un momento in cui la superpotenza principale la insulta, il secondo attore globale la usa strumentalmente e la terza la ignora. Non è un mandato ordinario. È forse il più difficile degli ottant'anni di storia dell'ONU.





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