CO[OPERA] 2026: due giorni di autocelebrazione mentre la cooperazione internazionale affonda
Se l’intento era quello di celebrare e festeggiare la cooperazione italiana, allora l’obiettivo è stato ampiamente raggiunto. Una bellissima cornice romana ha ospitato la scorsa settimana la due giorni di CO[OPERA] 2026, la terza Conferenza Nazionale della Cooperazione allo Sviluppo. Un appuntamento già slittato di un anno rispetto alla scadenza prevista dalla legge 125, che ogni tre anni dovrebbe rappresentare il principale momento di confronto tra istituzioni, enti territoriali, società civile e tutti gli attori del sistema Italia della cooperazione internazionale.
Quello che è andato in scena all’Auditorium della Conciliazione — con la suggestiva appendice delle Corsie Sistine — è stato qualcosa di diverso da un momento di confronto autentico. È stata, con rarissime eccezioni, una autocelebrazione. Niente di male nel celebrare il lavoro di chi opera nel mondo della cooperazione e festeggiarne i risultati raggiunti, ma in questo contesto — il più difficile degli ultimi decenni per chi lavora nel settore, ci si sarebbe aspettati di entrare nel merito di questioni controverse che vedono oggi il contrapporsi di visioni molto diverse, spesso alternative l’una all’altra.
Il sistema degli aiuti internazionali sta vivendo il peggior crollo dalla sua istituzione: -23% in un solo anno secondo i dati preliminari OCSE, con gli Stati Uniti che hanno dimezzato i propri fondi e trascinato con sé buona parte dei donatori occidentali. Il multilateralismo è sotto assedio e si sperimentano avventurose alternative come il Board of Peace. Il ruolo della società civile viene messo in discussione ovunque, dalla Casa Bianca al Parlamento Europeo. Gaza continua a bruciare senza un futuro possibile, il Sudan è nel dimenticatoio, il sistema umanitario globale arranca senza risorse. Il presidente americano Trump raccoglie le firme per soppiantare gli aiuti in favore del puro business. L'Italia stessa, con il suo Piano Mattei, è al centro di un dibattito aperto e non risolto su cosa sia davvero oggi la cooperazione e a chi serva.
Non per essere negativi o pessimisti, ma c’era molta carne al fuoco di cui parlare, molta necessità di confronto, forse anche di punti di vista diversi, per immaginare una visione strategica della nostra cooperazione che vada al di là del luogo comune degli “Italiani brava gente”.
Il format dell'autocelebrazione
Le due giornate sono state un susseguirsi di interventi istituzionali quasi sempre compiacenti, video patinati con beneficiari africani sorridenti che raccontano come la loro vita sia cambiata, presentazioni di buone pratiche e interventi poco significativi di esponenti delle istituzioni. Il tutto impreziosito dalla partecipazione di attori e personaggi dello spettacolo testimonial di campagne di raccolta fondi e imprenditori di grandi marchi italiani dell'agroalimentare convocati come simbolo delle «eccellenze italiane» nel mondo, in un contesto in cui il confine tra cooperazione e internazionalizzazione delle imprese è esattamente uno dei temi più controversi del settore.
Tempi contingentati, domande concordate, nessun intervento del pubblico. Un format che ha trasformato quello che avrebbe potuto essere un confronto anche scomodo, ma sincero e fruttuoso per tutti gli attori del sistema, in una sequenza di interventi autoreferenziali, inframmezzati da momenti culturali — graditi, certo, ma difficilmente sostitutivi di un dibattito reale.
Una delle poche eccezioni è stata la sessione di presentazione degli esiti della valutazione della cooperazione italiana, la Peer review dell’OCSE presentata dal Presidente del DAC e dalla Direttrice della cooperazione allo Sviluppo dell’OCSE. Una discussione utile, franca che si è concentrata molto sulle raccomandazioni finali emerse, sui risultati ottenuti e sulle criticità e debolezze da superare.
Il Piano Mattei c’è ma non c’è
Il riferimento dominante delle due giornate è stato inevitabilmente il Piano Mattei, presentato come la nuova cornice della cooperazione italiana: il luogo ideale dove fondi pubblici, imprese private, organizzazioni della società civile e istituti finanziari internazionali si incontrano in una logica di partenariato non predatorio. La narrazione era quella di un'Italia protagonista che a differenza degli altri Paesi occidentali non diminuisce le risorse per la cooperazione ed è capace di portare in Africa un modello diverso rispetto agli «accaparratori di risorse». È la retorica degli "iIaliani brava gente", applicata alla cooperazione allo sviluppo, una autorappresentazione confortante, costruita anche da tanti anni di presenza dei nostri cooperanti all’estero, che però non regge all'analisi critica in un contesto come quello attuale dove la cooperazione sembra più che mai essere merce di scambio per investimenti, risorse energetiche e contrasto alle migrazioni.
Ma la conferenza non era il luogo dove queste contraddizioni potessero emergere in modo palese. Non saranno passate inosservate però, soprattutto agli addetti ai lavori, una serie di assenze eloquenti. Nonostante il Piano Mattei sia stato sullo sfondo dell’intera conferenza mancavano i rappresentanti della sua governance, la cabina di regia, e soggetti privati come Eni, Enel, Leonardo, Bonifiche Ferraresi — quei big che secondo molti analisti muovono le fila più rilevanti dietro le quinte. Un'assenza emblematica, che racconta molto sull'architettura reale del Piano, come se esistessero più “Piani Mattei”, o governance parallele a seconda della provenienza dei fondi, nel caso di CO[OPERA] si è parlato esclusivamente di quelli di cooperazione gestiti dal MAECI.
Stupiscono anche le assenze istituzionali del Presidente della Repubblica Mattarella e della Premier Meloni che, secondo le informazioni di alcuni mesi fa, avrebbero dovuto rispettivamente aprire e chiudere i lavori.
Un confronto che fa riflettere
Vale la pena mettere in fila una coincidenza temporale significativa. Una settimana prima di CO[OPERA] 2026, il 19 e 20 maggio, il governo britannico e il Sudafrica co-ospitavano a Londra la Global Partnerships Conference 2026: due giorni di lavori incentrati sulle sfide globali della cooperazione internazionale — con una presenza trasversale di governi, imprese, organizzazioni filantropiche, organismi internazionali e società civile.
La conferenza di Londra era costruita intorno a tre aree di riforma concrete e sfidanti: migliorare l'accesso ai finanziamenti per lo sviluppo sostenibile; accelerare la diffusione di conoscenze, tecnologie e intelligenza artificiale nei Paesi in via di sviluppo; e spostare il potere decisionale e le risorse più vicino alle comunità colpite, con un'attenzione esplicita alle donne e alle ragazze. Assi di lavoro su cui i partecipanti sono stati chiamati a produrre risultati. La conferenza ha prodotto infatti un Global Partnerships Compact, un documento in tre parti costruito attraverso il confronto con oltre 400 persone e organizzazioni, un «framework per l'azione» condiviso che impegna chi lo ha sottoscritto.
Una conferenza per chi?
La domanda finale — quella che rimane senza risposta dopo due giorni a Roma — è semplice: a chi è servita Coopera 2026? Serviva, evidentemente, alle istituzioni per raccontare a sé stesse e agli stakeholders che l'Italia fa bene, che il Piano Mattei funziona, che la cooperazione è in buone mani.
Nelle conclusioni della conferenza viene presentata come grande innovazione introdotta dal governo con il Piano Mattei, il fatto che la nuova cooperazione italiana si fondi sulla partnership non impositiva e sul rispetto delle sovranità locali. Si tratta, a dire il vero, di un principio che esiste da quando esiste la cooperazione italiana moderna. È il cuore dell'approccio che la società civile italiana, le ONG, i movimenti e i cooperanti italiani hanno costruito in sessant'anni di lavoro sul campo, spesso contro corrente, spesso senza risorse adeguate. Un patrimonio collettivo che consente oggi all’Italia di essere credibile in paesi come quelli dell’Africa, dove raramente in passato si sono avventurati i nostri rappresentati delle istituzioni.
Una conferenza nazionale istituita per legge come momento di confronto dell'intero sistema ha ambizioni e responsabilità diverse. E queste ambizioni, a Roma, sono rimaste in gran parte disattese.
