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Terza relazione sul Piano Mattei: grandi numeri, poca trasparenza e un sito web che verrà

Tre anni di attuazione, 18 Paesi partner, 1,2 miliardi di euro deliberati dal Fondo Italiano per il Clima, 4 miliardi di garanzie SACE, tre Vertici internazionali, accordi con Banca Mondiale, Banca Africana di Sviluppo, UNDP, IFAD e FAO. Questi sono i numeri con cui il governo Meloni ha presentato al Parlamento la terza relazione sullo stato di avanzamento del Piano Mattei per l'Africa, adottata dalla Cabina di regia nella sua sesta riunione dello scorso 26 giugno 2026.

I numeri sono reali. Ma chi cerca in questa relazione un elenco dei progetti finanziati, con i beneficiari, i fondi effettivamente erogati, gli enti attuatori e i risultati raggiunti, trova una sola risposta: aspettate il sito web. «Le informazioni relative ai progetti saranno consultabili nella sezione del sito istituzionale del Governo dedicata al Piano Mattei per l'Africa», si legge nel documento, «con l'obiettivo di garantire la massima accessibilità alle politiche del Piano stesso». Dopo tre anni dall'avvio e due anni e mezzo dalla presentazione ufficiale ai Paesi africani, la promessa è ancora al futuro.

Un contenitore che può accogliere tutto

La prima cosa che colpisce leggendo la relazione è l'ampiezza straordinaria di ciò che viene ricondotto al Piano Mattei. Non si tratta solo dei progetti del Fondo Italiano per il Clima — l'unico strumento finanziario dedicato con importi certi e delibere documentate — ma di un'aggregazione sistematica di quasi tutto ciò che il Sistema Italia fa in Africa: le garanzie SACE alle imprese che esportano, i finanziamenti SIMEST alle PMI, i bandi del MUR per la cooperazione scientifica con Algeria e Tunisia, i gemellaggi del MIC tra il Colosseo e l'anfiteatro di El Jem, il programma Lab Innova di ICE, le missioni dell'Agenzia Spaziale Italiana in Kenya, i percorsi ITS Academy promossi dal Ministero dell'Istruzione, il progetto del Ministero per le Disabilità in Kenya, i corsi di formazione professionale del Ministero del Lavoro, le iniziative universitarie del PNRR che coinvolgono 36 Paesi africani.

In questo schema, il Piano Mattei non è tanto un insieme di progetti identificati, co-progettati e attuati secondo una logica unitaria, quanto un brand — potente, flessibile, capace di contenere qualsiasi cosa. Una cornice narrativa che, come ha sintetizzato la relazione stessa citando il secondo Vertice di Addis Abeba, rappresenta «un chiaro passaggio da approcci rigidi e verticistici a un partenariato veramente paritario». Parole condivisibili, che non rispondono però alla domanda concreta: chi fa cosa, con quanti soldi, per chi, con quali risultati verificabili?

I 76 progetti principali: un numero senza contenuto

La relazione cita 76 «progetti principali». È uno dei pochi dati quantitativi che si trovano nel documento di sintesi. Ma di questi 76 progetti non viene fornito alcun elenco, alcuna descrizione strutturata, alcuna indicazione dei soggetti attuatori o delle risorse assegnate a ciascuno. Gli unici progetti descritti in modo analitico sono i 15 interventi deliberati dal Comitato Tecnico del Fondo Italiano per il Clima — con importi, date, Paese e settore — e alcune iniziative specifiche citate nel testo, come il progetto Bonifiche Ferraresi in Algeria (36.000 ettari a Timimoun), il progetto TANIT in Tunisia (250 milioni per il riutilizzo delle acque reflue), l'hub digitale AI for Africa, il Centro di formazione professionale «Enrico Mattei» in Algeria.

Per tutto il resto — dai «70 eventi ICE» alle «236 richieste SIMEST», dalle «Global Skill Partnerships» ai bandi universitari, dai progetti di telemedicina alle missioni di business matching — si tratta di attività aggregate senza la possibilità di distinguere cosa c'era già prima del Piano Mattei e cosa è genuinamente nuovo, cosa è già stato erogato e cosa è ancora a livello di intenzione, chi effettivamente gestisce i fondi sul campo e con quale accountability verso le comunità beneficiarie.

La logica finanziaria: non aiuti, ma leva

La vera innovazione del Piano Mattei rispetto alla cooperazione tradizionale non sta nei settori di intervento — acqua, agricoltura, energia, infrastrutture, istruzione, salute sono le classiche priorità della cooperazione internazionale — ma nell'architettura finanziaria. Il Piano opera con prestiti agevolati e garanzie del Fondo Italiano per il Clima, con le garanzie SACE a supporto dell'export delle imprese italiane, con i finanziamenti CDP attraverso il Plafond Africa, con la Misura Africa di SIMEST per le PMI. La logica è quella della finanza mista: usare le risorse pubbliche come leva per attirare capitali privati, con un effetto moltiplicatore che la relazione descrive come «ben superiore alla dotazione bilaterale».

Questo approccio ha senso e può produrre risultati su scala. Ma ha una conseguenza che la relazione non affronta: trasforma i destinatari finali da beneficiari di aiuti a contraenti di prestiti. I 1,2 miliardi deliberati dal Fondo Italiano per il Clima non sono donazioni: sono prevalentemente finanziamenti sovrani ai governi africani partner, con tutte le implicazioni in termini di debito e di accountability verso le popolazioni.

Il "Sistema Italia": chi sale a bordo e come

Uno degli elementi che il governo presenta con maggiore orgoglio è la capacità del Piano Mattei di mobilitare il Sistema Italia in modo coordinato: ministeri, CDP, SACE, SIMEST, ICE, università, fondazioni, imprese, terzo settore, diaspora. La Cabina di regia a geometria variabile, la Struttura di Missione come punto di raccordo, le sinergie interministeriali — tutto questo esiste davvero, ed è un cambiamento rispetto alla frammentazione che ha storicamente caratterizzato l'azione esterna italiana in Africa.

Il problema è che dietro questa architettura di sistema non esiste alcun meccanismo trasparente di coinvolgimento degli attori. Non ci sono avvisi, non ci sono manifestazioni di interesse. Le missioni  di sistema sono di fatto meccanismi a invito: partecipano le imprese, le università, le fondazioni e le organizzazioni che hanno costruito relazioni dirette con la Struttura di Missione, con CDP, con SACE o con i ministeri di riferimento. Chi non ha una buona capacità di lobbying istituzionale, chi non è già connesso alle reti giuste, non viene considerato. Non perché escluso esplicitamente, ma perché nessun meccanismo formale lo invita a candidarsi.

Questo vale per le imprese — e in particolare per le PMI — ma vale ancor di più per le organizzazioni della società civile. Le Reti della società civile — AOI, CINI, Link 2007 — vengono citate come interlocutori della Struttura di Missione, ruolo che però non viene riconosciuto nel processo di co-progettazione e/o identificazione di priorità e interventi.

Il risultato è che il «Sistema Italia» del Piano Mattei tende a riflettere e amplificare le asimmetrie già esistenti: grandi imprese e grandi organizzazioni con uffici a Roma e relazioni consolidate con le istituzioni, in primo piano; piccoli attori con competenze specifiche e radicamento territoriale, sullo sfondo o fuori dal quadro. Una dinamica che non è nuova nella cooperazione italiana, ma che il Piano Mattei — anziché correggere — ha istituzionalizzato senza mai nominarla.

La trasparenza che verrà

La Corte dei Conti, citata nella relazione come conferma della solidità del Piano, ha svolto nel maggio 2026 un'indagine sul Fondo Italiano per il Clima riconoscendo «la solidità dell'impianto istituzionale» e «la correttezza dell'operato delle istituzioni coinvolte». Un giudizio istituzionale importante, che però viene sottaciuto quando sottolinea le criticità: procedure lente, scarsa attrattività dei progetti, opacità di procedure e mancanza di uno strumento di trasparenza.

La risposta a queste domande non è nel documento consegnato al Parlamento, ma forse la troveremo nel sito web promesso dalla relazione.

Scarica la terza relazione del Piano Mattei





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