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Comunità energetiche in Italia: boom di domande, fondi insufficienti e nodi da sciogliere

Quarantottomila. È il numero di domande di accesso ai contributi PNRR per le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) arrivate al Gestore dei Servizi Energetici (GSE). Un dato che, come ha dichiarato l'amministratore delegato, «dimostra che c'è stato e continua a esserci un forte interesse per la misura». Un interesse che nessuno si aspettava di questa portata e che racconta qualcosa di importante: quando i cittadini, i comuni, le cooperative e le associazioni trovano strumenti accessibili e convenienti per partecipare alla transizione energetica, rispondono in massa.

Ma dietro questa cifra record si nasconde anche una storia più complicata, che mette in luce i limiti strutturali del sistema — in Italia e in Europa — e i rischi di una transizione che, se non governata con attenzione, potrebbe acuire le disuguaglianze invece di ridurle.

Il PNRR per le CER

La misura PNRR dedicata alle comunità energetiche nasce con una dotazione di 2,2 miliardi di euro, originariamente concepita come prestito a tasso zero — con obbligo di restituzione per chi realizzava gli impianti. Poi, in corso d'opera, una modifica decisiva: la misura è stata convertita in contributo a fondo perduto fino al 40% dei costi ammissibili, e il perimetro è stato esteso ai comuni con popolazione fino a 50.000 abitanti. Due scelte che hanno moltiplicato l'attrattività dello strumento e spiegano in parte l'esplosione delle domande.

Il problema è che i fondi disponibili non bastano a coprire tutte le richieste. L'obiettivo originale era installare circa 1,8 GW di potenza rinnovabile, un contingente raggiunto con circa 800 milioni di euro a copertura di circa 30.000 iniziative delle 48.000 presentate. Le restanti 18.000 domande — per un controvalore di circa 1,5 GW e 630 milioni di euro — si trovano oltre il contingente attualmente finanziabile, in attesa che il governo trovi risorse aggiuntive.

Sul fronte delle istruttorie, lo stato di avanzamento è parziale: circa 22.000 pratiche hanno ricevuto la comunicazione sull'esito dell'istruttoria, ma solo 12.000 hanno ottenuto l'atto di concessione definitivo. L'obiettivo è completare le valutazioni entro il 30 giugno 2026. I tempi si sono allungati anche perché oltre il 50% delle istanze ha richiesto una o più interlocuzioni con i proponenti per chiarire aspetti tecnici o documentali.

Cosa dice la Corte dei Conti europea

Il dato italiano si inserisce in un quadro europeo ancora più critico. Il rapporto "Comunità energetiche: un potenziale ancora da sfruttare" pubblicato dalla Corte dei Conti dell'Unione Europea nel 2026 è impietoso: l'obiettivo di avere almeno una CER in ogni comune europeo con più di 10.000 abitanti entro il 2025 è stato raggiunto solo al 27%. Un risultato «eccessivamente ottimistico», si legge nel rapporto, difficile da monitorare e costruito su basi normative ancora troppo fragili. Il documento individua due nodi strutturali che frenano lo sviluppo delle comunità energetiche in tutta Europa e che valgono in modo particolare per l'Italia.

Il primo è l'incertezza normativa. Le definizioni poco chiare tra "comunità energetica rinnovabile" e "comunità energetica di cittadini" creano sovrapposizioni e confusioni, soprattutto per i condomini — dove risiede quasi la metà della popolazione europea. I proprietari di appartamento faticano ad avviare progetti di autoconsumo collettivo perché le norme non dicono chiaramente se e come i condomini esistenti possano trasformarsi in CER senza passare per processi burocratici onerosi.

Il secondo nodo è quello della giustizia energetica. La Corte europea tocca un punto delicato che raramente emerge nel dibattito pubblico sulle CER: chi partecipa a una comunità energetica non paga oneri di rete sul consumo condiviso, riducendo il proprio contributo alla manutenzione e allo sviluppo delle infrastrutture. Ma continua a essere connesso alla rete. Il risultato è che, man mano che le CER si espandono, «una quota maggiore dei costi della rete è sostenuta da consumatori che non fanno parte di queste comunità e che non hanno accesso agli impianti di produzione — generalmente le famiglie meno abbienti». La transizione energetica dal basso rischia paradossalmente di scaricare i costi sulle fasce più vulnerabili della popolazione.

Dall'UE cinque direttrici per accelerare

A fine aprile 2026, la Commissione europea ha pubblicato un pacchetto di quattro raccomandazioni per le comunità energetiche di cittadini. Quella dedicata allo sviluppo delle CER e alla massimizzazione dell'autoconsumo individua cinque direttrici di azione: efficacia dei quadri normativi, accessibilità dei finanziamenti, sensibilizzazione e sviluppo delle competenze, inclusione sociale e partecipazione pubblica, innovazione digitale e integrazione di sistema.

Sul punto della giustizia sociale, la Commissione chiede esplicitamente di chiarire i concetti di «controllo effettivo», «autonomia» e «benefici ambientali, economici e sociali» delle comunità energetiche, con l'obiettivo dichiarato di «garantire che il concetto sia utilizzato dai e per i cittadini» e di «ridurre gli oneri amministrativi al momento della costituzione di una CER». Una risposta diretta alle criticità sollevate dalla Corte dei Conti, ma ancora sul piano delle raccomandazioni — non delle norme vincolanti.

Il problema della fiducia

C'è un elemento che i dati non catturano pienamente ma che chiunque lavori sul campo conosce bene: il problema della fiducia. Costruire una comunità energetica non è solo una questione tecnica o finanziaria. Richiede che persone con interessi diversi — condomini, artigiani, enti locali, cooperative — si fidino abbastanza da intraprendere insieme un percorso lungo e incerto.

In contesti dove le norme cambiano, dove le procedure sono complesse, dove i tempi del GSE si allungano e dove l'informazione disponibile è spesso contraddittoria, ottenere quella fiducia è difficile. Le 48.000 domande dimostrano che quando le condizioni sono favorevoli questa fiducia si costruisce. Ma le 18.000 domande rimaste senza copertura — e i rischi di regressione per le fasce più deboli evidenziati dalla Corte europea — dimostrano che favorevole non significa ancora sufficiente.

La partita delle comunità energetiche in Italia è aperta. Le risorse ci sono, almeno in parte. L'interesse è dimostrato. Quello che manca è ancora un sistema normativo stabile, una governance inclusiva e — soprattutto — la certezza che i fondi necessari per finanziare anche quella seconda metà di domande vengano trovati prima che l'entusiasmo si spenga.

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