Gaza chiusa alle ONG: Israele revoca le autorizzazioni a 37 organizzazioni umanitarie
Le nuove regole e le critiche delle ONG
Il punto più controverso della riforma, di cui abbiamo più volte scritto su queste pagine, riguarda la richiesta alle ONG di trasmettere alle autorità israeliane elenchi completi del personale, inclusi dati sensibili come contatti personali, profili social e informazioni private. Molte organizzazioni hanno dichiarato di non aver ottemperato a tali richieste per tutelare la sicurezza dei propri operatori palestinesi e per il rispetto delle normative europee sulla protezione dei dati personali. Secondo diverse ONG, fornire questo tipo di informazioni in un contesto di conflitto armato espone il personale locale a rischi diretti, in un territorio in cui centinaia di operatori umanitari sono già stati uccisi dall’inizio delle ostilità.
Le reazioni: Caritas, Medici Senza Frontiere e le reti di ONG
Tra le organizzazioni coinvolte figurerebbe anche Caritas Gerusalemme, che ha respinto con fermezza l’ipotesi di una sospensione delle proprie attività. L’organizzazione ha ricordato di essere riconosciuta ufficialmente dallo Stato di Israele attraverso l’Accordo Fondamentale del 1993 e il successivo Accordo sulla Personalità Giuridica del 1997 firmati tra la Santa Sede e Israele. In base a questi accordi, Caritas Gerusalemme non sarebbe soggetta a un processo di ri-registrazione e ha annunciato l’intenzione di continuare le proprie operazioni umanitarie a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme.
Durissima anche la presa di posizione di Medici Senza Frontiere (MSF), che ha definito la decisione israeliana potenzialmente catastrofica. A Gaza, MSF garantisce circa il 20% dei posti letto ospedalieri e assiste un terzo delle nascite. L’organizzazione ha ribadito di non aver mai assunto deliberatamente persone coinvolte in attività militari e di non essere mai stata informata preventivamente di presunti problemi legati al proprio personale.
Anche le reti italiane delle ONG hanno reagito alla notizia che coinvolgerebbe direttamente diverse ONG del nostro paese. Link 2007 ha denunciato il provvedimento come una grave violazione dei principi di neutralità, imparzialità e indipendenza. Secondo il presidente Sandro De Luca, subordinare l’accesso all’assistenza umanitaria a valutazioni politiche significa snaturare l’essenza stessa dell’azione umanitaria e normalizzare condizioni di vita incompatibili con il rispetto della dignità umana.
L’elenco completo delle ONG bloccate a Gaza
Secondo le informazioni disponibili nel documento reso noto dalle autorità, le 37 organizzazioni interessate dallo stop israeliano includono:
- Action Against Hunger
- ActionAid
- Alianza por la Solidaridad
- CARE
- Consiglio Danese per i Rifugiati (DRC)
- Handicap International
- Japan International Volunteer Center
- Mercy Corps
- Norwegian Refugee Council (NRC)
- Première Urgence Internationale
- International Rescue Committee (IRC)
- WeWorld-GVC
- World Vision International
- Relief International
- Fondazione AVSI
- Movement for Peace – MPDL
- American Friends Service Committee (AFSC)
- medico international
- PSAS – The Palestine Solidarity Association in Sweden
- Defense for Children International
- Medical Aid for Palestinians – UK
- Near East Council of Churches
- War Child Holland
- Medici Senza Frontiere (Spagna, Belgio, Francia, Svizzera, Olanda)
- Oxfam (Quebec, Olanda)
- Medici del Mondo (Francia, Svizzera)
- Campaign for the Children of Palestine (Giappone)
- Terre des Hommes (Svizzera)
- Save the Children
L’impatto umanitario: servizi essenziali a rischio
Israele sostiene che il blocco delle 37 ONG non comprometterà l’assistenza umanitaria complessiva, affermando che queste organizzazioni rappresentano solo il 15% delle ONG autorizzate e gestiscono circa l’1% del volume totale degli aiuti. Tuttavia, OCHA e numerosi attori umanitari contestano questa lettura, sottolineando che il valore dell’intervento umanitario non si misura solo in termini quantitativi, ma anche in capacità operative, esperienza e accesso alle comunità più vulnerabili.
Sulla carta, una volta ricevuta la comunicazione formale, le organizzazioni interessate potranno fare ricorso e, almeno in teoria, non dovrebbero subire alcun tipo di limitazione in attesa della definizione del giudizio. “In realtà – spiega Paolo Pezzati di Oxfam Italia, vicepresidente della rete AOI – le ONG subiscono pesanti limitazioni già dal mese di marzo scorso con blocchi degli aiuti e del rilascio dei visti per il personale espatriato.