trade over aid

"Commercio, non aiuti", Trump tenta la spallata alla cooperazione internazionale

C'è una frase in un cablogramma diplomatico del Dipartimento di Stato americano che vale la pena leggere due volte: «Per decenni, gli aiuti governativi sono fluiti dai Paesi sviluppati a quelli in via di sviluppo con un impatto solo limitato. Non hanno risolto le sfide dello sviluppo economico mondiale e hanno spesso creato dipendenza, inefficienza e corruzione». Non è il comunicato di un'organizzazione critica del sistema degli aiuti. È la posizione ufficiale del governo degli Stati Uniti d'America, inviata a tutte le ambasciate e sedi consolari americane nel mondo con l'ordine di sollecitare il sostegno degli altri governi prima che l'iniziativa venga presentata formalmente alle Nazioni Unite entro la fine di aprile 2026.

L'amministrazione Trump ha messo in moto la sua operazione più ambiziosa sul piano della politica di sviluppo globale: una dichiarazione internazionale che sancisca la supremazia del commercio sugli aiuti come strumento di sviluppo, da adottare nel quadro del sistema onusiano. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha personalmente firmato la direttiva ai diplomatici americani, descrivendo l'iniziativa come un'opportunità per «promuovere i valori America First e creare opportunità commerciali per le imprese statunitensi» attraverso le Nazioni Unite. 

La dottrina in quattro punti

Il cablogramma diplomatico ottenuto dal Washington Post descrive quattro obiettivi operativi dell'iniziativa. Il primo è promuovere riforme favorevoli alle imprese nelle economie dei Paesi in via di sviluppo. Il secondo è facilitare il dialogo tra settori pubblico e privato per attrarre investimenti esteri. Il terzo è mettere in evidenza i Paesi che hanno perseguito uno sviluppo basato sul libero mercato come modelli di successo. Il quarto — il più rivelatore — è favorire partenariati commerciali diretti tra nazioni in via di sviluppo e aziende statunitensi o organizzazioni internazionali vicine agli interessi di Washington.

Il vice portavoce del Dipartimento di Stato, Tommy Pigott, ha sintetizzato la filosofia di fondo con una franchezza insolita per il linguaggio diplomatico: il capitalismo di libero mercato è «la strada più sicura verso la prosperità» e chi invoca «aiuti e non commercio» sta «sostenendo la necessità di riempire le tasche di un complesso industriale corrotto di ONG». Un attacco frontale non solo al modello degli aiuti, ma all'intero ecosistema della cooperazione internazionale come lo conosciamo.

Il contesto: un sistema già in ginocchio

Per capire la portata di questa mossa bisogna inquadrarla nel contesto che l'ha preceduta e che in parte l'ha resa possibile. Lo smantellamento dell'USAID — avviato nei primissimi giorni del secondo mandato Trump — ha eliminato circa il 92% dei grant erogati dall'agenzia, per un valore complessivo di quasi 60 miliardi di dollari. Quasi 15.000 grant erano stati identificati nell'audit interno, con quasi 10.000 eliminati. L'agenzia è poi stata assorbita nel Dipartimento di Stato, segnando la fine di oltre sei decenni di storia dell'aiuto americano allo sviluppo come struttura autonoma.

Tutto avviene in un contesto che vede, secondo i dati preliminari OCSE appena pubblicati, 26 dei 34 Paesi donatori hanno ridotto i propri budget per gli aiuti nel 2025. Francia, Germania e Regno Unito registrano tagli a due cifre. Si stima che i 17 maggiori donatori, considerati insieme, siano sulla traiettoria per tagliare oltre 60 miliardi di dollari di aiuti tra il 2023 e il 2026. Il risultato è quello che alcuni analisti hanno già battezzato la «grande recessione degli aiuti»: una contrazione simultanea, coordinata e senza precedenti dei flussi finanziari verso i Paesi più poveri del mondo, in un momento in cui le disuguaglianze globali si stanno ampliando e le crisi climatiche, sanitarie e di conflitto si moltiplicano.

Il costo umano: i numeri che il dibattito non può ignorare

Uno studio pubblicato su The Lancet nel febbraio 2026 ha stimato che i tagli agli aiuti globali, se mantenuti agli attuali livelli, potrebbero causare almeno 9,4 milioni di morti aggiuntive entro il 2030, con proiezioni che salgono a 22,6 milioni negli scenari più pessimistici. Il Center for Global Development ha stimato che i soli tagli all'USAID potrebbero aver già contribuito a un numero di morti compreso tra 500.000 e un milione entro il 2025, rispetto alle medie degli anni precedenti. Non si tratta di proiezioni astratte. Si tratta di programmi di distribuzione di farmaci antiretrovirali interrotti, di campagne vaccinali sospese, di reti di assistenza alimentare d'emergenza smantellate. Le conseguenze si misurano in vite umane concrete, nei Paesi e nelle comunità che più dipendevano da quei flussi di finanziamento.

Il libero mercato come sviluppo: un dibattito antico, una risposta ideologica

La tesi che il commercio e il libero mercato siano più efficaci degli aiuti nel promuovere lo sviluppo non è nuova. Ha una storia lunga e un dibattito intellettuale serio alle spalle, che attraversa decenni di economia dello sviluppo, da Dambisa Moyo a Jeffrey Sachs, dall'esperienza dell'Asia orientale ai fallimenti delle politiche di aggiustamento strutturale del FMI negli anni '80 e '90. Esistono argomenti fondati a sostegno di un maggiore peso del commercio equo e degli investimenti produttivi rispetto agli aiuti condizionati e burocratizzati.

Ma quello che l'amministrazione Trump sta proponendo non è una revisione sofisticata del mix tra aiuti e commercio nella politica di sviluppo. È una sostituzione ideologica brutale, che non tiene conto delle evidenze empiriche sul ruolo insostituibile degli aiuti umanitari nelle crisi acute, sulla necessità di investimenti pubblici nelle infrastrutture di base nei Paesi meno sviluppati, e sulla differenza tra sviluppo guidato dalle imprese locali e penetrazione commerciale delle multinazionali straniere. Il rischio, come ha osservato un funzionario del Dipartimento di Stato rimasto anonimo, è esplicito: «Stiamo consolidando la nostra posizione sull'abbandono completo degli aiuti e sul lasciare che le aziende si arricchiscano in nuovi mercati». Una descrizione che difficilmente può essere letta come un piano per lo sviluppo dei Paesi poveri.

Il sospetto delle contropartite: minerali critici e salute globale

Un elemento particolarmente preoccupante emerso nelle ultime settimane riguarda alcune pratiche che starebbero accompagnando la nuova dottrina americana. Diverse fonti hanno segnalato che il Dipartimento di Stato starebbe condizionando finanziamenti cruciali per la prevenzione e il trattamento dell'HIV all'accettazione, da parte dei governi riceventi, di accordi commerciali paralleli relativi a minerali critici e altre risorse naturali. Il Dipartimento di Stato ha smentito queste accuse, ma la loro circolazione — in un contesto già segnato da profonda sfiducia verso la politica estera americana — alimenta il sospetto che la dottrina «commercio prima degli aiuti» possa tradursi in pratica nell'uso della leva dei finanziamenti per la salute come strumento di negoziazione commerciale.

Cosa succede adesso

La missione americana alle Nazioni Unite dovrebbe ospitare entro fine aprile una cerimonia ufficiale di firma della dichiarazione «Trade over Aid». L'ambasciatore Mike Waltz ha già anticipato l'iniziativa davanti alla Commissione per le relazioni estere del Senato. La domanda aperta è quanti Paesi accetteranno di firmare, e con quali motivazioni.





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